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L'altra carta nucleare della Russia: il ruolo delle centrali e la sfida globale

In riferimento alla Russia, il nucleare è utilizzato ormai in larga parte per raccontare quella che è indubbiamente la minaccia più grande per l’Ucraina e per il mondo: la possibilità che Vladimir Putin decida di alzare l’asticella dello scontro lanciando un qualsiasi tipo di ordigno atomico. Tattico, strategico, “sporco” o semplicemente un test, la possibilità che il Cremlino imprima una svolta nucleare al conflitto iniziato a febbraio è un tema che impegna tutte le cancellerie mondiali, dal momento che non solo rischia di riscrivere gli equilibri strategici mondiali ma anche di modificare in maniera radicale il corso della guerra.

Se questo è un punto essenziale per la cronaca bellica ma anche per comprendere gli sviluppi della diplomazia mondiale, c’è però un altro binario – sempre del nucleare – che dalla Russia procede spedito nonostante l’isolamento da parte occidentale. Questo binario è rappresentato dal nucleare civile, e in particolare da tutti quegli accordi internazionali gestiti dal colosso russo Rosatom, con cui Mosca riesce a mantenere una fitta rete di interessi che superano anche l’evidente difficoltà nel trattare con il gigante eurasiatico. Come scritto su Il Domani, si tratta infatti di uno degli assi su cui si poggi il “peso energetico russo”, che è “una delle armi di soft power in mano a Vladimir Putin per esercitare pressioni nei confronti di paesi che hanno bisogno del sostegno energetico di Mosca”.

Il problema è sorto soprattutto con la guerra in Ucraina poiché, con l’aumento delle sanzioni nei confronti di Mosca, il settore energetico è stato certamente quello più rilevante per gli equilibri economici internazionali, non solo russi. Tuttavia, se la questione degli idrocarburi è stata quella più importante perché andava anche a interessare in modo più sensibile l’opinione pubblica europea, il fronte del nucleare è stato ampiamente sottovalutato, se non quasi messo da parte rispetto a quello di gas e petrolio. In questo senso, una spiegazione è stata fornita al portale Fdi Intelligence da Paul Dabbar, CEO di Bohr Quantum Technology e ricercatore presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University. “Rispetto al gas naturale e al petrolio, che sono materie prime che puoi acquistare praticamente da qualsiasi luogo, il nucleare è un mercato molto più ristretto”, ha detto, “con l’energia nucleare, le catene di approvvigionamento sono significativamente più fragili e le opportunità di sostituzione sono molto minori. Quindi, quando sanziona un paese, stai effettivamente sanzionando l’unica azienda in grado di fornire determinati servizi”.

Il virgolettato serve a spiegare in modo molto sintetico, ma abbastanza esaustivo, il motivo per cui Rosatom continua a fare affari nonostante il graduale ampliamento delle sanzioni nei confronti dell’energia russa. E questo è ulteriormente confermato da un altro fattore: oltre a essere un fondamentale, per quanto non unico, esportatore di uranio, la Federazione è anche uno dei principali fornitori di tecnologia per gli impianti nucleari. E questo è punto forse anche più centrale nella diplomazia dell’atomo russa rispetto a quello delle “semplici” materie prime.

Gli ultimi esempi che giungono dalla cronaca ci danno un quadro di come questa fornitura tecnologica e di conoscenza sia fondamentale nei rapporti diplomatici del Cremlino. In queste settimane, è giunta la notizia che Rosatom è in fase di trattativa con i partner turchi per partecipare alla costruzione di una nuova centrale nucleare a Sinope, sulle coste del Mar Nero. Sempre in Turchia, il governo di Recep Tayyip Erdogan ha confermato che le sanzioni non bloccheranno la realizzazione di un altro progetto nucleare, la centrale di Akkuyu, sempre finanziata e compartecipata dal colosso di Mosca. Alcuni giorni fa, invece, è arrivata la notizia della firma di accordi tra Russia e Marocco nel campo dell’energia nucleare, con la stessa Rosatom ad aver firmato contratti che non saranno solo utili all’esplorazione di giacimenti di uranio ma anche alla formazione del personale delle centrali nucleari. Nel frattempo, la stessa azienda russa ha confermato gli accordi con il Bangladesh per fornire materiale fissile e tecnologia per la costruzione degli impianti nucleari. Tutto questo senza dimenticare che la centrale nucleare di Bushehr, in Iran, è stata costruita grazie a un accordo con la Russia che ha fornito a Teheran il reattore nucleare.

Tutto questo ha chiaramente dei risvolti politici non indifferenti, al punto che gli analisti considerano la posizione del Paese esportatore addirittura più influente di quella di chi esporta solo idrocarburi. Il motivo è dato infatti dal tipo di accordi che vengono siglati: perché un Paese che non possiede impianti nucleari ha bisogno di uranio, tecnologie, personale in grado di realizzarlo e a sua volta personale in grado di gestirlo. Creare dal nulla un intero settore non è semplice, e questo comporta che se il Paese fornitore, in questo caso la Russia, conclude accordi sulle centrali nucleari con un altro Stato, il fornitore ha di fatto il pieno controllo su quelle infrastrutture critiche. Un tema cui si deve aggiungere anche il finanziamento di queste centrali ripagato naturalmente dal Paese importatore.

Questo sistema di interessi è causa ma anche conseguenza di scelte molto chiare in politica estera. Da un lato è il frutto di relazioni stabili costruite in questi anni dal Cremlino e dai Paesi fuori dallo zoccolo duro del blocco occidentale. Dall’altro lato diventa anche una ragione per cui alcuni Paesi non hanno né voglia né possibilità di tagliare i punti con Mosca.

Questo si può vedere nello spazio post-sovietico in maniera sicuramente più lampante. Come spiegato da Mattia Baldoni in un approfondito report (“La diplomazia del nucleare russo nello spazio post-Sovietico”) Rosatom è particolarmente attiva in quello che un tempo era l’Unione Sovietica perpetrando “le politiche di soft power, influenza e controllo di Mosca in quello che viene definito bližnee zarubež’e, il vicinato degli interessi strategici russi”. Sul punto, è interessante notare come l’Ucraina, nel suo progressivo distacco dall’influenza russa, abbia proprio perseguito nello sganciamento del colosso nazionale Energoatom dall’uranio e dai rapporti di Rosatom andando a pescare nel mercato occidentale e, in particolare, nordamericano.

Diverso il discorso per la Bielorussia, per alcune repubbliche dell’Asia centrale così come per l’Armenia, che in larga parte possono soddisfare il proprio fabbisogno energetico grazie a impianti in cui la Russia ha un peso fondamentale. In Asia la Cina cerca di scalfire questo potere di influenza moscovita. Ma per altre aree dell’antico impero, l’importanza di Rosatom resta ancora una direttrice imprescindibile della politica russa. E a sua volta della politica esteri dei Paesi interessati a non spezzare i legami con il Cremlino.

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