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L’addio di Berlusconi a Palazzo Grazioli, incubo di Fini e dimora storica della Seconda Repubblica

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Da quello che anni dopo sarebbe diventato lo studio di Silvio Berlusconi – e che si sarebbe trasformato nel reparto di ostetricia per eccellenza della Seconda Repubblica, che ha visto nascere governi, alleanze politiche di ogni ordine e grado, trame nazionali e internazionali, nomine per le aziende di Stato, inchieste della magistratura, sceneggiature di film, in ordine rigorosamente sparso – il giorno di San Valentino del 1978, il figlio del proprietario di casa alza il telefono e chiede di farsi passare il settore “annunci pubblicitari” de «Il Tempo». Davanti a sé, proprio sulla scrivania che poi sarebbe stata ereditata del Cavaliere, un foglietto di carta con una frase che l’uomo sta per dettare al telefono perché venga pubblicata sugli annunci del quotidiano romano. «Gambero rosso tutte le specialità marinare, pranzo a prezzo fisso, lire 1500».

L’uomo si chiama Giulio Grazioli ed è il figlio del duca Massimiliano Grazioli Lante, che da poco più di tre mesi – per la precisione dal 7 novembre del 1977 – si trova nelle mani della Banda della Magliana. Non c’è nessun gambero, nessuna specialità marinara, nessun pranzo, dietro quel messaggio. C’è però un prezzo fisso, quello sì: un miliardo e mezzo di lire (lire 1500 voleva dire questo) che la famiglia pagherà per riavere il duca. Che però, ma questo lo si sarebbe scoperto dopo, al momento in cui avviene la telefonata è già stato ucciso. Senza quel clamoroso fatto di cronaca, e l’incredibile scia di sangue a cui avrebbe dato origine, visto che il miliardo è mezzo della famiglia Grazioli furono il capitale sociale versato alla fondazione della Banda della Magliana, probabilmente la storia di quel Palazzo e Silvio Berlusconi non si sarebbero mai incrociati.

Sarebbe stato proprio Giulio Grazioli a cedere in affitto il piano nobile dello stabile al presidente di Forza Italia, l’inventore della Seconda Repubblica che nel 1995 – qualche mese dopo il ribaltone che l’aveva estromesso da Palazzo Chigi – prende quindi dimora nel triangolo delle Bermude dell’amata-odiata Prima. Centosessanta metri dagli scheletri della dc di Piazza del Gesù, duecentoquaranta dai fantasmi dei comunisti di Botteghe Oscure, quattrocento dal luogo in cui le Br avevano fatto trovare il cadavere di Aldo Moro. Quando entra da affittuario nel piano nobile di Palazzo Grazioli, Berlusconi viene considerato un uomo politicamente finito. E invece da lì, nel giro di qualche anno, demolirà la bicamerale di Massimo D’Alema, riannoderà il fili dell’alleanza con Umberto Bossi, tornerà al governo nel 2001 e dopo ancora nel 2008.

Tutte tappe preparate nel corso di riunioni infinite, col tempo scandito dalle penne tricolori del cuoco Michele e dalle mozzarelle di bufala, con un angoletto destinato a fare da “magazzino” di cravatte e foulard griffati Marinella (oggi ha cambiato fornitore), omaggi per i gentili visitatori della casa. La decadenza dei selfie in bagno e le incursioni di Patrizia d’Addario sarebbero arrivati dopo, molto dopo. Come molto dopo, anno 2009, sarebbe arrivata la convivenza condominiale con la tv satellitare messa in piedi dall’associazione Red di Massimo D’Alema. Anche la storica rimozione della fermata dell’autobus di fronte all’ingresso di via del Plebiscito sarebbe arrivata tardi, 26 dicembre 2009, motivata da un asettico comunicato dell’Atac, la municipalizzata del trasporto urbano capitolino: «Da questa mattina sarà soppressa in via del Plebiscito la fermata delle liee bus 30, 62, 63, 64… L’intervento ha l’obiettivo di fluidificare il traffico per ragioni di sicurezza, legate alla vicinanza della residenza del Presidente del Consiglio».

Prima, inizio anni Duemila, Grazioli diventa l’incubo di Gianfranco Fini, all’epoca fumatore accanito, che sperimenta la ritrosia del padrone di casa nei confronti delle sigarette accese dentro casa. Rivelerà anni dopo l’ex presidente della Camera di essere piombato furibondo «a casa di Berlusconi in piena notte e di aver acceso una sigaretta; la cenere mi cadde sul tappeto e tutti gli altri, Berlusconi compreso, la fissavano terrorizzati, come se quello di cui parlavamo avesse meno importanza». Non si contano gli addetti ai call center delle televendite di Mediaset che l’allora premier prendeva d’assalto quando di notte, insonne, si innamorava di un set di coltelli visto in tv e chiamava per comprarlo. «Lei è il signor? Dove li spediamo?». «Berlusconi Silvio, via del Plebiscito, Roma». E dall’altra parte del telefono, soprattutto le prime volte: «Ma cos’è, uno scherzo?». L’inerme Palazzo Grazioli scrive anche capitoli decisivi della storia, come dire, più contemporanea. Il 3 agosto del 2013, quando riceve la notizia della condanna in via definitiva, Berlusconi si trova là dentro. Sotto casa, il gruppetto di ultras noto alle cronache come «L’Esercito di Silvio» aspettava la sentenza trepidante. Leggendario l’errore in cui incorre lo sparuto gruppo di sostenitori, che ascolta alla radio la lettura del dispositivo della Cassazione e lo scambia per una sentenza di assoluzione. «Andate a festeggiare più in là», scandiscono i vigili. Da festeggiare c’era ben poco. Tempo qualche ora e Berlusconi si sarebbe affacciato a benedire la rabbia dei sostenitori di Forza Italia, che accorrono sotto Palazzo Grazioli chiedendo a gran voce l’uscita degli azzurri dal patto col Pd e quindi dal governo Letta.

Scena che si ripete dopo l’estate, quando il Senato vota la decadenza dell’ex premier e si innesca un meccanismo che porta all’arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Ora tutto si sposta più in là, sull’Appia antica, dove Berlusconi abiterà nella villa di Franco Zeffirelli acquistata vent’anni fa. Portandovi cravatte, foulard, coccarde di Forza Italia, gadget impolverati, bandiere, coltelli. E cappelli pieni di ricordi, come nella canzone di De Gregori.

29 giugno 2020 (modifica il 29 giugno 2020 | 18:29)

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