Le storie vere di SanPa, Gianni di Napoli: Vincenzo davanti a me ha ammazzato dieci ragazzi al giorno, a parole, come faceva mio padre

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Raggiungiamo a telefono Gianni, lo ascoltiamo per quasi 30 minuti, la sua storia personale è a tratti incredibile ma purtroppo vera.

Ciao Gianni, quanti anni hai oggi?

Io oggi ho la veneranda età di 62 anni.

Di dove sei?

Io sono di Napoli, ma vivo in Toscana, a Pisa. A Pisa mi conoscono molto bene perché sul territorio continuo a occuparmi di tossicodipendenze e porto avanti insieme con altre persone un’associazione dove facciamo da filtro per San Patrignano e portiamo tanti ragazzi in comunità.

Quando sei entrato a San Patrignano?

Nel Novembre del 1987.

Com’era la tu situazione? Da dove venivi?

Avevo avuto altre esperienze di Comunità, sia in Francia che in Spagna, con esito ovviamente negativo. Poi ebbi occasione di conoscere il Narconon di Caserta anche lì fu un fallimento. La droga la prendevo, la vendevo, mi facevo. La mia vita era segnata. Ero al funerale di un mio amico, eravamo cresciuti insieme, questo ragazzo aveva fatto San Patrignano ma non ce l’aveva fatta. A quel funerale vidi per la prima volta Vincenzo Muccioli.

Come era morto questo tuo amico?

Erano gli anni dell’Aids. Lui si impiccò. Ma si impiccò fuori, non era in Comunità. Quando tornò a casa cadde in depressione e si impiccò. Al funerale vidi Vincenzo. Omone enorme. Fu il babbo del mio amico, che era amico di mio padre, a proporre di tentare la carta San Patrignano, nonostante la storia finita tragicamente del figlio. Ci ritrovammo io, mio fratello, mia sorella con il marito, mia moglie, a bussare alla porta di Vincenzo. Ci arrivammo dopo che una mattina morì mio fratello più piccolo, lo trovammo nel letto morto per overdose. Quella fu una scintilla che ci fece sbloccare. Il problema è che a quell’epoca non esistevano le associazioni. Non esisteva un modo per noi per entrare.

Quanti anni aveva tuo fratello?

Poco meno di 18 anni, Ciro.

In famiglia avevate tutti quel problema?

Sì. Praticamente casa mia non era una famiglia, era una piazza. Erano gli anni del boom dell’eroina. Eravamo tutti a Napoli e mia madre decise di fare una macchina e andare tutti su. Per quasi due mesi e mezzo sono stato davanti ai cancelli di San Patrignano per aspettare un colloquio con Vincenzo. La luce per me si era completamente spenta. Non avevo chissà quale prospettiva. Provai questa cosa come avevo provato le altre, senza nemmeno crederci tanto. Entrai. L’impatto che ebbi con Vincenzo fu abbastanza diretto, lui mi fece capire che in quel posto si faceva sul serio. Vincenzo mi chiese se mi piacevano i cavalli, io gli risposi che un posto valeva l’altro, l’importante era entrare. 

La cosa che più mi ha colpito fu l’affetto delle persone che mi incontravano. Vincenzo mi divise da mia moglie. La mia ex moglie. Perché poi ci siamo separati. Io rimasi a Rimini, lei andò a Botticella (provincia di Rimini, ndr), vicino Cesena. Capii subito che Vincenzo mi stava dando una chance, malgrado il mio passato lui credeva in me, mi stava spronando a tirare fuori il meglio. Così ho iniziato in Scuderia. Grazie a lui ho imparato l’ortopedia dei cavalli. Ero in clinica veterinaria. L’ha realizzata perché io gliel’avevo chiesta. Si, mi accontentò e realizzò una clinica veterinaria. Con i ragazzi dell’Università di Bologna, ricordo ancora il docente il prof. Pezzoli che ce li portava in clinica da noi. Io spiegavo ai ragazzi che cos’era la fecondazione artificiale, come si facevano le lastre ai cavalli. Grazie a Vincenzo mi ero ripreso un ruolo e vedevo risultati che crescevano giorno dopo giorno. Lui passeggiando con la sua Jeep vide mio figlio. Perché io poi ho avuto la possibilità di avere due figli. Lui lo ha fatto salire su a SanPa. Mi diede una casetta. E lì è nato il mio terzo figlio, Roberto, nel 1990.

