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L’eliminazione di al-Zawahiri, una vittoria di Biden promessa agli americani

Un drone statunitense ha ucciso il numero uno di al-Qaeda. È il cosiddetto over-the-horizon counterterrorism. L’analisi di Stefano Dambruoso, magistrato ed esperto di terrorismo internazionale, e Francesco Conti, ricercatore, Master’s Degree in Terrorism, Security and Society al King’s College London

Il 2 agosto scorso, il presidente statunitense Joe Biden ha annunciato l’uccisione di Ayman al-Zawahiri, il settantunenne leader di al-Qaeda, con un drone-strike della CIA, dopo mesi di sorveglianza, sia satellitare sia aerea, ma anche grazie a informatori sul posto. L’eliminazione di al-Zawahiri è stata la prima operazione condotta in Afghanistan dopo il completo ritiro delle truppe statunitense dal Paese terminato alla fine dello scorso agosto. Inoltre, rientra nella politica di lotta al terrorismo jihadista dell’amministrazione Biden, che in Afghanistan ha deciso di fare ricorso al cosiddetto over-the-horizon counterterrorism, cioè operazioni cinetiche mirate, per evitare che la nazione asiatica continui a ospitare minacce per la sicurezza nazionale statunitense, senza però avere una presenza militare sul posto.

Ovviamente, tali operazioni richiedono un eccellente lavoro di intelligence, anche per evitare la perdita di civili innocenti durante le operazioni antiterrorismo a mezzo drone, così come avvenuto per l’uccisione di al-Zawahiri, che non ha causato vittime collaterali. Secondo fonti talebane, l’emiro non era più coinvolto sul piano operativo ed era totalmente dipendente dai talebani, soprattutto per quanto riguardava i suoi spostamenti. Un annuncio che potrebbe essere però un tentativo per minimizzare il ruolo di al-Zawahiri ed evitare ulteriori critiche alla loro gestione della sua sicurezza. Infatti, al-Zawahiri, secondo l’intelligence americana continuava a fornire dettami strategici, anche per future operazioni contro gli Stati Uniti.

Subito dopo l’attacco, il regime dei talebani e il governo statunitense si sono accusati reciprocamente  di aver violato gli accordi di Doha del 2020 firmati prima del ritiro occidentale dall’Afghanistan. Il portavoce dell’Emirato islamico, Zabihullah Mujahid, ha accusato gli Stati Uniti di aver violato la loro sovranità secondo il diritto internazionale. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha invece accusato i talebani di aver volontariamente dato rifugio ad al-Zawahiri, che alloggiava in un quartiere centrale di Kabul, frequentato appunto dall’élite degli studenti coranici e soprattutto da coloro che erano più vicini a Sirajuddin Haqqani, l’attuale ministro dell’Interno dell’Emirato. Secondo gli accordi sottoscritti a Doha nel 2020 i talebani si sono impegnati a “non permettere che suoi membri, individui o gruppi, al-Qaeda compresa, possano utilizzare il territorio afgano per minacciare la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati”. I talebani dovrebbero così  impedire che gruppi terroristici utilizzino l’Afghanistan per reclutare nuovi membri, finanziarsi e organizzare attività addestrativa. Inoltre, è vietato ai talebani ospitare gruppi jihadisti, come sembra invece essere accaduto nel caso di al-Zawahiri.

La fazione Haqqani è quella storicamente più legata all’organizzazione fondata da Osama bin Laden, non solo dal punto di vista ideologico. Gli Haqqani hanno più di tutti fatto uso di foreign fighter e minorenni in operazioni suicide, rendendosi responsabili di molti attacchi kamikaze a Kabul, sia contro i militari afgani sia contro la coalizione internazionale. Anche l’attacco suicida di Kabul del settembre 2009, dove un’automobile piena di esplosivo (SVBIED ovvero suicide vehicle borne improvised explosive device) si infilò tra due blindati dell’Esercito italiano, prima di saltare in aria, causando la morte di sei soldati della Folgore, rientra nel modus operandi degli Haqqani.

