lapo-elkann:-«non-mi-vergogno-piu-di-quello-che-sono-e-ai-ragazzi-dico:-mettete-la-mascherina.-ho-brevettato-un-azzurro-per-l’italia»

Lapo Elkann parte a razzo: «Sto bene, sono combattivo, costruttivo, però preoccupato. Molto». Preoccupato per che cosa esattamente? «Non voglio entrare nelle polemiche. Faccio quest’intervista solo per parlare del mio libro che esce oggi». Finirà per parlare anche di Mario Draghi che gli piace molto e di Giuseppe Conte e altri che non gli piacciono per niente, dei giovani che non dovevano andare in discoteca e dei gestori di discoteche bramosi solo di arricchirsi: «Non per entrare nelle polemiche… Ma sono libero dentro e non riesco a non dire quello che penso». Il suo è un libro illustrato, da colorare, su bellezze e eccellenze d’Italia. W L’Italia insieme a Lapo è edito dalla Nave di Teseo, disegnato da Maria Cristina Costa e a cura di Valentina Rota. Il ricavato va alla Fondazione Laps, creata da Elkann per aiutare i giovani fragili o in difficoltà. «Che uno sia piccolo o adulto, colorare porta fuori il bambino che è in noi», spiega, «dà gioia, felicità. Stare sempre su smartphone e pc va bene, ma isola, mentre io vorrei che questo libro fosse un gioco fatto insieme da genitori e figli ed è dimostrato che colorare aiuta la creatività. Io lo faccio ogni giorno»..

E cosa colora?

«I miei disegni di macchine, orologi, occhiali… Ho brevettato un azzurro che ricorda la Nazionale. La Color Therapy, a seconda dei colori, cambia l’umore».

L’azzurro «Lapo» come lo cambia?

«Ispira mare, cielo, infinito, Italia, il Paese che amo di più al mondo. Ora, l’idea da cui sono partito è che noi italiani dobbiamo essere i primi ambasciatori del nostro Paese, siamo più bravi a farlo di tanti che ci rappresentano».

Questo la preoccupa: la rappresentanza politica?

«Meglio che parli delle mie tavole illustrate: ci sono tutte le Regioni, è come un viaggio in macchina, con la playlist selezionata dal Deejay Stefano Fontana. L’unica nota positiva del Covid è che abbiamo riscoperto le vacanze italiane. Io ho fatto vacanze lavorando, ma al 99 per cento italiane».

È stato in tutti i posti disegnati?

«Sono stato ovunque, amo ogni nostro angolo, mi sento italiano anche se sono nato in America e sono mezzo francese, mezzo cattolico e mezzo ebreo. Però, a 18 anni, ho disdetto la cittadinanza americana e le mie aziende pagano le tasse qui».

Un luogo del cuore?

«Prima città Torino, perché c’è mio fratello, per mille ragioni. Poi amo Napoli con tutto il cuore, mia nonna Marella era napoletana, ci vado spesso. E ho un debole per Palermo. In un ristorante all’aperto che, a vederlo, non gli dai un euro ho fatto una cena meravigliosa proprio con John: per strada, su sedie di plastica, ho mangiato il miglior pesce della vita. L’autenticità dell’Italia si sente tantissimo nel cibo. Io, se penso all’Emilia, penso ai tortellini, penso al ristorante Montana vicino alla Ferrari, penso a moltissime cose che mi fanno felice».

La copertina del libro
La copertina del libro

La Milano in cui vive la fa felice?

«Se dicessi che la amo, sarei ipocrita: è efficiente per lavorare, ma non mi trasmette allegria. Sto riflettendo se trasferirmi altrove. Ora, poi, ci sono appena stato tre giorni e sembrava il deserto dei tartari».

Il sindaco Sala ha invitato i milanesi a smettere lo smartworking, se no la città muore.

«Se non ci fosse stata Letizia Moratti, Milano non avrebbe avuto l’Expo e il fervore e la vitalità i cui meriti se li sono presi altri. Ora, sul Covid, sia il sindaco sia il governatore Fontana non hanno dato i messaggi giusti al momento giusto. La mia è un’opinione da comunicatore».

La crisi economica post Covid farà dei giovani una «generazione perduta»?

«Mario Draghi l’ha detto cento volte meglio di come posso dirlo io. Auspico diventi presidente del Consiglio o della Repubblica. Io, da un lato, sono preoccupato per i giovani, dall’altro, dico: state più attenti. Troppi ignorano le mascherine, si ammassano nelle discoteche, pensano che il Covid non li tocchi».

