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«Io, aggredito sul ponte dagli ultras Volevo solo fare una fotografia»

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il caso

28 agosto 2020 – 09:35

Il racconto: lo striscione degli ultrà, i fumogeni, le minacce e il telefono calpestato

di Massimo Sestini

Quando ho scattato la prima foto pensavo solo ad una cosa: far entrare Ponte Vecchio nello scatto. Davanti lo striscione che voleva festeggiare il compleanno della Fiorentina, dietro il ponte simbolo di Firenze. Non avrei mai immaginato che quel gesto potesse scatenare una reazione del genere. Mercoledì sera, ore 23.20, Ponte Santa Trinita. Sono alla guida della mia Vespa, le macchine fotografiche sotto la sella. All’improvviso il mio sguardo viene catturato da un gruppo di persone radunate sul ponte che stanno iniziando a srotolare uno striscione. In un attimo pianto la Vespa in mezzo al ponte e prendo il mio iPhone per documentare quello che sta succedendo. «Tanti auguri alla più grande, la più bella, la più cara da ogni cuor!», firmato Curva Fiesole 1926. A reggere il lungo lenzuolo con la scritta rossa è un gruppo di una quarantina di ultrà della Fiorentina. Mi avvicino ma mentre alzo le braccia per trovare la giusta inquadratura (pensando sempre a Ponte Vecchio) uno di quei ragazzi mi blocca da dietro: «Cosa stai facendo?». Spiego che sto facendo una fotografia ma loro mi dicono a muso duro che non gradiscono essere ripresi. «Sono un giornalista», specifico. Ma a quanto pare è un’aggravante dato che i tipi in questione sembrano incattivirsi ancora di più e arrivano a minacciarmi: «Vai via, non puoi fare nessuna foto, se vuoi domani trovi la foto sulla nostra pagina Facebook “Fuori dal coro”. Adesso no». Io, di fronte a tanta prepotenza, abituato come sono a non fermarmi davanti a niente, non mi arrendo. Provo a convincerli che non possono impedirmi di fare il mio lavoro, che siamo in un Paese democratico, che esiste il diritto di cronaca. Tutto inutile. Uno di loro, in tutta risposta, mi dà un colpo al braccio e fa cadere il telefono per terra. Non ho il tempo di recuperarlo che uno di loro ci è già saltato sopra per distruggerlo. Capisco che non è il caso di continuare a cercare il dialogo con persone che si proclamano tifosi di una squadra di calcio ma che sono distanti mille miglia da tutti i valori dello sport. Decido di allontanarmi tra i cori che si fanno sempre più aggressivi e i fumogeni che scatenano alcune proteste. Scopro così che anche un passante era stato aggredito perché aveva osato sottolineare che quello non era lo stadio ma il centro storico di Firenze. Mi infilo dentro una gelateria e chiamo il 113. Dalla sala operativa della questura sentono le grida e i cori del gruppo che ha iniziato a sfilare e mi invitano a non muovermi da lì. Arrivano tre volanti della polizia e subito dopo anche gli esperti di tifoseria della digos. In quel momento, con la tensione che c’era, poteva succedere qualsiasi cosa. Ma la professionalità dei poliziotti sul campo e di chi li ha guidati ha impedito che la situazione degenerasse. Faccio la mia denuncia, racconto agli agenti che ho impresso negli occhi i volti dei miei aggressori, che sono in grado di riconoscere chi ha fatto volare il mio telefono e chi, senza pietà, ci è saltato sopra. Dico ai poliziotti quello che ho inutilmente provato a spiegare a quel manipolo di ragazzi che si professano tifosi: che stavo solo facendo il mio lavoro, che sono andato anche nei teatri di guerra per inseguire uno scatto, che il diritto all’informazione è l’essenza della democrazia. E che è possibile festeggiare il compleanno della squadra del cuore anche senza aggredire un giornalista.

28 agosto 2020 | 09:35

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