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La guerra dei droni di Kim

Era dal giugno 2017 che un drone della Corea del Nord non sconfinava nello spazio aereo sudcoreano. In quell’occasione, il veicolo aereo senza pilota (UAV) inviato da Pyongyang si schiantò nella contea di Inje, nella provincia di Gangwon. L’altro precedente è ancora più datato e risale al 2014, quando alcuni droni nordcoreani furono ritrovati nei pressi del confine intercoreano, a Paju, e nella piccola isola Baengnyeong. Il recente tour non autorizzato di cinque UAV del Nord oltre il 38esimo parallelo ha fatto scattare almeno tre importanti campanelli d’allarme nei corridoi del Palazzo Blu.

Il primo e più ovvio riguarda la sicurezza militare della Corea del Sud: come è stato possibile che un gruppo di droni, per giunta di un Paese nemico, con il quale tecnicamente è ancora in corso la congelata Guerra di Corea, possa aver bucato la Zona Demilitarizzata? A cascata, arriviamo al secondo allarme: per quale motivo l’esercito sudcoreano non è riuscito ad intercettare la minaccia una volta che gli UAV stavano scorrazzando lungo il Paese, sorvolando, chissà, anche zone strategicamente sensibili?

Terza criticità: la risposta di Seoul, oltre a non essersi rivelata efficace, avrebbe potuto trasformarsi in un dramma, visto che uno degli aerei inviati per rispondere all’intrusione nemica, jet KA-1, si è schiantato nella provincia di Gangwon, fortunatamente senza provocare danni e con i due piloti usciti incolumi dall’incidente.

I droni di Kim in Corea del Sud

I cinque droni nordcoreani hanno violato lo spazio aereo sudcoreano intorno alla provincia di Gyeonggi. Uno di questi sarebbe addirittura riuscito a volare fino all’estremità settentrionale di Seoul, prima di tornare oltre il confine. Non sono serviti a molto i jet e gli elicotteri d’attacco schierati dalla Corea del Sud, rivelatisi incapaci di abbattere la minaccia. Il bollettino parla di un centinaio di colpi sparati probabilmente andati a vuoto (il Ministero della Difesa sudcoreano non ha fornito dettagli) e, soprattutto, di un aereo d’attacco leggero KA-1 schiantatosi a terra nella contea di Hoengseong, a est di Seoul, poco dopo essere decollato da una base aerea situata nella vicina città di Wonju.

La caccia agli UAV, avvistati sconfinare alle 10:30 ora locale, è così andata avanti per diverse ore finché, nel tardo pomeriggio, i funzionari militari sudcoreani hanno dichiarato di aver perso le tracce dei bersagli, che nel frattempo non erano più in volo nel Paese.

Non conosciamo il percorso esatto effettuato dai droni nordcoreani, né che cosa possano aver fotografato o cosa stessero cercando. Il velivolo che più si è avvicinato alla capitale della Corea del Sud è tornato nel Nord dopo tre ore, mentre gli altri quattro sono scomparsi dai radar uno dopo l’altro.

I precedenti citati, nel 2017 e 2014, non sono affatto incoraggianti. Nel 2017, infatti, il drone nordcoreano cadde a terra prima di risalire il 38esimo parallelo. Seoul scoprì che lo UAV in questione aveva fotografato un sistema di difesa missilistica statunitense sul territorio sudcoreano con una fotocamera Sony. Più nello specifico, aveva scattato foto della contea di Seongju, nella provincia di Gyeongsang settentrionale, dove era dispiegato il sistema antimissile THAAD di fabbricazione Usa. Nel 2014, invece, i velivoli nemici immortalarono l’ufficio presidenziale sudcoreano e varie strutture militari. Il rischio che Pyongyang fosse alla ricerca di informazioni di intelligence militare è dunque elevato.

Gli UAV di Pyongyang

La Corea del Nord ha più volte pubblicizzato il suo programma di droni. Stando alle stime sudcoreane, Pyongyang dovrebbe contare su circa 300 unità. Molti velivoli nordcoreani non sarebbero particolarmente tecnologici o moderni ma, come spiegato, hanno tutto il potenziale per essere considerati una potenziale minaccia per la sicurezza della Corea del Sud.

