I voti per scegliere i candidati in vista delle elezioni di metà mandato hanno sortito risultati contrastanti per il futuro del Partito Repubblicano. Chi (non) ha vinto e chi si candida a guidare il “Trumpismo senza Trump”

È cominciata la corsa elettorale negli Stati Uniti. Le primarie di martedì, in vista delle elezioni di Midterm, hanno sortito risultati contrastanti e significativi per il futuro dei repubblicani americani. In alcuni Stati hanno vinto i candidati che sostengono l’ex presidente Donald Trump, mentre altri hanno preferito nomi più vicini alle linee tradizionali del Partito Repubblicano. Questo nonostante l’ex capo della Casa Bianca abbia cercato di ridisegnare il Gop a sua immagine, mettendo ai margini i suoi critici.

In Arizona, per esempio, il candidato incoronato da Trump per il Senato, Blake Masters, ha vinto le primarie, mentre nella corsa per il segretario di Stato ha vinto Mark Finchem, legato al gruppo di milizie di estrema destra Oath Keepers, una delle formazioni protagoniste dell’assalto a Capitol Hill. Ha perso invece Rusty Bowers, che si era opposto alle teorie sulla contraffazione delle elezioni e che aveva testimoniato davanti alla Commissione che indaga sui fatti del 6 gennaio.

In Kansas, è stata respinta una proposta di emendamento che avrebbe aperto la porta alla limitazione e al divieto di aborto, mentre il segretario di Stato Scott J. Schwab, repubblicano, si ripresenterà per la carica. Kris Kobach, ex segretario di Stato del Kansas di destra, ha vinto la nomina per le elezioni a procuratore generale.

In Michigan, Tudor Dixon, candidata sostenuta dall’ex segretario all’Istruzione Betsy DeVos, ha vinto le primarie come governatore. Ha perso Peter Meijer, uno dei 10 repubblicani della Camera che ha votato per l’impeachment di Trump, battuto dal favorito di The Donald, John Gibbs. Paul Junge, ex conduttore televisivo e pubblico ministero che ha lavorato nel governo Trump, ha vinto nell’ottavo distretto. Il procuratore generale Eric Schmitt ha vinto la nomination al Senato per il Missouri, battendo il trumpiano Eric Greitens.

Sul governatore della Florida, Ron DeSantis, stella nascente tra i repubblicani, l’ex presidente Trump comincia a riservare qualche dubbio (e gelosia). Non è stata ancora confermata nessuna delle due candidature; ognuno, per ora, è impegnato nelle elezioni di metà mandato, previste il primo martedì di novembre.

DeSantis è uno dei favoriti nei sondaggi tra gli elettori repubblicani, anche se all’inseguimento di Trump per qualche punto. La distanza però si sta accorciando con il trascorrere delle settimane. DeSantis è diventato un leader conosciuto in tutto il Paese, e la sua gestione nello stato della Florida, con idee conservatrici come la difesa della famiglia, il liberismo economico e la sicurezza nazionale, contribuiscono alla sua buona fama. Definito il portabandiera del “Trumpismo senza Trump”, il 43enne è stato celebrato per avere impedito l’obbligo delle mascherine nelle imprese, scuole e istituzioni pubbliche durante la crisi sanitaria, e per le sue posizioni pro life.

Le tensioni tra Trump e DeSantis sembrano riflettersi su molti punti, da ultima la copertura dell’emittente televisiva Fox, che durante la chiusura del congresso dei giovani repubblicani, Turning Point Usa Student Action Summit, non ha trasmesso il discorso di Trump in diretta, mentre invece ha dato spazio all’intervento del giorno prima di DeSantis dichiarandolo “l’uomo del momento”.

Trump sulla sua piattaforma Truth Social, ha scritto che “Fox & Friends”, il programma mattutino dell’emittente, era passato “al lato oscuro” per aver diffuso sondaggi sulla corsa elettorale per la presidenza nel 2024 che danno DeSantis avanti in molti Stati americani.