Questo detto da uno che ama divertirsi?

«Detto da uno che ha imparato che civiltà e responsabilità significano prendersi cura di sé e anche degli altri. Agli incivili che ho visto fare movida col rischio di portare il Covid ai nonni, dovrebbero dare multe enormi. E certi gestori di locali hanno pensato solo a fatturare».

Toccava a loro separare i ragazzi in pista?

«Servivano più controlli e meno avidità. Chiudere le discoteche è stato giusto. Il tema più duro, però, è la riapertura della scuola: non dare ai giovani cultura è più grave che non dare discoteche. Oggi vedo parole, date, ma l’unico discorso interessante sul futuro che ho sentito non è di Grillo, di Di Maio, neanche di Conte, ma di Draghi. Vorrei più Draghi e meno Grilli».

La sua Fondazione ha aiutato seimila minori con disturbi dell’attenzione e formato 600 docenti a relazionarsi con loro. Quanto ha influito in questo progetto aver sofferto di disturbi simili?

«Io ho un’iperattività sia mentale sia fisica e, trent’anni fa, erano problemi poco conosciuti. Non riuscivo a concentrarmi, ero anche dislessico. Ho perso due anni a scuola, ho avuto difficoltà all’università e questo mi ha fatto sentire meno dei miei amici e spinto a voler dimostrare che ero di più. Ora ci sono tanti modi, come la terapia Emdr, per aiutare i bambini a incanalare l’energia nella direzione giusta. Io l’ho messa nei posti giusti e nei posti sbagliati e, se posso aiutare qualcuno a cavarsela diversamente, ne sono felice. A settembre, annunceremo progetti di altro tipo. Uno a Napoli, a Scampia, per stimolare i ragazzini che spacciano già a 11 anni. Se posso dare una mano, non ho paura di andare nei territori di camorra. E altri progetti andranno incontro alla crisi post lockdown, alle persone licenziate. Prima, avevo la bulimia creativa che era un modo di colmare i miei traumi dell’infanzia, ora, ho la bulimia di aiutare gli altri».

Lei ha vissuto overdosi, incidenti, scandali, è finito in coma due volte: come è riuscito a rialzarsi sempre?

«Ho imparato ad accettare i miei punti deboli e a chiedere aiuto. Ho capito che non si vince mai da soli. Tutti hanno fragilità, tutti soffrono, tutti hanno cadute e la chiave è non vergognarsi. Io ne ho avute tante di cui si è parlato ovunque. Mi fa piacere? Certamente no e mi ha fatto soffrire, ma ora ho l’enorme vantaggio di non avere niente da nascondere. Non mi vergogno più di quello che sono, non devo ingannare me stesso e non devo far finta di essere chi non sono».

Chi è, oggi, Lapo?

«Uno che lotta ogni giorno perché ogni giorno ci sono complessità, tristezze, criticità, amici che muoiono. Sono uno che, come tutti, ha buchi emotivi, ma che ha smesso di credere al mito del superuomo: io sono stato pessimo a chiedere aiuto e ad accettare la mia fragilità, perché nella mia cultura, italiana e familiare, l’uomo non deve piangere né essere debole. Ora, sono uno che ha pochi amici molto buoni a cui so chiedere aiuto. Perché, se non sai chiederlo, ti fai male. Poi, sul lavoro, devo la creatività alla mia sensibilità, che è una manna, ma che nel quotidiano è un inferno perché senti tutto, risenti di tutto. Sono uno che prova ogni giorno a fare la differenza con gentilezza e determinazione e che aborre l’arroganza e detesta i capetti che abusano del potere».

Lei è credente?

«Credo in Dio, ma posso pregare in chiesa come in sinagoga, sono più spirituale che religioso. Pratico il buddismo, apre prospettive che avvicinano agli altri e mi aiuta a stare meglio con me stesso. E, da un anno, medito. Quando me l’hanno proposto, ho riso: essendo iperattivo, non pensavo di riuscirci, invece, mi ha cambiato la vita. Faccio visualizzazioni per rilassarmi e sleep hypnosis per addormentarmi».

Come sta dopo l’incidente di dicembre a Tel Aviv?

«Molto bene, e il merito va a un bravissimo fisioterapista portoghese che mi ha presentato Cristiano Ronaldo: Antònio Gaspar. Tutte le parti del corpo colpite funzionano alla grande, solo il piede destro va meno bene, devo lavorarci ancora».

Tornerà a sciare?

«Sembro uno che molla?».

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