In tempi recenti, il presidente nordcoreano Kim Jong Un ha chiesto di sviluppare droni da ricognizione in grado di sorvegliare con precisione fino a 500 chilometri di profondità nel territorio nemico. Nel 2013, lo stesso Kim aveva assistito a un’esercitazione di attacco di droni su un obiettivo sudcoreano simulato.

In generale i droni, come hanno evidenziato i conflitti andati in scena a Idlib, nel Nagorno-Karabakh e in Ucraina, possono fungere da “moltiplicatori di forza“, nonché affiancare l’eventuale azione di artiglieria e missili balistici. In che modo? Ad esempio, fornendo dati sulle postazioni nemiche da colpire, così da rendere gli attacchi più precisi e ridurre il gap militare contro un nemico sulla carta meglio equipaggiato.

In ogni caso, come anticipato da InsideOver, è la natura asimmetrica della guerra con i droni ad aver attirato l’attenzione dell’esercito nordcoreano. A fronte di un piccolo investimento iniziale, e grazie all’apporto di droni stealth, le forze armate di Kim sarebbero in grado di poter contare su velivoli sacrificabili, utilissimi per minacciare forze nemiche più grandi e causare gravi danni a obiettivi strategici rivali, come depositi di rifornimenti e ponti.

Resta da chiarire un concetto fondamentale: come farà la Corea del Nord ad acquisire le tecnologie necessarie per costruire droni moderni aggirando le sanzioni? La pista più probabile porta dritta all’Iran. Pyongyang potrebbe ottenere tutto ciò che le serve da un Paese che per anni è stato suo cliente. L’alternativa: costruire droni autoctoni sfruttando la tecnologia cinese o russa. A proposito: i rapporti militari con Mosca sembrerebbero essere decollati. E chissà che la Russia, in cambio di razzi e proiettili da impiegare in Ucraina, non offra a Kim qualche drone.

La reazione di Seoul

La Corea del Nord potrebbe aver sondato il terreno sudcoreano a caccia di informazioni sensibili, o anche aver banalmente risposto a suo modo ad alcune recenti esternazioni di Seoul. Ricordiamo, infatti, che la Corea del Nord aveva rilasciato foto a bassa risoluzione delle città della Corea del Sud viste dallo spazio. Vari esperti sudcoreani avevano tuttavia definito quelle immagini troppo grezze per risultare adatte a scopi di sorveglianza, sminuendo così il lavoro del Nord. Queste valutazioni hanno fatto infuriare Pyongyang, con la potente sorella di Kim, Kim Yo Jong, che ha letteralmente insultato gli analisti del Sud. L’invio dei cinque droni potrebbe dunque essere un’ulteriore risposta all’ira dei Kim.

Spostandoci sul lato meridionale della penisola coreana, la Corea del Sud ha risposto all’incursione degli UAV di Kim inviando, a sua volta, “risorse di sorveglianza” vicino e oltre il confine intercoreano per fotografare le principali strutture militari della Corea del Nord. Significa che la Corea del Sud ha pilotato droni senza pilota all’interno del territorio nordcoreano. Gli aerei da ricognizione sudcoreani sono volati nel Nord per scattare fotografie in azione corrispondenti ai voli dei droni nordcoreani, ha detto spiegato Lee Seung-o, direttore delle operazioni presso il Joint Chiefs of Staff della Corea del Sud, suggerendo che anche i droni nordcoreani fossero destinati alla ricognizione.

La conferma pubblica da parte della Corea del Sud di qualsiasi attività di ricognizione all’interno della Corea del Nord è molto insolita, e riflette la determinazione del governo conservatore guidato dal presidente Yoon Suk Yeol di usare il pugno duro contro le provocazioni di Kim. Si attende adesso la contro risposta del governo nordcoreano, che potrebbe manifestarsi con nuovi test o altre provocazioni. Difficilmente Pyongyang lascerà correre un ipotetico sconfinamento nel suo territorio.

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