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«Il basket dei playoff è una partita a scacchi: la mente conta perfino più del fisico. Essere in grado di vedere le giocate prima ancora che sembrino possibili è la parte migliore». Così parlò LeBron James dopo il successo nella gara 4 della finale contro i Miami Heat, passo decisivo verso il trionfo in gara 6 contro Miami Heat. In cui è arrivato il titolo e il riconoscimento di Mvp della Nba . Uno che sa anticipare il gioco e il futuro. Se non sembra un’esagerazione, è diventato il profeta del basket. Al suo quarto titolo personale, il terzo con club differenti (primato condiviso con Robert Horry, John Salley e Danny Green, suo attuale compagno di squadra ai Lakers), James ha aggiunto qualcosa di definitivo e di letale (per gli avversari) alla sua carriera che già lo collocava tra i più forti di sempre del basket: la capacità di controllare gli eventi e di essere il fattore che li condiziona, oltre a saper usare le parole giuste con la squadra, come lo stringato messaggio («Dobbiamo vincere ad ogni costo, è tutto quello che ho da dire») spedito sui cellulari di tutti i compagni prima della fondamentale gara 4.

La sua dominanza, tecnica e umana, è legge e si trasforma in popolarità. Oggi è il campione di riferimento, anche se circolano pretendenti alla sua eredità, primo fra tutti il greco Giannis Antetokounmpo. Un indizio importante viene dal merchandising, sempre un parametro fondamentale nel misurare quanto un giocatore sia amato: le canotte dei Lakers, ma in particolare la numero 23 di LBJ, sono le più richieste. Sì, LeBron come Jordan e Bryant ai loro tempi.

Gli statistici si sono sbizzarriti a ricostruire le cifre di questo colosso di 35 anni, che guadagna solo di ingaggio (poi ci sono i proventi dei vari sponsor) 38 milioni di dollari a stagione, che indossa il 49 di scarpe (31,5 cm il suo piede; ma è nulla rispetto al 58 e ai 58,4 cm di Shaquille O’Neal) e che salta 112 centimetri (Jordan faceva leggermente meglio: 117). I numeri non tradiscono mai, semmai confermano: 17 stagioni nella Nba, 10 finali disputate, nessuna assenza negli incontri dei playoff quando con le sue squadre ha partecipato alla post-season (in gara 5 ha raggiunto Derek Fisher, ex Lakers, in vetta al numero di partite disputate dopo la stagione regolare: sono 259). Poi, scremando un’infinità di altri dati, ecco le due caratteristiche principali: il Prescelto sfiora l’80% di efficacia nelle cosiddette gare «closeout», quelle decisive per chiudere una serie, ed è con quasi 1900 passaggi vincenti il re degli assist dei playoff, a dimostrazione che ha affinato la capacità di servire i compagni e di renderli migliori.

Secondo tanti tecnici il vero passo in avanti è la sua evoluzione verso un senso più spiccato del collettivo: una qualità che lo avvicina alla perfezione. Il grande solista di qualche anno fa, il giocatore-clutch per definizione (ndr: colui che è particolarmente adatto a prendersi la responsabilità dell’ultimo tiro), ora sa guardarsi attorno e scegliere qual è la soluzione migliore. Il primo LeBron era perfino più narciso, probabilmente prigioniero del suo «ego» cestistico: a Cleveland forse non poteva non essere così – dei Cavaliers era il centro di gravità anche quando gli hanno affiancato eccellenti compagni -, ma a Miami il suo talento non si è manifestato appieno proprio per questo limite.

L’ha sostenuto pure Marc Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks: «La differenza tra il LeBron James di dieci anni fa e quello di oggi è la stessa che passa tra il giorno e la notte. Ora LeBron ha un QI cestistico elevato; è semplicemente un genio del basket. Il modo in cui vede e legge cosa sta succedendo in campo in tempo reale, rimanendo sempre 3 passi avanti rispetto agli eventi, è incredibile ed è sorprendente tanto quanto il suo atletismo a 35 anni di età. Nel 2011, quando lo battemmo in finale, non aveva questa capacità. Quando utilizzavamo una difesa a zona contro di lui, esitava e non sapeva che cosa fare. Ora non esita minimamente: sa esattamente cosa sta per succedere e cosa fare. E lo anticipa».

Per fermare questo James servirà allora che spunti un altro «mago» del parquet, capace di opporsi a lui e di inventare magari qualche soluzione ancora più raffinata: le candidature sono aperte, gli interessati si facciano avanti.

12 ottobre 2020 (modifica il 12 ottobre 2020 | 07:34)

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