La morte e la vita: L’Espresso in edicola e online domenica 20 dicembre

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La morte in bianco e nero gioca a scacchi con un neonato roseo di vita, in una variazione su uno tra i fotogrammi più famosi della storia del cinema, dal “Settimo sigillo” di Ingmar Bergman. Nella corsa tra i settimanali di tutto il mondo a scegliere il personaggio dell’anno, L’Espresso si chiama fuori e raddoppia: le persone dell’anno 2020 sono la Morte e la Vita. La paura della fine incombente che ha sconvolto esistenze private e sistemi economici e il sorriso di Diego, il primo nato in Italia, venuto al mondo a mezzanotte del primo gennaio scorso.


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Non dimenticheremo il 2020: dodici mesi segnati dal contagio, dalla paura e dalla solitudine. Ma anche dalla consapevolezza che se cambiamo ripartiremo

Una scelta che 
Marco Damilano spiega nel suo editoriale
. Per ricordare dodici mesi segnati dalla pandemia e dalla solitudine, ma anche dalla consapevolezza che se cambiamo ripartiremo. E comunque, 
sottolinea Massimo Cacciari
, la fine della vita non è la fine di tutto: resta il Fine che ci eravamo posti, restano gli Eredi che lo porteranno a compimento. Giuseppe Genna firma un’elegia per le vittime del Covid, Filippo Ceccarelli stigmatizza gli eccessi mediatici del “lutto-show”.


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L’Espresso ha scelto come protagonisti del 2020 la vita e la morte. Quest’ultima è stata rimossa dalla cultura, ma l’anno della pandemia l’ha riportata al centro. Ma avere paura del morire significa sapere che c’è qualcosa che trascende la nostra esistenza individuale. Un Fine. E gli Eredi

Come nel vaso di Pandora, dopo le sciagure rimane la speranza: ha gli occhi dei guariti intervistati da Floriana Bulfon. Ha gli occhi di Diego, il primo nato dell’anno 
raccontato da Susanna Turco
, venuto alla luce a Napoli e chiamato con il nome di Maradona.


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L’Espresso ha scelto come protagonisti del 2020 la vita e la morte. Diego rappresenta la vita: è il primo bimbo nato in Italia, a Napoli, con il nome di Maradona. All’alba della nuova era piena di incognite e di speranze. Sua mamma dice: «È il nostro nuovo inizio». Ed è anche il simbolo di quello di tutti noi

Trai servizi di attualità, Vittorio Malagutti racconta la nuova impresa di quel Carlo Cimbri che quindici anni fa è stato tra i protagonisti di una tragicomica pagina della “finanza rossa”, Federica Bianchi fa il punto sulla lotta che vede i big del mondo impegnati contro i big del web, Francesca Mannocchi incontra i libanesi che hanno visto i loro sogni di emigrazione infrangersi a Cipro. Nelle pagine di commento, invece, Marco Follini scopre il cuore antico dei progressisti che hanno vinto negli Usa, Giuseppe Oddo mette in guardia contro gli appalti facili post-Covid, Mariano Giustino analizza i dilemmi della Turchia tra sogni d’Europa e radici in Asia.

Altan ride amaro con il Babbo Natale della zona rossa, Mauro Biani lamenta come il distanziamento ha ucciso l’empatia, Michele Serra inventa una nuova, esilarante nuova specialità olimpica, la Rissa al Pincio, Bernardo Valli ci regala un parallelo tra Victor Hugo e Stendhal, Bruno Manfellotto invita a meditare sulla parola della settimana: governance.

E L’Espresso chiude con una rilettura di Matteo Nucci, Emanuele Coen e Gigi Riva degli eroi del nostro tempo, con un ritratto di Simone Weil firmato da Donatella Di Cesare, con il Gesù Cristo sindacalista del film di Milo Rau visto da Gloria Napolitano e con le matite parallele di Altan e Makkox raccontate da Paolo Di Paolo. Intanto, è passato un secolo dalla nascita del Pci: Carmine Fotia e Fabio Ferzetti ne ricordano utopie e persecuzioni.

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