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L'inverno, il ritiro, la mobilitazione generale: le opzioni dello Zar in Ucraina

I bombardamenti a tappeto su “tutte le linee del fronte” vanno avanti da ieri. È questa la risposta di Mosca alla controffensiva ucraina che ha portato alla riconquista di città strategiche come Izyum, nell’oblast di Kharkiv, sbaragliando l’esercito russo. Gli scontri continuano ad andare avanti, e secondo Marco Di Liddo, analista geopolitico e responsabile del Desk Russia del Centro Studi Internazionali (CeSI), la prospettiva di un cessate il fuoco è ancora lontanissima.

Quali saranno gli effetti dell’avanzata ucraina nelle regioni dell’Est?

La controffensiva di Kiev va valutata su due settori, quello di Kherson, dove le forze ucraine dopo qualche risultato positivo si sono impantanate, e quello di Kharkiv dove invece c’è stata una disfatta totale delle truppe russe. Questo è accaduto perché le unità migliori delle forze di occupazione si trovavano proprio a Kherson, mentre Kharkiv è stata lasciata sostanzialmente sguarnita. Gli ucraini ora possono puntare a Donetsk e Lugansk, però lì il presidio russo è di qualità e di consistenza maggiore. Senza contare che allargare il fronte può essere pericoloso anche per Kiev. Al momento esiste la possibilità che la controffensiva ucraina vada avanti in modo importante, ma direi che la fine del conflitto non è ancora vicina.

Che tipo di reazione dobbiamo aspettarci da parte di Mosca?

Oggi il Cremlino ha davanti tre ipotesi. La prima è quella del ritiro incondizionato, che però è altamente improbabile visto che avrebbe conseguenze incalcolabili sul fronte interno. La seconda è di segno opposto e prevede una nuova escalation, magari invocando la mobilitazione generale per incrementare in modo massiccio la presenza in Ucraina. Ovviamente ci sono dei rischi sociali, economici e militari non indifferenti, visto che nessuno vuole andare a morire senza sapere come si guida un carro armato o come si spara. La terza, più probabile delle prime due, è invece quella di limitare i danni ed arrivare all’inverno. Con la stagione fredda, infatti, ci sarà un rallentamento fisiologico delle operazioni militari, la crisi economica in Europa si farà sentire di più e quindi la Russia potrà esercitare una pressione maggiore sull’Occidente e sulla stessa popolazione ucraina. L’esercito di Mosca potrà riorganizzarsi e lanciare una nuova offensiva in primavera. Certo, anche qui c’è il rovescio della medaglia. Sarà difficile per il Cremlino gestire questi mesi. E anche l’Ucraina, da parte sua, avrà il tempo di riordinare le truppe.

Un gruppo di politici locali ha chiesto le dimissioni del presidente, Putin è sempre più isolato?

Sicuramente non è più sereno come lo era lo scorso febbraio, ma è anche vero che scardinare un sistema di potere come il suo non è semplice. Gli scenari possono essere due: quello di una rivoluzione che sostituisca l’intero establishment, difficile da mettere in pratica visto che a Mosca non esistono opposizioni unite e credibili, oppure quello del sacrificio di un capro espiatorio per salvaguardare l’establishment stesso. Insomma, deve essere chiaro che un’eventuale destituzione di Putin non equivarrebbe necessariamente ad un cambiamento della politica russa. Questa equazione non è affatto scontata. Lo stesso Navalny, tanto per capirci, sul piano dei rapporti con l’Occidente verrebbe considerato un falco.

A minacciare Mosca però ora è anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov…

Kadyrov è pericoloso per il Cremlino nella misura in cui, percependo la debolezza del potere moscovita, decidesse di lanciare una nuova iniziativa secessionista. Sicuramente non ambisce a governare la Russia.

Quindi c’è il rischio di una disgregazione dello Stato russo?

Se la sconfitta militare per Mosca sarà pesante si potranno innescare meccanismi di questo tipo.

Quali sarebbero le conseguenze?

Per l’Europa sarebbe un disastro perché sarebbe chiamata non soltanto a gestire la ricostruzione dell’Ucraina e il processo di pace, ma anche a fare i conti con tutto ciò che la disintegrazione della Russia comporterebbe in termini economici, di sicurezza e di proliferazione nucleare. Sarebbe uno scenario da incubo, ma non possiamo escluderlo.

L’alternativa è portare i contendenti al tavolo delle trattative?

Tutti lo desiderano, ma al momento questa opzione è impossibile. Questo è un conflitto profondo a livello politico, culturale e simbolico. La soluzione negoziale è lontanissima.

Putin dice che la guerra economica dell’Occidente è fallita, è così?

Il presidente russo è molto astuto. Oggi può affermare una cosa del genere, anche perché il prezzo del gas è ai massimi storici e compensa la riduzione del volume dei flussi verso l’Europa. Ma le sanzioni avranno effetto sul medio lungo termine e se parliamo di investimenti europei o di esportazioni il quadro è davvero fosco. Pensiamo alla componentistica, ad esempio chip e semiconduttori, che la Russia importava dall’Europa. La mancanza di questi prodotti si farà sentire pesantemente sia a livello civile sia militare e porterà di fatto ad un arretramento del Paese. Nel breve le sanzioni possono fare più male all’Europa, ma a lungo andare faranno di sicuro più male alla Russia.

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