A Natale, la piccola comunità di Botticella dove era mia moglie, circa una trentina di persone, veniva a passare il natale da noi tutti insieme. Lì l’ho potuta rivedere ma non la potevo frequentare. Vincenzo fece rimanere anche lei a Rimini, io in un settore lei in un altro. A distanza poi di mesi quando insieme abbiamo raggiunto obiettivi mi fece il regalo della casetta. Da lì io mi sono riconquistato, ho avuto modo di crescere dei figli, di imparare il mestiere. 

Quando sono venuto definitivamente via da San Patrignano, mio figlio Giuseppe, il più grande, che era cresciuto a San Patrignano, volle ritornare su, mi disse: ‘Io non ho nessun problema, non è che voglio tornare perché ho conosciuto le sostanze, ma quello è il posto dove ho passato gli anni più belli della mia adolescenza’. Così lo riaccompagnai su. Erano gli anni in cui c’era Andrea Muccioli, Vincenzo era già morto. E lui chiese ad Andrea di tornare lì, aveva la sua fidanzatina che studiava Farmacia e Andrea disse ‘Ok, ti do la possibilità di rientrare’. La sua fidanzatina si laureò, si sono sposati, sono tornati a vivere a SanPa. Mio figlio Giuseppe si è laureato in psicologia. Credo che questa sia una storia che abbia tante luci e poche ombre.

Tu hai avuto quindi un rapporto personale con Vincenzo Muccioli

Vincenzo quando scappava dall’ufficio aveva due posti dove si rifugiava: uno era la Scuderia e l’altro il Canile. Io facevo parte del famoso gruppo con cui siamo riusciti a vincere un campionato del mondo, ma non solo a vincerlo, siamo arrivati primi, secondi e terzi. Vincenzo me lo vivevo quasi ogni giorno. Quando arrivava il periodo in cui il figlio Giacomo finiva la scuola, ogni anno mi telefonava e mi chiedeva se poteva mandare suo figlio a fare un po’ di pratica in clinica veterinaria. Io dicevo ‘Ma Vincenzo sono io che devo chiedere a te e non tu a me’. E Lui: ‘No no, la situazione della Clinica ce l’hai in mano tu ed è giusto sapere se ti può dare fastidio o meno’. Pensa lui com’era. Me lo sono vissuto per anni. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di mollare tutto. Lui mi ha tenuto per un giorno interno sulla sua gamba come fossi un bambino, e io non mi potevo spostare perché pensava potessi scappare. Sai che mi venne a riprendere a Napoli? infatti dopo un po’ pensavo di aver messo a posto delle cose e lui mi disse. ‘Ok vai’. Dopo circa 5-6 mesi lui mi telefonò perché era ospite in una famosa trasmissione Rai a Napoli ‘Droga che fare’, mi fece arrivare davanti ai cancelli Rai di Napoli, disse che mi doveva parlare e alla fine mi ha riportato su. Come un padre che va a recuperare il figlio. E sono rimasto lì a SanPa fino al Novembre del ’94.

Hai visto la serie su Netflix? Che sensazioni hai avuto? Qual è stata la tua reazione?

