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La politica Covid-zero funzionale alla strategia anti-occidentale di Xi – Federico Punzi

Ci giungono in queste ore dalla Cina rare immagini di cittadini e lavoratori che si ribellano ai lockdown decisi dalle autorità. Non sapremmo dire se rare perché rare sono le proteste da quelle parti, o – più probabilmente – perché è raro che le immagini giungano fino a noi.

La Cina Popolare è da anni impermeabile ai media e alle intelligence occidentali, che ammettono di non conoscere molto di ciò che accade veramente.

La rivolta di Zhengzhou

Fatto sta che i video dal complesso industriale chiamato iPhone City, nella città di Zhengzhou, dove la Foxconn produce circa la metà degli iPhone venduti in tutto il mondo, sono particolarmente significativi.

Per ridurre l’impatto dei lockdown sull’economia, i lavoratori vengono reclusi nelle fabbriche, senza contatti con l’esterno, in modo da non dover interrompere la produzione.

Ma i filmati di queste ore documentano come gli operai, rinchiusi da settimane all’interno degli impianti, si siano ribellati, dando vita a violentissimi scontri con i vigilanti sanitari in tuta bianca. Alcuni di essi mostrano i lavoratori brandire lunghe spranghe e transenne contro i poliziotti “sanitari”. Una vera e propria rivolta.

E attualmente sono una cinquanta le città cinesi tornate in lockdown.

La politica Covid-zero

Una cosa è certa: se qualcuno, noi compresi, aveva ipotizzato che la politica Covid-zero si sarebbe allentata dopo l’incoronazione di Xi Jinping al XX Congresso del partito, si dovrà ricredere.

O meglio, sembra che Pechino la stia ricalibrando in modo da ridurre l’impatto sull’economia. Ma rinchiudere i lavoratori nei distretti industriali per non fermare le produzioni vuol dire una sola cosa: che da politica sanitaria il Covid-zero si sta sempre più trasformando in una mera forma di controllo politico e sociale.

Non si può certo escludere che l’insistenza della leadership di Pechino nella politica Covid-zero sia dovuta alla paranoia e alla ottusità burocratica tipiche dei sistemi totalitari, ma nemmeno che sia ormai funzionale, e sempre più indispensabile, alla più complessiva strategia di Xi Jinping.

Ritorno al marxismo-leninismo

Alla svolta impressa da Xi al sistema cinese il prof. Michele Marsonet ha dedicato molti dei suoi articoli per Atlantico Quotidiano (qui il più recente).

L’era del “socialismo di mercato”, lanciata da Deng Xiaoping, durante la quale il settore economico aveva goduto di una certa autonomia, consentendo, ad esempio, la comparsa di una classe di nuovi ricchi e ricchissimi, veri e propri tycoon, ma anche un notevole grado di interdipendenza con le economie occidentali, si è definitivamente conclusa.

Xi Jinping ha detto basta. Egli ritiene che il marxismo-leninismo, nella sua versione maoista, sia la dottrina più adatta alla Cina e che debba tornare a prevalere sull’economia. Da qui la decisa torsione statalista e autarchica tipica dei regimi comunisti, che si traduce in un freno all’iniziativa privata e, in generale, in un contesto molto meno favorevole alle aziende straniere nella Repubblica Popolare.

“Il socialismo cinese è il nuovo marxismo del Ventunesimo secolo”, ha affermato Xi durante l’ultimo congresso del partito.

Anche l’analista Gianclaudio Torlizzi (TCommodity) è oramai convinto che il Covid-zero venga usato da Pechino come “strumento per allontanare l’economia cinese dal sistema capitalistico occidentale, ritenuto fallimentare, in favore di un modello marxista-leninista”.

Nella trappola cinese

Il problema, come abbiamo segnalato più volte su Atlantico Quotidiano, è che i governi europei, Germania in testa, si ostinano a non capire che così come non era sostenibile, dal punto di vista geopolitico, un modello economico basato sul gas russo a buon mercato, non lo è nemmeno un’economia dipendente dalle materie prime e dalle catene di approvvigionamento cinesi – peraltro non più a buon mercato.

E invece, ci stiamo infilando con la Cina nella stessa trappola in cui ci siamo infilati con la Russia. Ci stiamo faticosamente liberando della dipendenza dal gas russo, ma siamo già dipendenti dalle materie prime controllate da Pechino, in particolare quelle indispensabili per perseguire le folli politiche climatiche.

Una delle possibili conseguenze di tale dipendenza è che produttori di veicoli elettrici con accesso più diretto – e magari agevolato dallo Stato – alle materie prime e ai componenti necessari, per esempio produttori cinesi, immettano sul mercato europeo grandi quantità di veicoli elettrici a basso costo, per rispondere ad una domanda che noi abbiamo artificiosamente creato e che i nostri produttori, con maggiori costi, non sono in grado di soddisfare, distruggendo così l’industria automobilistica europea.

Come ha osservato Torlizzi, è una dinamica già in atto, e chiara nei dati, anche se i “grandi boss” dell’auto tedesca sembrano non averla ancora compresa:

“La quota di mercato mondiale di Volkswagen, per fare un esempio, è passata dall’11,6 per cento (settembre) al 10,9 per cento (ottobre), trainata al ribasso dalla Cina (-13 per cento). Per contro, la quota di mercato globale delle concorrenti cinesi come BYD e Geely sta crescendo. Insomma, l’auto tedesca non solo ci sta trascinando nel baratro della de-industrializzazione sostenendo insensate politiche green, ma si ritroverà con una marea di auto invendute”.

La strategia di Xi

Insomma, da una parte Xi Jinping sfrutta occasioni come quelle del G20 di Bali per ribadire, a parole, che non vuole il decoupling, la separazione delle economie, ma un mondo sempre più integrato, chiedendo quindi di non politicizzare le questioni economiche e commerciali, di fermare le guerre tecnologiche.

Dall’altra, sta invece facendo il contrario, statalizzando e separando l’economia cinese da quella occidentale, ma cercando al tempo stesso di mantenere l’accesso predatorio all’alta tecnologia, ai microchip più avanzati, per continuare a ridurre il gap con l’Occidente.

Affrancamento doloroso

Più tardivo sarà il nostro affrancamento dalle filiere cinesi, più sarà doloroso quando ciò diventerà inevitabile – come stiamo sperimentando con il gas russo. Perché a renderlo sempre più doloroso è la nostra ostinazione per le politiche green.

“Al netto dei fattori di natura contingente – spiega ancora Gianclaudio Torlizzi – è il quadro strutturale a essere mutato in senso inflazionistico: la mission impossible perseguita da Washington e Bruxelles di affrancamento dalle supply chain cinesi e dagli idrocarburi russi, mantenendo al tempo stesso in vigore politiche climatiche ideologiche e fallimentari, pensate tra l’altro quando la globalizzazione veleggiava col vento in poppa, si tradurrà necessariamente in un aumento dei prezzi che costringerà le rispettive banche centrali a innalzare il target sull’inflazione”.

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