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La guerra dei microchip: l’Ue cerca di aggirare i veti cinesi su Taiwan

L’Unione europea ha finalmente compreso di essere debolissima nel settore dei microchip e dei semiconduttori, elementi essenziali per l’industria elettronica e hi-tech in generale. Nonché indispensabili per la costruzione delle automobili elettriche e per la tanto decantata – e scarsamente compresa – transizione green.

Dipendenza Ue dall’Asia

Si dà il caso, davvero strano, che in Europa non vi siano aziende che sfornano tali componenti. Ci siamo affidati totalmente ai produttori asiatici, ma la pandemia ha rallentato in modo drammatico le catene di approvvigionamento che in precedenza funzionavano bene e in modo pressoché automatico. L’invasione russa dell’Ucraina ha poi peggiorato ancora il nostro stato di sofferenza.

Anche gli americani hanno problemi da questo punto di vista, ma inferiori a quelli europei poiché negli Stati Uniti non c’è un vuoto assoluto come quello che si registra in Europa. Sono tutte conseguenze, giova ribadirlo ancora una volta, dell’aver lasciato all’Asia, e in primo luogo alla Cina comunista, il controllo di un processo di globalizzazione fondata male e ancor peggio interpretata.

La politica estera e commerciale della Ue, dunque, non può più essere la stessa. Va modificata, anche in modo radicale, per evitare danni permanenti (o addirittura irreversibili) al suo apparato industriale e produttivo. A Bruxelles se ne sono accorti, e questo spiega la convocazione di un summit che non ha avuto molto eco su mass media e organi di stampa.

Perché Taiwan è strategica

È un dato di fatto che proprio Taiwan, l’isola indipendente de facto ma non de jure, è il più grande produttore mondiale di microchip e semiconduttori. Le sue industrie, infatti, producono ben il 90 per cento del fabbisogno mondiale dei summenzionati componenti. Una cifra enorme, tenendo conto delle ridotte dimensioni della “Repubblica di Cina”, ora Taiwan e in precedenza Formosa (come l’avevano battezzata i portoghesi).

Si tratta dunque di un Paese strategico non soltanto per gli equilibri geopolitici, ma anche per quelli economici e commerciali. Detto per inciso, ciò fornisce ulteriori elementi per spiegare lo spasmodico interesse di Pechino per la piccola isola. Non si tratta solo di nazionalismo, pur presente nel Paese del Dragone. Impadronendosi di Taiwan, i comunisti cinesi metterebbero le mani su una vera e propria “isola del tesoro”, in grado di assicurare loro un quasi completo monopolio in un settore così strategico per l’intera economia mondiale.

Il summit Ue-Taiwan

Si spiega così il summit a Bruxelles tra Sabine Weyand, direttore generale del commercio europeo, e Mei-Hua Wang, sua omologa taiwanese. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen sta varando lo “European Chip Act”, destinato a investire sulla produzione europea per diminuire la dipendenza dalle importazioni.

La rappresentante di Taipei ha promesso di costruire, mediante la “Taiwan Semiconductor Manufacturing Company” (TSMC), prima azienda mondiale del settore, degli impianti sul suolo europeo. Finora si parla di Germania, ma pare che anche l’Italia venga coinvolta.

La reazione di Pechino

Poteva mancare la reazione immediata di Pechino? Certamente no. Si rammenti, a tale proposito che la Lituania, solo per aver aperto un ufficio di rappresentanza commerciale di Taiwan a Vilnius, ha subito un forte boicottaggio economico da parte cinese. In ogni caso si è subito fatto vivo, dopo il summit, il portavoce della missione di Pechino a Bruxelles, affermando che la Repubblica Popolare si oppone fermamente a tutte le forme ufficiali d’interazione con Taiwan da parte di ogni Paese che ha rapporti diplomatici con la Cina.

Una vera e propria minaccia, quindi, che dovrebbe indurre la Ue a cercare alternative economiche e commerciali a quelle in atto con la Repubblica Popolare. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Tuttavia, se non imbocca questa strada, l’Unione è condannata a subire ricatti permanenti da Pechino.

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