La mia reazione è stata quella della maggior parte di noi, io mi sento ancora con tanti. San Patrignano era diventata enorme. Vincenzo aveva creato tante piccole comunità all’interno della Comunità. Secondo me aveva dato spazio a delle persone, mi riferisco ad Alfio Russo della macelleria, che trovandosi un potere che nessuno gli aveva mai conferito, ha commesso quello che ha commesso. Noi per anni abbiamo rispettato il dolore della famiglia Maranzano. Ci siamo spesso immedesimati in Giuseppe, il figlio di Maranzano. Non c’è stato un ordine da Vincenzo per commettere quell’obbrobrio. Anche perché Vincenzo con noi in Scuderia spesso si è confrontato su questo, più che parlare lui voleva sentire cosa ne pensavamo noi. Io sono arrivato che la Comunità ospitava circa 2.300 persone. Vincenzo custodiva segreti di ognuno di noi, quasi come quando vai dal prete e ti confessi mantenendo una reciproca fiducia. Quello che raccontavi a Vincenzo rimaneva tra te e Vincenzo, lui poi sapeva come poteva agire e risolverti. Problemi di ogni tipo, problemi con la legge, con la criminalità. Io ho avuto con me ragazzi che hanno militato nelle Brigate Rosse, fiancheggiatori. Ragazzi che sotto l’effetto di Roipnol (farmaco sedativo in uso negli anni ’70, ndr) hanno sparato in faccia a un carabiniere. Vincenzo, quando ha saputo e non ha saputo subito, si è trovato anche nella posizione di denunciare. Ma denunciare una di quelle persone che erano i famosi ‘rifiuti della società’ e a cui lui aveva provato a dare una mano, secondo me avrebbe anche creato una spaccatura all’interno di quella gente. Ne avrebbe perso la fiducia. Ho visto latitanti che erano in comunità e Vincenzo li custodiva perché voleva recuperare l’uomo prima del criminale. Con la serie si è voluto fare business, è stata montata ad arte. Montata per chi vuole vedere il male nelle cose e sono d’accordo con Red Ronnie che una cattiva notizia fa più notizia di una buona notizia.

Ho conosciuto anche la Natalia (Berla, ndr), quando ha frequentato la scuderia. La Natalia probabilmente oggi non sarebbe entrata a San Patrignano.

Perché?

Perché noi oggi, forse anche in base a errori del passato, quando ci sono persone che hanno bisogno di cure particolari, quando ci sono delle doppie diagnosi, preferiamo indirizzarli verso altri tipi di strutture. Natalia non so se era malata, ma so che era malata nello spirito, nel come lei affrontava quel posto. Io ho conosciuto molto bene la persona che la seguiva, la Francesca Febbraro. Ho vissuto a casa di questa ragazza. 

Ricordo che quella mattina la Francesca la fece venir fuori per iniziare l’ennesima giornata, ma Natalia non voleva affrontare quello che tutti noi affrontavamo in Comunità. Le chiese di sedersi fuori alla stanza perché gli altri ragazzi stavano ancora dormendo. Quello era l’orario che noi cavallari alle 6:30 circa uscivamo tutti, e andavamo a fare colazione. Noi che lavoravamo con gli animali ci svegliavamo prima. Ci siamo visti Natalia volare dalla finestra. Abbiamo sentito l’urlo di disperazione delle ragazze che hanno provato a trattenerla ma non ci sono riuscite.

La Natalia per noi fu la seconda botta. Ci ritrovammo tutti a fronteggiare una perdita, come una perdita in famiglia. Ho visto l’intervista della Monica della Lavanderia a Red Ronnie, lei è attualmente cieca. La conoscevo molto bene Monica. E lei ha detto una grande verità: ‘I lividi che gli avete trovato addosso erano i nostri che avevamo cercato di salvarla, di agguantarla, non perché era stata malmenata’.

Ricordi episodi particolari di violenza?

La violenza, è vero c’è stato qualcosa, è volato qualche schiaffo. Le uniche volte che ho visto Vincenzo avvicinarsi a qualcuno è stato perché i tossici in Comunità di quegli anni era difficile trattarli con i guanti bianchi. Ma da qui a dire che eravamo un lager assolutamente no. 

