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Juventus, Sarri e quei 5 minuti mai visti che minano tutte le certezze

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Il nono scudetto di fila è a portata di mano ed è difficile immaginare che la Juventus possa lasciarselo sfuggire. Ma Sarri è tornato da San Siro con le ossa rotte e il solito carico di dubbi. Quando è vicino alla svolta, si smarrisce. Ha già perso due titoli, la Supercoppa contro la Lazio e la Coppa Italia con il Napoli. Ora, sul punto di chiudere l’ipotetico braccio di ferro con la Lazio, spedendola a meno 10, si è fatto travolgere dal Milan. L’albero bianconero non cresce dritto. C’è sempre qualcosa che non va. Il gioco, il ritmo, l’intensità. Stavolta la banda ha semplicemente staccato la spina, forse pensando di aver chiuso la partita con i gol di Rabiot e Ronaldo e di aver archiviato il campionato. L’allenatore dalla panchina si è sgolato sino all’inverosimile, chiedendo ai suoi giocatori di metterci l’anima. Niente. Un cedimento netto, di schianto. Tre gol in cinque minuti. Un black out inaccettabile da una squadra che ad agosto dovrà ribaltare la sconfitta dell’andata con il Lione e provare a farsi strada nelle final eight di Champions League.

La prima stagione di Sarri rischia di essere deludente. Lo scudetto non è un traguardo trascurabile. Ma non garantisce l’immunità al suo allenatore, chiamato a sostituire Allegri con l’obiettivo di dare alla squadra un gioco e l’organizzazione che, secondo molti, non aveva. Ma il tecnico non è mai entrato in sintonia con il gruppo. Il gioco latita. E lo scatto, che ha allontanato i rivali biancocelesti dopo il lockdown, è merito soprattutto dei nuovi gemelli, Ronaldo-Dybala, finalmente una coppia.

È vero che a tratti sia a Genova sia nel derby contro il Torino, qualche lampo di sarrismo si è visto, ma sono state le giocate straordinarie dei campioni a sistemare le cose e a determinare la fuga.

A Milano il tonfo inaspettato, bruciante. Sarri lo ha liquidato frettolosamente come un black out inspiegabile, se non con il tour de force a cui sono sottoposte le squadre in questa pazza estate del pallone. «Non è il momento dei processi, pensiamo alla prossima con l’Atalanta». L’allenatore si rifugia nei primi 60 minuti «di livello mondiale», dice esagerando assai. La spiegazione del tonfo doloroso e imprevedibile è perlomeno semplicistica. Era successo anche con Conte, ma la risposta erano state 12 vittorie consecutive.

Anche questa Juve, sino adesso incompiuta, è chiamata a un pronto riscatto. C’è una certa trepidazione in attesa dell’Atalanta, il peggior avversario possibile in questo momento. Un cedimento come quello di San Siro può lasciare il segno in queste ultime sette giornate e dà la dimensione di una squadra che non riesce a trovare né dimensione né equilibrio. Sarri lavora sul gruppo, ma l’impressione è che saranno i singoli a tirarlo fuori dai guai. De Ligt e Dybala sono indispensabili in questo momento. Presente e futuro. Senza l’olandese, la difesa è andata in tilt e si è sbriciolata davanti alla pressione del Milan. E in attacco Paulo garantisce la differenza mentre Higuain è in ritardo di condizione, l’ombra del campione che è stato. Vitamina D per la regina, pallida e deboluccia. Lo scudetto non sembra in pericolo, a meno di un crollo verticale. La Juve potrebbe persino permettersi di perdere l’incrocio con Gasperini sabato allo Stadium e lo scontro diretto, sempre casalingo, del 20 luglio con la Lazio.

Sarri non se lo augura. Ma in questo momento non bastano gli schemi. Per cancellare questo schiaffone dovrebbe avere la squadra in mano, conoscerne i limiti e le debolezze. La sensazione è che invece si limiti a fare l’allenatore in una stagione che deve ancora dire tutto. E bisognerà capire se lo scudetto gli garantirà l’immunità, come è probabile. Ma sarà la Champions a dare la dimensione di questo progetto che con Allegri era volato altissimo.

8 luglio 2020 (modifica il 8 luglio 2020 | 23:30)

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