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Israele gioca le ultime carte per far naufragare l'accordo sul nucleare

L’impressione è che in Israele l’accordo sul nucleare iraniano non verrà mai accettato. E le autorità dello Stato ebraico stanno facendo di tutto per evitare che si arrivi, da qui a breve per come prospettato da diversi attori impegnati nei negoziati, alla firma di un’intesa. A dimostrarlo è l’annuncio della partenza alla volta di Washington del capo del Mossad, David Barnea. Il numero uno dei servizi segreti israeliani sarà negli Stati Uniti nei prossimi giorni, così come annunciato dal governo. Si tratterà di una visita alquanto significativa e non solo per la carica ricoperta da Barnea, ma anche perché il capo del Mossad sarà il terzo importante esponente di Israele a visitare Washington nell’ultimo mese. In precedenza nella capitale Usa si erano recati il ministro della Difesa, Benny Gantz, e il consigliere per la Sicurezza nazionale, Eyal Hulata.

Israele non vuole alcun accordo

I timori israeliani sono cresciuti progressivamente nell’ultimo anno, quando è apparso ben chiaro che i membri dell’amministrazione del presidente Usa Joe Biden stavano lavorando per ripristinare l’accordo sul nucleare iraniano. Il Jcpoa, questo il nome dato all’intesa e acronimo di Joint Comprehensive Plan of Action, è stato firmato nel 2016. Il documento è stato stilato dal cosiddetto “gruppo 5+1“, formato dai cinque Paesi aventi diritto di veto al consiglio di sicurezza Onu (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) più la Germania, e ovviamente dal governo di Teheran.

L’intesa già allora non ha avuto la benedizione da parte di Israele. L’allora premier Benjamin Netanyahu ha parlato di pericoli per la sicurezza nazionale derivanti dall’accordo. In particolare, lo Stato ebraico temeva che la fine dell’isolamento dell’Iran potesse portare Teheran ad avere un maggior peso politico nella regione e quindi ad alimentare i gruppi anti israeliani. Inoltre, sempre secondo Netanyahu nonostante le intese le autorità della Repubblica Islamica non avrebbero del tutto accantonato i progetti di sviluppo degli ordigni nucleari.

L’accordo Jcpoa infatti prevedeva la fine delle sanzioni contro l’Iran, la possibilità di investire nel Paese in cambio della rinuncia di Teheran allo sviluppo di piani che prevedevano la costruzione della bomba atomica. A condividere le preoccupazioni israeliane è stato, l’anno successivo alla firma dell’intesa, Donald Trump. Non appena insediato alla Casa Bianca, il tycoon newyorkese ha fatto proprie le rimostranze di Netanyahu, togliendo la firma degli Usa dal Jcpoa.

Con l’avvento di Joe Biden alla presidenza Usa nel 2021, sono state poste le basi per un nuovo ribaltone: l’amministrazione statunitense ha ripreso il dialogo con l’Iran nell’ambito del formato Jcpoa, con un nuovo accordo oramai alle porte. Circostanza che ha messo in allarme gli ultimi tre premier israeliani: Netanyahu prima, Bennett dopo e Lapid nelle ultime settimane. Bennett e Lapid poi sono espressione di una coalizione diversa da quella di “Benny” Netanyahu, segno di come, a prescindere dal colore del governo in Israele, l’accordo con l’Iran è visto trasversalmente in chiave negativa. Secondo l’attuale premier, il Jcpoa è destinato a far aumentare l’instabilità in medio oriente: “L’accordo – ha dichiarato nei giorni scorsi Lapid – darebbe all’Iran 100 miliardi di Dollari all’anno. Soldi che Teheran userà per minare la stabilità in Medio Oriente e diffondere il terrore in tutto il mondo. Le risorse saranno destinate non per la costruzione di scuole o ospedali, ma per finanziare il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, con più attacchi alle basi americane in Medio Oriente”.

Lapid è stato quindi chiaro sulle prossime mosse di Israele: “I vertici – ha ribadito – sono pronti ad agire per mantenere la sicurezza d’Israele: gli americani lo capiscono, il mondo pure e la società israeliana dovrebbe saperlo”. La visita del capo del Mossad a Washington potrebbe rappresentare l’ultimo e più importante tentativo per fare pressione su Biden e convincerlo a non firmare l’accordo sul nucleare. L’impressione però è che la vicenda sia destinata a durare anche dopo l’eventuale approvazione dell’intesa.

L’accordo è realmente vicino?

La pressione israeliana sulla Casa Bianca è sembrata crescere nelle ultime settimane di pari passo con l’aumento della probabilità della firma del nuovo Jcpoa. Pochi giorni fa il direttore dell’Aiea, l’agenzia per il controllo sul nucleare, ha anticipato alcuni termini dell’accordo e ha parlato di “intesa oramai vicina”. Circostanza confermata dall’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, Josep Borrell: “Una parte molto importante del ritorno al patto – ha dichiarato tramite una nota stampa – è già stata concordata, anche se le restanti frange dell’intesa potrebbero far naufragare l’accordo finale. Ci restano pochi giorni ma i negoziati si decidono sempre nei minuti di recupero”.

L’Ue ha inviato agli Usa poche settimane fa la bozza del nuovo accordo, un documento al cui interno sono state inserire già anche le richieste iraniane. Da Washington sarebbero arrivate già le risposte e alcuni controproposte. La partita sembra davvero alle battute finali. Con Israele che proverà, in quei decisivi “minuti di recupero” di cui ha parlato Borrell, a far valere la propria posizione.

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