Oggi per alcuni analisti non si può escludere che l’uccisione del leader di al-Qaeda possa anche essere il frutto di lotte di potere in seno al movimento talebano, che avrebbero portato a fughe di notizie,  a vantaggio dell’antiterrorismo statunitense. Infatti, il movimento talebano al suo interno vede alcune fazioni più vicine ad al-Qaeda e altre che non vogliono essere associate al terrorismo jihadista. Una divisione esistente già da prima dell’attentato dell’11 settembre, allorché alcuni membri della leadership talebana non condivisero la decisione dell’allora leader Mullah Omar di proteggere Osama bin Laden. Peraltro ancora oggi nella massima discrezione, gli statunitensi continuano a cooperare con i talebani per operazioni antiterrorismo contro lo Stato Islamico della provincia del Khorasan, nemico di entrambi.

Al-Qaeda Central non è, al momento, secondo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una minaccia immediata alla sicurezza internazionale, in quanto ancora priva di capacità operative per colpire al di fuori dei confini afgani. Inoltre, sembra che il gruppo avesse deciso di tenere un basso profilo, per evitare di mettere in imbarazzo i talebani nei confronti della comunità internazionale. La priorità odierna del movimento talebano è infatti quella di riacquisire legittimità politica a livello internazionale, anche a scapito del supporto diretto ai gruppi jihadisti. Il governo afgano ha necessità di recuperare la propria reputazione e normalizzare i rapporti con gli altri Stati, allo scopo di ottenere lo sblocco degli ingenti fonti congelati in seguito all’introduzione delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite. Fondi che servono per governare un Afghanistan in piena crisi alimentare. Oggi la Repubblica popolare cinese ha d’altro canto avviato progetti di sviluppo economico nel Paese e incrementato scambi commerciali bilaterali, a fronte della garanzia dei talebani di porre un freno ai militanti islamisti di etnia uigura in lotta da tempo con Pechino.

Ma chi era Al Zawahiri? Nacque da una benestante famiglia egiziana, che poteva contare fra le sue fila sia medici che importanti studiosi delle scienze coraniche. Nonostante la sua dedizione agli studi, abbracciò però fin da subito la militanza politica più estrema. Si unì infatti alla Jihad islamica egiziana, organizzazione terroristica che puntava a rovesciare il regime militare in Egitto e che spostò poi in Afghanistan durante l’invasione sovietica dove poteva contare solo su decine di membri ma aveva subito mostrato la sua capacità nella lotta armata, utilizzando attacchi suicidi e realizzando video commemorativi dei propri martiri, tecniche tutt’ora utilizzate da quasi ogni gruppo della galassia jihadista.

In Afghanistan, al-Zawahiri diventò il medico personale di Osama bin Laden, fatto che gli consentì di stringere un forte legame con il miliardario saudita. Infatti, secondo informazioni fornite da Jamal al-Fadl, “pentito” dell’organizzazione (divenne infatti informatore dell’FBI), al-Zawahiri era già un importante elemento di al-Qaeda tra il 1989 o il 1990. È stato soprattutto il principale architetto dell’affiliazione del GSPC (Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento) ad al-Qaida nel 2006, che trasformò il primo in al-Qaeda nel Maghreb Islamico, la prima costola ufficiale dell’organizzazione di bin Laden in Africa. Tale operazione di franchising, a distanza di 15 anni, è ancora molto importante per le dinamiche del jihadismo nel Nord Africa e soprattutto nel Sahel, dove al-Qaeda, nel corso degli anni, attraverso molteplici sigle affiliate (una su tutte JNIM) è riuscita a ottenere influenza politica a livello locale e lo sfruttamento di diverse attività economiche (anche legate ai traffici illeciti), utilizzando a proprio vantaggio l’endemica debolezza delle istituzioni di paesi come il Mali, il Niger, il Burkina Faso, il Nord della Nigeria.

Tale strategia, che vede al-Qaeda inserirsi nelle comunità del posto, fondendo conflitti di natura locale o regionale al jihad globale, nacque all’indomani delle Primavere arabe, ove proprio al-Zawahiri decise il cambio di rotta, evitando una fossilizzazione sugli attacchi contro l’Occidente, per far sopravvivere l’organizzazione, ormai decimata da un decennio di operazioni antiterrorismo a guida statunitense. Un approccio che portò però al-Qaeda a diventare un’organizzazione sempre più decentrata, con al-Zawahiri in grado solo di dettare linee strategiche di largo respiro, mentre i vari affiliati sparsi per il globo divennero quasi totalmente autonomi dal punto di vista tattico, operativo, finanziario e spesso anche propagandistico. Proprio la mancanza di controllo sulle operazioni sul campo portò però al-Qaeda, e quindi lo stesso al-Zawahiri, a subire la “defezione” delle milizie sotto l’egida di Abu Bakr al-Baghdadi e la nascita dello Stato Islamico, che per anni ha poi superato il gruppo di al-Zawahiri nel panorama del jihadismo mondiale, ottenendo un controllo territoriale realizzando spettacolari attentati contro l’Occidente, impensabili per l’al-Qaeda del dopo Osama bin Laden. Negli scorsi anni, il silenzio mediatico di Ayman al-Zawahiri aveva portato alcuni analisti a considerarlo deceduto diverse volte ma né gli Stati Uniti né la stessa al-Qaeda avevano mai confermato.

