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L'annuncio della Russia: domani l'annessione dei territori ucraini

Il presidente russo Vladimir Putin ha deciso: domani, alle 14 ora italiana, sarà ufficializzata l’annessione dei territori ucraini occupati alla Russia. Ad annunciarlo è stato lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Come riportato dall’agenzia russa Ria Novosti, Peskov ha detto ai giornalisti che la firma dell’annessione si terrà con una cerimonia al Cremlino, nella Sala di San Giorgio, con un discorso dello stesso Putin. Un formato che lo stesso portavoce del presidente ha definito “diverso” rispetto a quello che era previsto: cioè il messaggio del presidente all’Assemblea federale. Messaggio che sembra che sarà solo in una fase successiva.

A margine della cerimonia – almeno stando al programma che si inizia a conoscere dalle agenzie russe – Putin incontrerà i capi delle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, e i leader delle nuove realtà di Kherson e Zaporizhzhia. Un modo che sembra sottolineare la personalizzazione della guerra da parte del capo del Cremlino, che vede in questo gesto formale anche una concretizzazione della sua gestione del conflitto dopo settimane in cui l’opinione pubblica è apparsa sempre meno convinta della cosiddetta “operazione militare speciale” e i “falchi” speravano in una svolta ancora più violenta e massiva dell’invasione.

L’Unione europea sul punto è già stata particolarmente netta. “Non accettiamo i referendum farsa e non accetteremo mai nessuna annessione dei territori ucraini occupati. Abbiamo già annunciato il nuovo pacchetto di sanzioni a causa di questi referendum” ha detto la portavoce della Commissione europea, Dana Spinant. E su questa linea sono tutti i Paesi membri dell’Ue ma anche quelli dell’Alleanza Atlantica.

Se il mancato riconoscimento della comunità internazionale è un elemento dato per scontato, sia dal punto di vista politico che da quello del diritto internazionale, quello che in questo momento rileva è l’importanza sostanziale (e strategica) di questa annessione voluta fortemente da Putin

Sul punto, è importante sottolineare almeno due aspetti. Il primo è di natura militare. Poiché da parte russa quei territori non saranno più considerati formalmente né ucraini né indipendenti, questo comporta che qualsiasi attacco su quelle aree verrà considerato automaticamente un attacco alla Federazione Russia. La conseguenza più diretta di questo punto è il rischio che Putin possa giustificare una reazione anche non proporzionata all’attacco semplicemente perché a essere colpita sarebbe la Russia stessa. La dottrina strategica di Mosca, e in particolare la dottrina nucleare, su questo punto sono abbastanza nette e lasciano un certo margine su come interpretare questo tipo di eventualità. Ed è chiaro che una minaccia diretta alla sicurezza della Federazione (ipotesi prevista proprio dalla dottrina) potrebbe essere una condizione sufficiente per una ulteriore escalation di natura militare. Fino anche all’ipotesi remota, ma pur sempre tremendamente attuale nella comunicazione, dell’utilizzo di un’arma nucleare.

Il secondo elemento da tenere in considerazione è la diversa interpretazione che può essere data a questo nuovo sviluppo dell’invasione, che è passata dal riconoscimento dell’autonomia (fittizia) delle autoproclamate repubbliche popolari fino ai referendum per l’annessione alla Russia. La svolta politica, unita alla mobilitazione parziale delle truppe e alla chiusura dei confini per evitare la fuga dei renitenti alla leva, viene letta da molti analisti occidentali come un segnale di debolezza di Putin. Quanto avviene al fronte non sarebbe affatto positivo per Mosca, e per questo, dicono gli esperti, il capo del Cremlino starebbe giocando una partita più propagandistica che concreta e che di fatto rivela una natura “conservativa”. Il fronte non può avanzare e la controffensiva ucraina a Karkhiv avrebbe sostanzialmente azzerato le prospettive di una nuova spinta delle forze russe verso ovest. Anche la mobilitazione di centinaia di migliaia di uomini (Sergei Shoigu, ministro della Difesa, ha parlato di 300mila coscritti ma l’impressione è che sia un dato inferiore a quello reale) appare come una testimonianza ulteriore delle perdite subite dalle forze russe dall’inizio dell’invasione.

D’altro canto, il punto di vista del Cremlino appare certamente diverso: quella che Putin continua a ritenere una “operazione militare speciale” aveva e ha come obiettivo primario la liberazione del Donbass e di altre aree tendenzialmente sovrapponibili alla “Nuova Russia”. L’annessione sarebbe quindi il primo segnale di un obiettivo raggiunto: cosa che visto l’andamento della guerra potrebbe anche essere il frutto di un’accelerazione politica per dire di essere pronto (più o meno segretamente) a trattare.

Del resto, come sottolineato anche dal Corriere della Sera, a giugno lo stesso presidente russo aveva ridotto le prospettive dell’attacco dicendo che “lo scopo finale è stato fissato nella liberazione del Donbass, nella difesa di quelle popolazioni e nella creazione delle condizioni che garantiscano la sicurezza della stessa Russia”. Con la firma di domani, il primo punto di questo “programma” di guerra di Putin sarebbe stato raggiunto e forse anche il secondo. Sul terzo, invece, tutto dipenderà dal negoziato con l’Occidente. Ma è chiaro che in questo momento sembra difficile che la Nato possa cedere alle richieste di “garanzie di sicurezza” avanzate da Putin e dal suo governo già prima dell’invasione.

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