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#VERSOIL25NOVEMBRE. La testimonianza di Doriana Presta: «Il male fatto alla vittima ricade sempre sulle persone a lei care. La vita di chi sopravvive a un femminicidio, della famiglia affidataria e dei figli, non è più la stessa. E si sente la mancanza di aiuti da parte dello Stato»

Questo mese Il Dubbio, in vista del 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ospiterà le testimonianze di donne che hanno vissuto la violenza sulla propria pelle o da vicino. Una violenza troppo spesso nota alle cronache, vivisezionata per giorni sulle pagine dei giornali e poi puntualmente dimenticata, chiusa in un cassetto, ignorando per sempre gli effetti di quel che è stato. Si dimenticano le ferite, delle donne che ce l’hanno fatta, di quelle che non ce l’hanno fatta e di chi resta: i figli, la famiglia, gli affetti.

«Feriti a vita»: parole chiave che racchiudono lo stato di chi sopravvive ad un femminicidio. Non parlo della vittima principale ma di me, della mia famiglia e di un nipote, oggi figlio. Tutte vittime dimenticate. In un istante si perde la normalità, la semplice quotidianità, si viene colpiti e travolti da un boomerang, perché il male fatto alla vittima ricade sempre sulle persone a lei care. Noi familiari ci ritroviamo a dover metabolizzare un lutto, la mancanza della persona cara, il dolore per una morte inspiegabile e allo stesso tempo dobbiamo fare scudo e proteggere la memoria di chi non c’è più e non si può difendere. Nel mio caso c’è anche la protezione e la crescita di un orfano “speciale”: un bambino che a soli sei anni ha perso tutto.

Si nasce figli, genitori lo si diventa e si impara a farlo passo dopo passo. Si cerca di farlo nel migliore dei modi con tutto l’amore e le attenzioni che un figlio merita. E se è già difficile farlo in una situazione di normalità, lo è ancora di più in questo contesto. Essere la mamma di un orfano di femminicidio richiede un impegno morale, un carico di responsabilità, si assume un ruolo fondamentale per la crescita, l’educazione e il futuro del minore. Questi bambini perdono tutto in un solo istante, entrambi i genitori, la casa, spesso sono costretti a cambiare scuola, amici, città, a vivere nel paese della famiglia affidataria, insomma obbligati a rinascere. Questo è quello che è accaduto a noi.

La vita delle famiglie affidatarie e dei bambini non è più la stessa, si avverte la mancanza di sostegni e interventi che aiutino e facilitino la nuova situazione familiare. In alcuni momenti ci si sente soli ed incapaci di affrontare, solo con le proprie forze, l’impegno che si è assunto: forze fisiche, mentali ed anche economiche. Per noi è inevitabile pensare, ogni volta che succede un episodio di femminicidio, a cosa ne sarà dei figli e dei parenti della vittima. Sappiamo per certo che molti non vengono aiutati o lasciati soli e ciò, in un paese civile è davvero intollerabile. Se da un lato, il reo, ha diritto a tutti i bene? ci concessi dalla legge, non si percepisce la stessa attenzione nei confronti di “chi rimane”. Troppo spesso ci si dimentica di loro quando si affronta il tema della violenza sulle donne. Questo si traduce indirettamente in violenza sui più piccoli, sul loro immaginario, sulle loro certezze, sul loro mondo emotivo, affettivo e psichico. In definitiva sul loro presente e sul loro futuro, un futuro che vorremmo fosse il più sereno possibile.

Queste circostanze vissute hanno dei risvolti e delle ricadute psicologiche importanti e ciò si riflette inevitabilmente anche nella sfera relazionale e scolastica. A questa già delicata situazione si sommano le questioni giuridiche e gli aspetti legali, tra cui la decadenza della responsabilità genitoriale, l’affidamento del minore e la designazione del tutore. Tutte queste situazioni non sono facilmente gestibili dalle famiglie affidatarie. Ci si sente, quindi, abbandonati anche dallo Stato e da chi lo rappresenta. Non si chiede troppo, solo giustizia per chi non c’è più e un po’ di normalità per chi rimane. Queste ferite che segnano a vita non sono esterne, non sono visibili a un occhio poco attento. Sono segni indelebili che ci hanno stravolto l’intera esistenza, perché niente sarà più come prima.

Continuiamo a vivere, anzi a sopravvivere, con la presenza costante negli occhi, nel cuore e in ogni gesto quotidiano di chi ci è stato tolto con ferocia e crudeltà. Ci arrampichiamo e ci afferriamo ai ricordi del passato, ai momenti felici trascorsi insieme e troviamo la forza per andare avanti nel sorriso di chi amava la vita e avrebbe voluto continuare a viverla.

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