Con la conquista talebana dell’Afghanistan dell’agosto 2021, al-Zawahiri aveva invece aumentato la sua presenza mediatica, pubblicando diversi video propagandistici a cadenza abbastanza regolare, anche fino al mese scorso, dove cercava di galvanizzare i seguaci di al-Qaeda a proseguire con la lotta armata nei vari fronti del jihad, cavalcando l’onda del successo in Afghanistan. In particolare, in un video di aprile, l’emiro esortava ad intraprendere il jihad in India, territorio ove, nonostante i grandi numeri della comunità musulmana, l’ideologia qaedista non è mai riuscita veramente a decollare. Ed ora chi sarà il nuovo emiro alla guida di al-Qaeda?

Per gli analisti potrebbe essere Saif al-Adel, che era già stato leader ad interim nel 2011, prima della conferma di al-Zawahiri alla guida di al-Qaeda. Al-Adel, egiziano come lo stesso Zawahiri, può vantare un importante curriculum: egli è infatti un veterano del jihad armato, che ha iniziato a condurre dagli anni Ottanta, unendo la sua dedizione alla causa con abilità militari (al-Adel è infatti un ex membro dell’esercito egiziano). In Afghanistan, insieme a bin Laden e ad al-Zawahiri partecipò sia alla campagna contro i sovietici sia, dopo il ritiro di quest’ultimi, alla guerra civile per il controllo del Paese. Secondo fonti interne di al-Qaeda, al-Adel, a differenza di al-Zawahiri, fu contrario all’attentato dell’11 settembre, in quanto temeva una pesante reazione degli Stati Uniti, tale da portare al collasso di al-Qaeda in Afghanistan.

Altri aspiranti potrebbero essere Abu Ubaidah Youssef al-Annabi e Abu Ubaidah, che guidano rispettivamente al-Qaeda nel Maghreb Islamico e al-Shabaab, al momento gli affiliati più attivi e pericolosi dell’organizzazione, capaci di mantenere un sostenuto ritmo operativo e di controllare anche porzioni di territorio nelle loro zone di competenza. Infine, è stato fatto anche il nome del marocchino Abdal-Rahman al-Maghrebi, che dalla sua può vantare di essere il genero di al-Zawahiri e il direttore di al-Sahab (“La Nuvola”), la casa di produzione della propaganda di al-Qaeda, posizione raggiunta grazie alle sue abilità informatiche, fattore che potrebbe rivelarsi fondamentale per guidare un’organizzazione nel mondo odierno, dove la mediaticità fa la differenza. Con un al-Qaeda indebolita in Afghanistan dalla perdita di Zawahiri e da una possibile crisi successoria lo Stato Islamico potrebbe di fatto guadagnarci, dando inizio ad una nuova campagna offensiva di attentati contro chi detiene il potere nel Paese oppure spostando la stessa sul piano mediatico e dei social network, cercando di ottenere nuove reclute screditando gli storici rivali all’interno del panorama del jihad globale.

Secondo gli Stati Uniti, lo Stato Islamico della provincia del Khorasan non è da sottovalutare nemmeno per quanto riguarda possibili attacchi contro il “nemico lontano” (i Paesi occidentali). Infatti, il sottosegretario alla Difesa statunitense Colin Kahl aveva dichiarato, alla fine dello scorso ottobre, che le capacità di colpire obiettivi legati agli Stati Untii da parte del gruppo jihadista “potrebbero manifestarsi fra 6 e 12 mesi”. L’Afghanistan rimarrà quindi importante fronte della lotta al terrorismo anche nel prossimo futuro.

(Foto: Wikipedia)

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