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Chi sono gli Infermieri oggi in Italia? Sono i veri protagonisti della sanità italiana e i tutori della legalità: da sempre condannano gli abusi interni ed esterni alla professione.

Con la Legge 42/99 si ha l’abolizione del mansionario in cui l’infermiere passa dalla mansione tecnica (professionale) a quella intellettuale (professionista). Nell’articolo 1 della Legge 42/99 si sostituisce, infatti, la nomenclatura di “professione sanitaria ausiliaria” con la “professione sanitaria”.

La Legge 43/2006, invece, identifica quattro figure infermieristiche:

  • Infermiere generalista (in possesso della Laurea di I° livello in infermieristica o di titolo equipollente);
  • Infermiere specialista (in possesso di master universitari clinici);
  • Infermiere coordinatore (in possesso del master in coordinamento o in management per le funzioni di coordinamento);
  • Infermiere dirigente (in possesso della Laurea Magistrale in Scienze infermieristiche).

Il Decreto Ministeriale 739/1994 nell’articolo 4, inoltre, stabilisce che “l’infermiere (…) concorre direttamente all’aggiornamento relativo al proprio profilo professionale e alla ricerca”.

L’ articolo 11 del codice deontologico infermieristico del 2019 , invece, prevede che “l’infermiere fonda il proprio operato su conoscenze validate e aggiorna i propri saperi (…)”.

L’articolo 13 definisce che “l’infermiere assume responsabilità in base al proprio livello di conoscenze e ricorre, se necessario, all’intervento o alla consulenza di infermieri esperti o specialisti. Presta consulenza ponendo le proprie conoscenze e abilità a disposizione della comunità professionale”.

Ancora, nell’articolo 14 “l’infermiere riconosce che l’interazione tra professionisti e l’integrazione inter-professionale sono modalità fondamentali per far fronte ai bisogni dell’assistito”, nell’articolo 15 “l’infermiere chiede formazione e o supervisione per pratiche nuove o sulle quali non ha esperienza” e, infine, nell’articolo 16 “l’infermiere (…) promuove il ricorso alla consulenza etica (…)”.

Essendo un professionista l’ infermiere con competenze specifiche può lavorare in un ambulatorio infermieristico.

L’ambulatorio infermieristico rappresenta un nuovo modello di organizzazione e gestione dell’assistenza infermieristica in grado di rispondere con competenza alle diverse esigenze della collettività e permette alla professione infermieristica di esprimere le proprie competenze in maniera più autonoma e responsabile. Gli ambulatori infermieristici prevedono la “presa in carico” della persona attraverso la valutazione del bisogno di assistenza, l’uso di metodologie e strumenti di pianificazione per obiettivi e di adeguati strumenti informativi (cartella infermieristica).

Assolvono alla funzione dell’infermieristica in ambito comunitario, in un ottica di multidisciplinarietà; essi si integrano nei processi distrettuali e, qualora i bisogni dell’assistito richiedono una forte integrazione sociosanitaria, prevedono l’utilizzo di metodologie per la Valutazione Multi Dimensionale (VMD), contribuendo alla stesura del Piano Assistenziale Individuale (PAI). Per ambulatorio infermieristico, inoltre,si deve intendere la struttura o luogo fisico, collocata nel territorio e o in ambito ospedaliero, preposto alla erogazione di cure infermieristiche organizzate e gestite direttamente dal personale infermieristico, che ne è responsabile ai sensi del DM 739/94 e della legge 251/00, articolo 1, commi 1 e 3., per quei pazienti che non richiedono ricovero neanche a ciclo diurno. Riconoscono la piena assunzione di responsabilità e l’autonomia dell’infermiere nell’organizzazione e nella gestione dell’assistenza secondo quanto previsto dalla normativa che regola l’esercizio professionale (DM 739/94, Patto Infermiere-Cittadino 1996, L.42/99, Codice Deontologico 2019, Legge n°251/00, Legge n°1/2002, Ordinamenti Didattici delle Classi di Laurea/02). L’ambulatorio infermieristico può rappresentare un importante punto di riferimento per la continuità assistenziale, considerato che attualmente molti pazienti dimessi dalle strutture ospedaliere hanno necessità di continuare ad effettuare determinate prestazioni sanitarie.

