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“L'Occidente provoca”. L'affondo di Erdogan nel cuore dei Balcani

Il tour nei Balcani del presidente turco Recep Tayyip Erdogan passa da una pesante critica all’Occidente sulle politiche messe in atto contro la Russia e nella guerra in Ucraina. Certo, il “palcoscenico” era il più adatto per questo genere di discorsi: la Serbia ha dimostrato in questi anni di essere profondamente legata a Mosca e di avere un rapporto molto più che critico nei confronti della Nato e dell’Unione europea, complici l’inevitabile ricordo della guerra che sconvolse la ex Jugoslavia. Ma le parole di Erdogan, giunte mentre il leader turco incontrava il presidente serbo Aleksandar Vucic a Belgrado, lanciano tre messaggi distinti che rappresentano anche la posizione piuttosto che delicata in un cui trova il “Sultano”.

Innanzitutto, le parole. Erdogan ha parlato di una “politica provocatoria” dell’Occidente nei confronti della Russia, nei confronti dei quali il sistema euroatlantico ha un atteggiamento di “sdegno” che non solo non appartiene alla Turchia, ha detto il presidente, ma che è lo stesso Occidente a non poterlo fare. “La guerra non finirà tanto presto. A chi prende la Russia alla leggera, dico che si sbaglia. La Russia non è un Paese da sottovalutare”, ha detto Erdogan secondo quanto riportato dall’agenzia Anadolu. E sul gas, il capo dell’Akp incalza l’Europa: “Nel momento in cui tutti la attaccano, la Russia userà tutti i mezzi e le armi che ha a disposizione”. Le parole sulle azioni occidentali e russe non devono però essere interpretate solo come un modo per esprimere, in modo più o meno velato, l’idea di voler mantenere i legami con Vladimir Putin. Perché oltre alle dichiarazioni di rispetto verso Mosca, Erdogan ha anche voluto ribadire la sua critica nei confronti dell’Occidente per il modo in cui ha sostenuto l’Ucraina. “Non vale neanche la pena parlare degli aiuti economici. Tutti rivendicano di aver mandato soldi in Ucraina, ma questi soldi non si capisce che fine abbiano fatto. Tutti dicono di aver mandato armi, ma in realtà hanno mandato tutti i ferri vecchi che avevano da parte in Ucraina” ha detto il presidente turco. Che di una cosa appare certo: la guerra è ancora lunga e “la pace appare lontana”.

Quanto pronunciato da Erdogan a Belgrado non è certo casuale. E questo è del tutto evidente. Ma quello che appare particolarmente interessante è il fatto che il presidente turco abbia scelto Belgrado soprattutto per criticare l’Occidente come sistema. Erdogan non ha mai sostenuto l’invasione russa dell’Ucraina: basti pensare che è stata proprio l’industria bellica di Ankara a rifornire Kiev dei droni Bayraktar TB2 diventati per molti mesi la vera spina nel fianco dell’avanzata di Mosca. Eppure il leader turco è riuscito nell’intento di andare in Serbia senza mai accusare davvero Putin ma senza nemmeno apparire come un sostenitore dell’azione militare, al punto che è riuscito a criticare la Nato e l’Europa proprio per come hanno reagito alla guerra (sul fronte del gas) e per come hanno supportato le truppe ucraine nella resistenza contro l’invasione. Un doppio binario che indica che il vero obiettivo di questa mossa di Erdogan era proprio il sistema euro-atlantico in tutte le sue forme. Un blocco che in qualche modo ha fatto sì che Erdogan continuasse nel dialogo con Putin ma senza mai davvero alcuna sua iniziativa di compromesso se non per il delicato – e già fragile – accordo sul grano. Un patto che vede nel centro di coordinamento a Istanbul il simbolo più eloquente dell’azione politica di Erdogan, forte del controllo sul Bosforo, ma che ora rischia di saltare sia dopo le parole del presidente russo da Vladivostok sia per una certa inerzia dimostrata dagli alleati atlantici sul piano diplomatico. La Turchia ha giocato la carta del ricatto (quella su Finlandia e Svezia nella Nato) ma anche quella del canale di dialogo per risolvere la crisi del grano (fondamentale per diversi mercati). Se salta l’accordo sul grano, la mediazione turca ne apparirebbe profondamente indebolita, e in questo modo risulterebbe anche compromessa anche l’immagine di Erdogan quale interlocutorie privilegiato di Putin e possibile ponte tra i due blocchi. E quanto detto dal presidente russo in questi giorni non sembra evocare scenari rosei per il flusso di merci dai porti del Mar Nero.

La critica all’Occidente rientra inevitabilmente anche nella narrazione che Erdogan si è voluto dare per il suo sbarco nei Balcani, una regione che per la Turchia è fondamentale e che oggi vive profonde divisioni non solo tra i diversi Paesi che la compongono, ma anche appunto sul posizionamento internazionale rispetto alla sfida tra Occidente e Russia. Per Ankara, la stabilità balcanica è fondamentale – come ha sottolineato Erdogan – e offre la sua mediazione anche sul Kosovo così come per le divergenze interne alla Bosnia Erzegovina. Ma ciò che serve al “Sultano” è soprattutto manifestarsi quale battitore libero, capace di essere alternativo al blocco di cui fa parte, cioè la Nato, e strappare consenso (e accordi economici) in assenza dell’Unione europea. Un lavoro di soft power che passa evidentemente anche per le ricomposizioni dei conflitti internazionali e interetnici che affiorano nei Balcani, ma che serve soprattutto alla Turchia per concentrarsi sull’estendere la propria influenza in tutta l’area dell’Europa sud-orientale. La critica ai “ferri vecchi” dati dall’Europa all’Ucraina serve per sostenere l’importanza di avere un fornitore come Ankara. Non a caso Vucic ha ammesso che la Serbia vuole acquistare i droni Bayraktar. L’interesse per i conflitti tra le diverse comunità aiuta a porsi al centro delle logiche interregionali sostenendo tutte le parti in causa, anche apparentemente inconciliabili tra loro. E per quanto riguarda il gas, Erdogan ha ricordato in modo cristallino il ruolo del suo Paese come hub energetico del gas russo. Tema che preoccupa non poco la stessa Blegrado, viste le parole di Vucic: “Quest’inverno per tutti noi sarà molto freddo, il prossimo sarà polare per l’Europa intera”.

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