Vincenzo era l’unica persona in assenza di uno Stato. Oggi nel 2021 io sono a contatto per lavoro con operatori di Sert, psichiatri e psicologi. Ma la risposta di oggi alle tossicodipendenze è la stessa degli anni ’70-’80. Non c’è stato nessun passo avanti. All’epoca se parlavi di tossicodipendenza era una vergogna, oggi scusa il francesismo, dicono ‘Sono cazzi loro!’. Nessuno vuol sporcarsi le mani con questo problema. Oggi non è diminuito, anzi. Se fai un giro per San Patrignano oggi, la domanda per i minori oggi è in aumento. Si parla di ampliare le strutture per i minori.

Conoscevi altri personaggi della serie?

Walter (Delogu, ndr) l’ho conosciuto molto bene. È troppo facile raccontarla come l’ha raccontata lui. Ti porto un esempio, quando io chiedevo di voler unire la mia famiglia, Vincenzo prima di darmi quella benedetta casetta, che poi alla fine me ne ha date tre, c’è voluto del tempo. Vincenzo a me prometteva centomila cose. Il discorso che fa Walter non è né più né meno di quello che Vincenzo faceva a tutti noi. Però Walter si trovava in una situazione in cui sua figlia cominciava a crescere, la sua compagna voleva andare via e allora gli si sono affrettati i tempi. Visto poi il caso Maranzano, era troppo semplice portarsi un registratore, metterlo sotto il  sedile, fare certi discorsi a Vincenzo e farsi dire quello che ha registrato. Da una persona che architetta tutto questo avrei preso delle distanze, e mi riferisco all’opinione pubblica. Walter aveva tutto, non aveva bisogno. Aveva bisogno di creare quello che ha creato quando ha capito che forse non gli veniva concesso tutto quello che lui chiedeva. Però qui mi fermo perché poi coinvolgerei altre persone.

La tua opinione sulle parole registrate in quella cassetta?

Allora, Muccioli davanti a me ha ammazzato 10 ragazzi al giorno. A voce però, a parole. Come quando papà ci chiedeva di tornare a casa dopo che eravamo spariti, dopo che avevamo fatto danni ovunque, lui passava a recuperarci nelle questure. Ci diceva ‘Io vi ammazzo’. Anche mio padre poverino, che non c’è più, ci ammazzava tutti i giorni. Penso di averti risposto.

Il tuo messaggio a Vincenzo?

Nell’occasione del suo ultimo compleanno, il 6 gennaio, io ho scritto su Facebook una mia ipotetica telefonata con Vincenzo, eccola:

Sei vivo grazie a Vincenzo?

Io sono vivo innanzitutto grazie a me stesso. Ma la consapevolezza l’ho avuta grazie a Vincenzo. Io oggi se riesco a godermi tre figli stupendi è grazie a Vincenzo. Se riesco a portare un messaggio di speranza a tante famiglie è grazie a Vincenzo. Se entro in una scuola e parlo con docenti, professori, alunni è grazie a Vincenzo. Io a quest’uomo gli devo veramente ma veramente tanto.

Cosa fai oggi?

Mi occupo di logistica in Toscana, rappresento una grossa azienda di Milano. Sono il responsabile su Pisa e Livorno, ci occupiamo di somministrazione di pasti in tutte le caserme Folgore e nelle mense scolastiche. Quando finisco i miei orari mi dedico all’associazione, ai colloqui. Una volta a settimana, tutti i lunedì sera insieme con altri collaboratori ci dedichiamo ai genitori, alle famiglie. Insieme alla mia compagna Giada, lei si occupa soprattutto dei viaggi verso San Patrignano, il rapporto con i responsabili. Facciamo un lavoro di squadra, insieme con Corrado Galluzzi il presidente fondatore dell’associazione, mentre oggi io sono il presidente del gruppo Il Ponte, San Patrignano.

Grazie Gianni

Io tengo a precisare che se San Patrignano c’è ancora oggi, è ancora lì, è una realtà, è presente, è una realtà stupenda, c’è da sottolinearlo.

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