Alcune di queste prestazioni rientrano nel campo definito “wound care”.

Il Wound Care è nato nella sua forma più moderna, in Inghilterra alla fine degli anni ’60. Un trentennio più tardi (1993), sempre nel Regno Unito nasceva l’Evidence Based Medicine o Medicina Basata Sulle Evidenze Scientifiche. Solo cinque anni dopo (1998) in Canada veniva alla luce l’Evidence Based Nursing o Infermieristica basata sulle Evidenze Scientifiche.

L’infermiere che lavora in ambulatorio infermieristico in autonomia deve far riferimento all’ENPAPI (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica).

L’ENPAPI ha la finalità di assicurare la tutela previdenziale e la protezione assistenziale in favore degli infermieri, assistenti sanitari, infermieri pediatrici che esercitano la professione in forma autonoma o associata. L’iscrizione all’ ENPAPI è obbligatoria anche per gli infermieri che svolgono altre attività lavorative, l’unico escluso è il lavoratore dipendente. Come professionista l’ infermiere esperto può svolgere la funzione di consulente.
Negli U.S.A., la figura dell’infermiere consulente nasce tra gli anni ’70 e i primi anni ’80. In Inghilterra, la consulenza infermieristica è introdotta negli anni ’90. In Italia se ne sta iniziando a parlare da poco. Comunque, è necessario fare riferimenti giuridico-deontologico al fine di contestualizzare la figura del consulente infermieristico.

Il consulente può essere un infermiere specialista clinico o un infermiere di provata capacità tecnica a cui ci si rivolge per ottenere informazioni e consigli nella materia di sua competenza.

La consulenza infermieristica deve essere intesa come una risorsa per la struttura organizzativa e per altri contesti operativi, pertanto, è da considerarsi come:

  • Prestazione tecnica;
  • Addestramento sul campo del collega;
  • Formazione per il riconoscimento delle complicanze;
  • Educazione del paziente e o di familiari;
  • Valutazione;
  • Supervisione dei colleghi.

Si dovrebbe iniziare a ricorrere alla consulenza infermieristica per:

  • Rendere l’assistenza più qualificata e efficace;
  • Valorizzare e potenziare l’integrazione professionale;
  • Fornire un intervento qualificato;
  • Sviluppare conoscenze, competenze e esperienze.

Esistono tre tipi di consulenza:

• La consulenza in cui si offrono informazioni e competenze : Il richiedente formula una richiesta precisa e circoscritta (es. come trattare una LdC al II° stadio in regione sacrale);

• La consulenza in cui viene offerta diagnosi, competenze e soluzioni : Chi chiede la consulenza non ha tutte le informazioni e si aspetta che il consulente le offre indicazioni su come affrontarlo. Il richiedente deve essere, pertanto, motivato a seguire le indicazioni suggerite dal consulente;

• La consulenza di processo: In cui il consulente guida il richiedente nell’analisi e nell’individuazione di possibili strategie risolutive. L’azione di consulenza permette di capire come agire sugli eventi che si verificano nel suo ambiente. In questo caso, a differenza dei precedenti tipi di consulenza, il consulente sfrutta soprattutto competenze metodologiche, relazionali e organizzative.

Nel 2015 la Federazione IPASVI (oggi FNOPI con la Legge 3/2018) presentò in Consiglio Nazionale il nuovo modello di evoluzione delle competenze infermieristiche, collegandosi al Patto per la salute e alla bozza di accordo Stato-Regioni sulle competenze avanzate.

