La storia di padre Swamy, in cella da cento giorni a 83 anni

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Mondo

16 Jan 2021 20:30 CET

Il gesuita indiano è rinchiuso nel carcere di Taloja a Mumbai con l’accusa di sedizione a danno dello Stato

Il gesuita 83enne Stan Swamy è da 100 giorni rinchiuso nel carcere di Taloja a Mumbai, con l’accusa di sedizione a danno dello Stato. «Il suo arresto passerà agli annali dell’oscura storia dell’India come uno degli atti più brutali dello Stato», scrive in una nota inviata all’Agenzia Fides, il confratello gesuita padre Cedric Prakash, tra i promotori di una iniziativa di sensibilizzazione e protesta.

Sacerdote gesuita, padre Stan, «ha dedicato 35 anni della sua vita lavorando per la dignità e lo sviluppo degli adivasi di Jharkhand. È triste vedere che invece di ricevere una ricompensa, gli è stata inflitta una punizione e incarcerato», continua padre Prakash. I Gesuiti indiani, accanto a oltre cento gruppi della società civile in India, hanno organizzato congiuntamente una iniziativa di solidarietà con padre Stan, chiedendo il rilascio immediato del gesuita e quello di altri 15 attivisti arrestati nel caso di cospirazione che lo vede tra gli accusati.

«La polizia del Maharashtra e la National Investigation Agency (Nia), la task-force antiterrorismo, hanno cercato impunemente di soffocare e mettere a tacere le voci democratiche di dissenso attraverso false accuse e persecuzioni dei difensori dei diritti umani», si legge nella nota. L’accusa sostiene che tutte queste 16 persone, tra le quali padre Stan, stessero collaborando con il partito maoista, formazione illegale, che vuole rovesciare il governo eletto dello stato. I vari enti e le organizzazioni coinvolte chiedono: giustizia per padre Stan Swamy e per altri 15 arrestati, con l’immediata liberazione; il fermo e l’arresto dei veri autori delle violenze avvenute il 1 gennaio 2018 negli incidenti di Bhima Koregaon, l’abrogazione della draconiana legge «Unlawful Activities Prevention Act» (Uapa), in base alla quale gli attivisti sono in carcere. La sensibilizzazione, compiuta soprattutto attraverso eventi online e dirette sui social media, proseguirà fino al 26 gennaio, Festa della Repubblica, come parte della «campagna collettiva per enfatizzare i valori sanciti nel Preambolo della Costituzione».

I Gesuiti indiani, insieme con una rete internazionale della società civile, si erano già rivolti all’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani per chiederne l’ «immediato rilascio» di padre Swamy e degli «altri difensori dei diritti umani in India, ingiustamente detenuti».