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L'Italia inerme davanti lo spettro di una nuova ondata di migranti

Adesso regna una calma solo apparente a Tripoli. La capitale libica però sta facendo i conti con delle ferite fisiche alle quali gli stessi abitanti, nonostante undici anni di vera e propria anarchia politica e militare, non erano più abituati. Gli scontri avvenuti tra venerdì e sabato hanno lasciato sul campo 32 vittime e hanno provocato, in diversi distretti, ingenti danni materiali. Le scuole nelle ultime ore hanno riaperto, la situazione è quasi tornata alla normalità, ma edifici distrutti, carcasse di auto bruciate e facciate annerite dagli incendi sono lì a testimoniare lo stato di vera e propria guerra in cui Tripoli ha vissuto nell’ultimo fine settimana.

Gli scontri hanno riguardato le milizie vicine al governo di Abdul Hamid Ddeibah, riconosciuto dall’Onu, e quelle vicine a Fathi Bashaga, premier riconosciuto dal parlamento stanziato a Tobruck. Ad avere la meglio sono state le prime, con Ddeibah che si è anche concesso, in segno di forza, un selfie nelle aree degli scontri. Ma quello che accadrà adesso è un’incognita. Il rischio è il tramonto definitivo del dialogo tra le parti. Una circostanza non certo positiva per l’Italia. Il nostro Paese appare sempre più inerme nel contesto libico, incapace di intervenire in situazioni che potrebbero ledere i nostri interessi, a partire dal petrolio e dal controllo dei flussi migratori.

Gli scontri di Tripoli

Nella giornata di venerdì diversi mezzi sono stati avvistati in marcia da Misurata verso la capitale libica. Si trattava soprattutto di pickup con a bordo posizionati dei mitra, i veicoli cioè più utilizzati in ogni conflitto mediorientale che si rispetti. Scattato l’allarme, a Tripoli è iniziato il conto alla rovescia prima di udire i primo colpi di arma da fuoco. A viaggiare verso la città erano le milizie fedeli a Fathi Bashaga, il capo di un governo votato dal parlamento a febbraio ma non riconosciuto dalla comunità internazionale. Così come ricostruito da AgenziaNova, il premier incaricato dalla Camera dei Rappresentanti ha voluto probabilmente provare un colpo di mano. Innescando ovviamente la reazione della controparte. Bashaga, un po’ come il generale Khalifa Haftar nell’aprile del 2019, sperava nell’appoggio di milizie interne a Tripoli in grado di aprire le porte della capitale libica alle proprie forze militari.

In realtà la Rada, la forza di difesa controllata dal ministero dell’Interno e capeggiata da Abdel Raouf Kara, si è schierata con Ddeibah assieme ad altre milizie locali. Ne è nata una guerriglia urbana durata diverse ore e terminata soltanto nel pomeriggio di sabato. Sono stati sparati colpi di armi pesanti, mentre alcune fonti hanno parlato anche dell’uso, da parte delle milizie vicine a Ddeibah, di droni in grado di colpire i miliziani di Bashaga. I due principali protagonisti si rimpallano le accuse. Il premier riconosciuto dall’Onu ha ovviamente dato la colpa alla controparte, rea di aver inviato milizie verso Tripoli e di aver messo in azione alcuni combattenti all’interno della capitale. Dal canto suo, Bashaga ha invece puntato il dito contro Ddeibah. Ripreso dal quotidiano Al Wasat, il premier del governo voluto dal parlamento ha accusato il rivale di aver armato molte milizie e aver creato gruppi armati il cui compito è quello di stroncare ogni opposizione. Fonti vicine a Bashaga hanno poi sottolineato di aver aperto il fuoco per “difesa” e di non essere a favore dell’uso della violenza.

Ad ogni modo, le milizie di Ddeibah hanno avuto la meglio. Il prezzo pagato è stato molto alto, tra danni ingenti per Tripoli e almeno 32 vittime accertate. I pickup di Bashaga hanno fatto un passo indietro, sancendo la fine di un mini conflitto civile tutto interno all’ovest della Libia. É proprio questa la novità: non si è avuta questa volta una guerra tra est e ovest del Paese, bensì una diatriba violenta tra due premier provenienti entrambi da Misurata.

Gli allarmi del Copasir

Adesso occorre vedere cosa accadrà in futuro. La sconfitta di alcune milizie e il rafforzamento di altre, potrebbe aver contribuito a instaurare su Tripoli un nuovo equilibrio in grado di mantenere quanto meno una calma apparente per le prossime settimane. Appare però indubbio che l’episodio della scorsa settimana non è destinato a rimanere senza conseguenze sul piano politico. Ddeibah ne è uscito rafforzato, Bashaga sconfitto. Il primo ha parlato, tra le altre cose, di ingerenze esterne. Per molti analisti, il riferimento è soprattutto a Francia, Russia ed Egitto, sostenitori (seppur solo in modo “ufficioso”) di Bashaga. Tre attori che potrebbero avere maggiori problemi in Libia, a favore di una Turchia che, al contrario, avrebbe aiutato massicciamente Ddeibah, seppur (anche in questo caso) non in modo ufficiale.

Ad ogni modo, la Libia sta andando incontro a un ennesimo periodo di grave destabilizzazione e di stallo nei negoziati per la formazione di una vera costituzione e la proclamazione di nuove elezioni. Un elemento in contrasto con gli interessi italiani. Roma ha tutto da perderci con un’ulteriore destabilizzazione del quadro libico. Senza interlocutori affidabili, i dossier su immigrazione e risorse energetiche potrebbero rimanere in sospeso. Una circostanza già in parte prevista nei giorni scorsi dal Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. “La permanente conflittualità e la verosimile crescita dell’influenza russa veicolata dal rafforzamento di Haftar – si legge in un rapporto approvato lo scorso 19 agosto – non consentono al momento di registrare progressi positivi nel percorso verso la stabilizzazione del Paese, che avrebbe un’importanza determinante per gli interessi italiani, sia con riferimento alla gestione dei flussi migratori, sia sotto il profilo dell’approvvigionamento delle risorse energetiche”.

Il Copasir ha quindi puntato il dito soprattutto sulla Russia. “L’impegno della Russia in Libia rimane molto intenso – si legge infatti in un passaggio della relazione – in forza della presenza delle milizie del gruppo Wagner nella Cirenaica controllata dal generale Haftar”. Da Tripoli fonti diplomatiche hanno reso noto che, in merito agli scontri, più che sulla Russia i sospetti si concentrerebbero sull’Egitto. Di certo, con un’Italia relegata in seconda fila, a prescindere dai veri protagonisti della nuova escalation libica, Roma rischia di non godere della posizione ideale per difendere i propri interessi. E questo potrebbe voler dire, tra le altre cose, una maggiore impotenza nel contrastare il flusso migratorio illegale che ha nelle coste libiche la base di partenza.

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