“La città dei vivi”, di Nicola Lagioia: la sottile linea tra vittima e carnefice

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Recensione a cura di Patrick Bateman

Tra le opere più interessanti del 2020 appena concluso c’è senz’altro “La città dei vivi”, di Nicola Lagioia (Einaudi), che torna in libreria con un romanzo a distanza di sei anni da “La ferocia”, titolo che gli valse unanime apprezzamento di critica e pubblico, nonché la vittoria alla LXIX edizione del Premio Strega.

Qui però ci muoviamo su un sentiero diverso, in quanto l’autore, originario di Bari ma trapiantato a Roma, decide di prendere le mosse dalla cruda realtà quotidiana per tirare fuori un’opera che richiama senza timore di smentite “A sangue freddo” di Truman Capote. Lo scrittore statunitense nel 1966 inventò quasi dal nulla la non-fiction novel, raccontando del quadruplice omicidio della famiglia Clutter per mano di due sbandati attraverso un asettico stile a metà tra la narrativa e il giornalismo, servendosi di incontri con i protagonisti per rendere aderente al reale praticamente ogni passaggio del libro che, neanche a dirlo, fu un successo.

Lagioia sembra partire da lì, mettendo in campo l’urgenza nel raccontare la sottile linea di demarcazione tra vittima e carnefice, fluttuante soprattutto sulla casualità, e la necessità personale di raccontare quanto anch’egli sia stato vicino a superarla. Il fatto di cronaca nera che viene qui analizzato (ma sarebbe più opportuno dire, sezionato, frammentato, scomposto e ricomposto) è l’omicidio Varani, che nel marzo 2016 distrasse per un po’ i cittadini romani dalla ahimè ormai consueta decadenza cittadina, e che vide imputati Manuel Foffo e Marco Prato, rispettivamente un ragazzo tutto sommato volenteroso ma con poca continuità lavorativa e un organizzatore di eventi brillante, particolarmente attivo nella movida romana gay ma non solo.

Secondo le ricostruzioni processuali, i due avrebbero invitato Luca Varani, giovane di umili origini, con un impiego in carrozzeria, un lungo fidanzamento e qualche lato oscuro da chiarire, per una sorta di festino a base alcolico-chimico-sessuale in un appartamento al quartiere Collatino, dove poi sarebbe successo l’irreparabile, in un’orgia di violenza inaudita fatta di torture e coltellate.

Il caleidoscopio messo in scena da Lagioia nasce dalla cruda cronaca, salvo poi dipanarsi in una polifonia di voci di genitori, amici, conoscenti e professionisti che raccontano gli eventi, le sfaccettature delle personalità coinvolte e la temperie culturale/politica/sociologica di questa vicenda che ancora non riesce a trovare una motivazione se non in uno scadente cocktail di frustrazione e narcisismo figlio di un solipsismo esasperato e di una impossibilità di immedesimazione nell’altro da sé.

A fare da sfondo all’immotivata follia del gesto una città bella e decadente, un po’ Mostro e un po’ Narciso, in grado di prenderti l’anima e di condurti per mano verso i lidi inaspettati di una suburra dove ci si può trovare a propria insaputa da un lato o dall’altro della barricata che separa le vittime dai carnefici, i buoni dai cattivi, come se il manicheismo potesse ancora servire a raccontare i chiaroscuri di un tempo criptico e ingovernabile.