Infatti la Legge 190/2014, richiamava gli orientamenti del documento e poneva le basi per intervenire su ruoli, funzioni e modalità operative dei professionisti sanitari, sostenendone l’evoluzione delle competenze attraverso percorsi di formazione complementare.

Tale spinta di indirizzo veniva da studi del settore sanitario del rapporto dell’Ocse (Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico per i Paesi membri), nei quali essi affermavano anche che, per il mantenimento dei principi che definiscono il SSN e per la sostenibilità complessiva del Sistema,è necessario dare maggiore forza e spazio alle potenzialità dei professionisti sanitari.

Dagli anni Novanta in poi la professione infermieristica ha avuto un’accelerazione del processo di professionalizzazione, grazie al forte impegno nel compiere tutti i passi necessari per fare dell’infermiere un componente essenziale del sistema sanitario, in grado di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini e in linea con le competenze richieste (Gamberoni et al., 2008). Motta (2000) afferma che la formazione universitaria infermieristica miri alla trasmissione sistematica e permanente della competenza necessaria ad interpretare e risolvere con efficacia i problemi di salute individuale e collettiva che sono posti all’infermiere nei diversi ambiti clinici dell’esercizio professionale. Secondo Benner et al. (2015) la formazione avviene man mano che gli studenti acquisiscono le conoscenze, le abilità professionali e le nozioni fondamentali per la pratica. Le autrici sottolineano la necessità di formare gli studenti in vista di una preparazione pratica volta ad un sicuro, accurato e compassionevole esercizio della professione in diversi ambiti, in cui le conoscenze e le innovazioni aumentano ad una velocità impressionante. Secondo le autrici alla fine della formazione si dovrebbe essere in grado di esercitare la professione in modo sicuro ed efficace, e gli infermieri dovrebbero avere conoscenze in ambito infermieristico e scientifico.

Gli infermieri alla fine del percorso formativo riconoscono il livello di responsabilità della pratica infermieristica per quanto concerne azioni che potrebbero nuocere gravemente a un paziente o persino causarne la morte (Rodriguez, 2007. Citato da Benner et al, 2015). La crisi economica spesso spinge le famiglie a risparmiare e quindi per l’assistenza si fa ricorso a figure non strettamente “professionali” come le badanti e gli Oss, ritenute in grado di svolgere prestazioni infermieristiche. A queste figure viene chiesto di gestire le terapie farmacologiche, fare iniezioni, occuparsi di bendaggi e medicazioni. E per risparmiare ulteriormente , molti italiani pagano di tasca propria un infermiere che svolge la propria attività professionale a nero.

L’Infermiere e l’Ordine Professionale sono tenuti a contrastare e denunciare l’esercizio abusivo della professione infermieristica e il lavoro sommerso, così come si evince nell’ art.44 del codice deontologico 2019“contrasto all’esercizio abusivo della professione”.

Rivolgendosi pertanto, al personale con tanta disponibilità ma senza competenze , si aumenta il rischio di provocare danni seri all’ assistito. Varrebbe pertanto la pena riflettere su tutto ciò . Basta vedere che anche in questo periodo di confusione dovuta all’ emergenza Covid 19 non sono ben evidenziate le competenze di ciascuna figura professionale . Molti infermieri coinvolti nella lotta contro questo virus del tutto ancora sconosciuto stanno perdendo la vita per continuare a garantire la loro assistenza ai pazienti così’ come da codice etico e morale del proprio profilo professionale, ma nonostante ciò non vengono ancora riconosciute le proprie competenze.

Il percorso storico in altre nazioni mostra però come l’infermiere possa esprimere le proprie potenzialità in quanto egli ha la possibilità di applicare la propria professionalità con responsabilità, autonomia e continua crescita professionale.

Quest’ultima deve essere interpretata come una maggiore presa di coscienza delle nostre competenze, svolte con autonomia e responsabilità decisionale.

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