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L’ira del premier Conte: il Pd decida cosa vuole

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la scelta

di Monica Guerzoni09 lug 2020

L'ira del premier Conte: il Pd decida cosa vuole

Mercoledì pomeriggio, nel sontuoso Palazzo de Amboage che ospita l’ambasciata italiana a Madrid, Giuseppe Conte è apparso ai giornalisti determinato sul fronte europeo, ma nervoso, spazientito, a tratti spavaldo e quasi esasperato per le polemiche sul fronte interno. La sentenza con cui la Corte costituzionale ritiene legittimo escludere Autostrade dalla ricostruzione del ponte Morandi sembrava destinata a ricompattare il governo, invece non ha fatto che riaprire le crepe. La tregua siglata giorni fa dal premier con Nicola Zingaretti è già incrinata.

Il premier, trapela da fonti di governo, è a dir poco adirato per l’atteggiamento del Pd e non fa nulla per nasconderlo. «Mi pressano e mi attaccano da tutte le parti – è il (cattivo) umore del presidente del Consiglio – Dicono che devo correre e chiudere i dossier, ma sono proprio i ministri del Pd che frenano sulla revoca». Raccontano che Conte sia molto infastidito per come Roberto Gualtieri e Paola De Micheli, Economia e Trasporti, stiano «tirando per le lunghe» una decisione che si trascina da due anni. «Bisogna decidere – incalza Conte a porte chiuse, seccato per la “figuraccia” del governo e fermo sull’ultimatum scandito a Madrid – Alla vigilia di un Consiglio europeo decisivo non possiamo permetterci questa barzelletta. E non sta certo a me condurre trattative e negoziazioni con Autostrade».

Al Nazareno non ci stanno e assicurano che, se qualcuno frena, di certo non è iscritto al Pd. Nelle stanze della segreteria ricordano che da mesi Zingaretti sprona Conte a darsi una mossa «perché col tempo le cose si incancreniscono e finisce che scoppia un casino». E ora che il casino è scoppiato, a Palazzo Chigi devono capire che «è Conte ad avere in mano il boccino».

Insomma, un ping pong che sta facendo saltare i nervi non solo al capo dell’esecutivo, ma anche ai ministri coinvolti e ai leader dei partiti. Matteo Renzi ha detto alla Stampa che cacciare i Benetton è facile a dirsi, quanto impossibile a farsi. Mentre i 5 Stelle la pensano all’opposto. Per Luigi Di Maio ci sono solo due strade: o la revoca della concessione ad Aspi, o l’uscita dei Benetton dalla società e la nazionalizzazione. E si litiga ancora sulla lettera della ministra Paola De Micheli al sindaco di Genova e commissario Marco Bucci, perché al ministero dei Trasporti spiegano che «è stata copiata pari pari da quella dell’ex ministro Toninelli, dove era scritto che il ponte sarebbe andato in gestione al concessionario del momento».

Nel M5S prevedono che «lunedì il Consiglio dei ministri sarà infinito». Conte ha fretta e lo ha fissato alle 9 del mattino, non solo perché Angela Merkel lo aspetta a Berlino. Ha fretta di liberarsi di un dossier che scotta e che sta minando la già fragilissima tenuta della maggioranza. «Lunedì è lontano, dobbiamo chiudere nel fine settimana», ripete ai collaboratori il premier, sperando che entro domenica i Benetton presentino una nuova proposta su tariffe, opere compensative, manutenzione e risarcimento («questa volta davvero convincente»), così che sul tavolo del Cdm non ci siano solo le carte della revoca.

«Conte sta esplodendo, non ce la fa più», conferma un esponente del M5S. E il problema è tutto politico. Sul piano tecnico infatti il premier non ha cambiato idea e continua a pensare che la revoca contenga «delle insidie giuridiche» che, in questi due anni, gli hanno ispirato prudenza. Il timore di Palazzo Chigi è un infinito contenzioso legale, unito allo scetticismo di Conte sulla capacità di Anas di gestire 3900 chilometri quadrati di asfalto.

E c’è un’altra spina, Alessandro Di Battista è tornato all’attacco e si dice «favorevolissimo alla revoca delle concessioni ai Benetton». Anche perché, distilla una goccia di veleno l’ex deputato stellato, «sono due anni che lo dicono anche il premier e il M5S». Il rimpallo di responsabilità sta diventando così imbarazzante che, a sera, il Pd prova ad allontanare i sospetti dal Nazareno. Per il sottosegretario Roberto Morassut, «il governo ha il diritto di valutare la revoca o una radicale revisione delle concessioni». Come a dire che non è certo il Pd a frenare. «Noi come Conte avremmo preferito la trattativa e non la revoca, per salvare i posti di lavoro e non finire dentro un contenzioso legale senza uscita – spiega un dirigente che lavora al dossier – Ma non faremo cadere il governo su Autostrade». Conte può stare sereno.

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