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«Io, georgiana, ho vissuto sulla mia pelle la brutalità della guerra scatenata dalla Russia di Putin»

Era notte quando Nina ha sentito un rumore assordante e ha visto il cielo brillare. Era in vacanza con la figlia e alcuni amici, nella casa in campagna di famiglia, nei dintorni di Gori, la città di Stalin, a meno di cinquanta chilometri da Tskhinvali, la capitale non riconosciuta della Repubblica dell’Ossezia del Sud. La regione nel Caucaso che si è autoproclamata indipendente dalla Georgia nel 1991 ma di cui nè le Nazioni Unite, nè l’Unione europea riconoscono la sovranità. La Russia sì.

«“È scoppiata la guerra”. A quel tempo mia sorella lavorava per il primo canale georgiano, 1TV, mi ha telefonato immediatamente. Ci siamo nascosti in cantina, accanto alle bottiglie di vino. Era buio, ero terrorizzata, stringevo mia figlia che aveva solo due anni. Mio padre è arrivato poche ore dopo con un grande furgone. Conosceva tutti e ha caricato anche gli altri bambini e le donne che vivevano nei dintorni. Ci siamo diretti a Tbilisi (la capitale della Giorgia ndr). Qualche ora dopo, la strada che avevamo percorso non esisteva più. Bombardata». Nina non riusciva a credere a quello che stava succedendo. Racconta che all’improvviso è passata dal vivere una vita normale, come quella che fa adesso in Italia tutti i giorni, al sentirsi la protagonista di un film terrificante. Temeva che i russi avrebbero raggiunto anche la capitale. Non c’era più un luogo che potesse essere considerato sicuro.

«Ci dicevano tutti che la guerra non sarebbe scoppiata, la tv, i giornali. Gli Stati Uniti e l’Unione europea sostenevano di essere dalla nostra parte, che ci avrebbero aiutati, invece è stato un massacro». Nella notte tra il 7 e l’8 agosto del 2008 le forze armate della Federazione russa, che erano già entrate in Georgia, hanno attaccato l’esercito nazionale che si trovava in Ossezia del Sud per fermare l’offensiva dei separatisti. Così è iniziata quella che viene definita la prima guerra europea del ventunesimo secolo.

Emblematica, secondo molti, della strategia della Russia per mantenere il controllo sulle repubbliche ex sovietiche dopo la dissoluzione dell’Urss. Che consiste nell’abbracciare le istanze separatiste e sostenerle a livello sia militare sia economico per destabilizzare la politica interna e accrescere l’influenza. È successo così quando nel 2014, dopo tre mesi di tensione, i russi sono entrati nella penisola di Crimea per annetterla alla Federazione di Vladimir Putin, presidente dal 2012, oggi al suo quarto mandato. Ed è quello che sta succedendo adesso: l’invasione dell’Ucraina è iniziata subito dopo il riconoscimento da parte del leader russo dell’indipendenza delle repubbliche separatiste del Donbass, Lugansk e Donetsk. Anche se da mesi il suo esercito assediava i confini dello stato del presiedente Zelensky, pochi prevedevano che la guerra sarebbe scoppiata davvero.

«Mio padre ci ha lasciati a Tbilisi ed è subito ripartito per Tskhinvali, per fermare i russi. – continua a raccontare Nina- Aveva già combattuto nella guerra in Abkhazia (la guerra georgiano- abcasa è un conflitto che si è svolto in Georgia tra il 1991 e il 1993, seguito alla autoproclamazione della Repubblica dell’Abkhazia sostenuta dai russi, ndr). Per mesi l’avevamo creduto disperso, finché un giorno, senza preavviso, è rientrato a casa. Avevo avuto così tanta paura quella volta che non volevo ripartisse più. Ma non ho potuto fargli cambiare idea». Come il padre di Nina sono stati tantissimi gli uomini chiamati alle armi per difendere la Georgia dall’invasione. «Svegliati in piena notte e invitati a partire. Dicevano loro di prendere un’arma e combattere ma chi veniva trovato armato dai russi era il primo a morire». Nina non riesce a cancellare l’immagine della disperazione di una cara amica della madre. E le sue urla. Il figlio, di appena vent’anni, era stato chiamato a combattere. Neanche mezza giornata dopo è arrivata la notizia della sua morte.

La guerra del 2008 si è conclusa con il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e quella dell’Abkhazia, un’area ricca di risorse minerarie situata in Georgia, sul Mar Nero. E con l’occupazione di circa un quinto del territorio nazionale georgiano da parte delle truppe russe. Da allora, nonostante la Georgia possa ancora essere considerato un fragile baluardo di democrazia nell’area del Caucaso, le sue ambizioni filoccidentali ed europeiste, e le speranze di aderire alla Nato, si sono affievolite. Mentre sono cresciuti i contatti con la Federazione russa che stanno destabilizzando la politica interna e che nel 2021 hanno portato all’arresto di Nika Melia, l’unico oppositore del partito “Sogno Georgiano” che è al potere dal 2012 ed è stato fondato dall’ex primo ministro Boris “Bidzina” Ivanishvili, imprenditore accusato di perseguire gli interessi di Mosca. Melia a maggio 2021 è tornato libero grazie all’intervento dell’Unione europea.

«Appena ho sentito la notizia dell’invasione russa dell’Ucraina ho perso il fiato. È tornato tutto il dolore. La memoria della violenza. I soldati russi quella volta si sono comportati come bestie» racconta ancora Nina. Non smette di parlare anche se ha la voce flebile, provata dai ricordi. «Sono morte tantissime persone. E nessuno ci ha aiutati, la Georgia è stata abbandonata. Se non fosse stato per il coraggio di mio padre che è venuto a prendermi, probabilmente sarei morta anche io. Non riesco a credere che ancora oggi non ci sia nessuno in grado di fermare Putin».

L’eco della guerra del 2008 oggi risuona forte nei ricordi di tanti. Anche degli ucraini. Che si sentono abbandonati da un Occidente che aveva promesso loro garanzie di sicurezza mentre tentavano di costruire uno stato democratico, europeo. Forse, «se l’Occidente avesse risposto con una reazione molto forte contro la Russia che invadeva la Georgia nel 2008, non avremmo avuto l’altra invasione dell’Ucraina nel 2014, e quello che sta accadendo oggi non si sarebbe mai verificato» ha dichiarato la deputata ucraina Lisa Yasko al Washington Post, dopo essersi svegliata, lo scorso giovedì mattina, con il rumore delle esplosioni che devastavano Kiev.

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