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Jazz: trimotore Go Go Penguin, Fano ritrova fenomeni Brits

Trio inglese replica stasera a Casa Jazz Roma e domani Follonica

(ANSA) – FANO, 30 LUG – I Go Go Penguin hanno suonato a Fano Jazz: ce l’ hanno fatta, testardamente si direbbe, e già questa è una notizia, al quarto tentativo. Nel 2018 persero l’areo per un allarme terrorismo, nel 2019 un clamoroso nubifragio impedì il concerto, nel 2020 pur in cartellone furono bloccati dalla pandemia. Ma stavolta il trio di Manchester ha sbancato la Rocca Malatestiana strapiena, dimostrando ad un pubblico entusiasta che forse possono essere quell’anello congiunzione tra jazz rock prog disco che come i rami di una evoluzione musicale (homo sapiens jazzicus) promette una strada senza sapere dove condurrà. E gli appassionati li potranno ascoltare stasera a Roma alla Casa del Jazz e domani a Follonica per il Gray Cat. Li chiamano i Radiohead del jazz, ma è riduttivo: sono i primi a non voler catalogare la loro musica, ma certamente hanno un grande motore basso batteria, e nel complesso sono un trimotore da bombardamento ma veloce e armato per la difesa. Molto hanno guadagnato con il cambio del batterista; con John Scott che suona in modo atletico senza essere muscolare e il solito basso melodico di Nick Blacka centrale vero protagonista senza essere leader che oscura.

    Ieri sera a Fano avevano una gran voglia di suonare, per primo il pianista Chris Illingworth, con le sue toniche da Debussy: ballad e piano ossessivo, la struttura dei pezzi è nella profondità del suono e non nel leader musicale, è pura musica d’ascolto intellettuale che a qualcuno sembra anche ballabile, in silenzio e da soli in solitudine ma niente a che vedere con un piano bar o buddabar. Insomma, una esperienza vera.

    Quella dei Go Go Penguin è una musica che non ha bisogno di effetti speciali, luci o laser, ha il ‘900 dentro e i tre ragazzi trentenni sono dei timidi ma hanno dato tutto per ‘ringraziare’ il pubblico del Fan Jazz dopo i tre anni di assenza. “Voi dite che suoniamo jazz? Se lo dite voi. Noi suoniamo e basta”, ha sussurrato il neo batterista che ha sostituito a dicembre Rob Turner. E certo: non sarebbe la stessa musica senza la grande epopea del rock britannico anni 60/70: sarebbero piaciuti anche Keith Emerson o a John Bonham, ma questa è una storia diversa. (ANSA).

   

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