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Iran, così le proteste diventano internazionali – Formiche.net

Le proteste in Iran, che qualcuno chiama già rivoluzione, arrivano ai Mondiali in Qatar, mentre da Teheran aumentano gli attacchi contro i curdi con gli stessi droni usati dai russi in Ucraina. È in atto un’internazionalizzazione violenta della crisi iraniana

Il coach della nazionale di Calcio inglese, Gareth Southgate, ha annunciato che i suoi calciatori si inginocchieranno prima della partita con l’Iran in segno di sostegno alle manifestazioni popolari che il regime sta cercando di reprimere da due mesi. Il gesto, che evoca quello di Colin Kaepernick (l’ex quarterback dei San Francisco 49ers lo aveva pensato a sostegno dei Black Live Matters, nel 2016) è una della varie internazionalizzazioni della crisi interna a Teheran. Il capitano della squadra iraniana Ehsan Hajsaf, difensore dell’AEK di Atene, ha esordito con l’espressione “nel nome del dio dell’arcobaleno”, la stessa usata in un video dal piccolo Kian Pirfalak (una delle vittime simbolo della repressione costata 400 morti e 15mila arresti).

Un’altra internazionalizzazione, più brutale, riguarda gli attacchi militari che il Corpo della Guardie della rivoluzione (Sepâh) ha lanciato contro i curdi al nord-est del Paese, sconfinando anche in Iraq e Siria. Per la narrazione diffusa dalla teocrazia, i curdi — insieme agli americani e ai sauditi — stanno fomentando le manifestazioni. Che nel Kurdistan le proteste siano state più attive che altrove e più precoci che altrove è legato al fatto che Jîna Amini, nota col nome iranizzato di Mahsa, era curda.

La ragazza morta mentre era sotto custodia della polizia morale in una caserma, dove era stata portata perché non indossava correttamente il velo (mentre era in strada a Teheran, per una visita famigliare), è il simbolo di cosa sta succedendo. Una giovane donna, appartenente a una delle minoranze vessate del Paese, morta — probabilmente dopo aver subito percosse — per non aver tenuto fede a una regole religiosa che i cittadini iraniani non tollerano. Non tanto in quanto tale, ma perché tra i simboli della teocrazia, che il vero cuore delle intolleranze degli iraniani, rivolte contro un sistema di potere che ormai le collettività intendono rovesciare.

I manifestanti in città come Mahabad, nell’Azerbaigian iraniano, sparano per strada. Ci sono membri delle forze di sicurezza uccisi anche a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano. Il capo dell’intelligence della provincia di Kermanshah è finito vittima di un’imboscata. La deriva era attesa: da oltre due mesi il regime iraniano non fa altro che inasprire le repressioni. È una tattica anche per estremizzare le proteste e rendere azioni ancora più violente tollerabili, in nome della sicurezza, accusa i manifestanti di essere terroristi — è già successo in Siria.

Il regime si è chiuso. Non ha nessuna intenzione di ascoltare le richieste della piazza — richieste partite con attività pacifiche, subito represse. Una chiusura che è legata alla protezione del potere: tra la Guida Suprema Ali Khamenei e il sistema di potere che rappresenta — costruito attorno al Sepâh, che ha rafforzato negli ultimi due decenni la propria posizione di stato-nello-stato — c’è la completa consapevolezza che una concessione può rappresentare una debolezza che apre a successive e ulteriori richieste. Ma è altrettanto chiaro il rischio che le proteste si trasformino in una rivoluzione, come qualcuno già la definisce.

Mentre Khamenei incita alla violenza contro i manifestanti che suo dire sono mossi da completi stranieri contro la Repubblica islamica, usando ogni spazio di comunicazione che può occupare, anche su Twitter (e viene da chiedere a Elon Musk, che copriva le proteste offendo Internet via StarLink, se questa sia la libertà di parola predicata o forse sarebbe giusto evitare certa pericolosa e violenta disinformazione), a Teheran le donne vanno ormai al lavoro senza velo. Segno di un’acquisizione di fatto di uno status quo variato probabilmente in modo irreversibile.

“Uno studente muore, non accetta l’umiliazione. Lo studente imprigionato deve essere rilasciato”, cantano seduti a terra, con le mani dietro la schiena simulando un ammanettamenti i compagni di classe di nove ragazzi arrestati a Teheran. “I Martiri non muoiono”, gridano per le strade di Piranshar centinaia di persone presenti al funerale di uno dei curdi uccisi nei giorni scorsi. È la sera di domenica 20 novembre: poco dopo i missili balistici dei Pasdaran (che l’Iran non dovrebbe avere secondo una risoluzione Onu) cadono nell’area, non lontano dalla base occidentale di Erbil. Un attacco che segue una visita del comandante del Sepâh, Esmail Ghaani, a Baghdad — un possibile coordinamento delle azioni con il nuovo governo amico iracheno.

Questa settimana potrebbe essere decisiva per uno dei grandi dossier critici delle relazioni internazionali, il Jcpoa, l’accordo sul programma nucleare iraniano che era in fase di ricomposizione — dopo che l’amministrazione Trump aveva tirato fuori gli Stati Uniti. I negoziati si sono essenzialmente interrotti per incompatibilità di alcune delle richieste fatte da Teheran, ma sono poi naufragati per due ragioni. La prima, le repressioni contro le manifestazioni.

La seconda riguarda l’assistenza che l’Iran sta fornendo all’invasione russa in Ucraina — dove tra l’altro sono in azione i famosi droni kamikaze che il Sepâh sta usando contro i curdi in questi stesso giorni. È un ulteriore livello di internazionalizzazione, a cui aggiungere recenti manovre aeree militari tra Israele e Grecia organizzate anche per testare la capacità dei primi di ricevere rifornimento aereo dai secondi (in uno scenario in cui i caccia israeliani dovessero eseguire varie sortite sull’Iran?).

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