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Il rischio di depotenziare il Quirinale con il nuovo gioco totonomi

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Il grande gioco del Quirinale, con manovre che si intrecciano sui potenziali successori del presidente in carica, di solito si apre alla vigilia della scadenza naturale del settennato. Mai troppo prima. Per non produrre strappi al sistema istituzionale, ma anche per buona educazione verso l’inquilino del Colle. A Sergio Mattarella sta toccando una sorte diversa. La gara a prenderne il posto, cominciata già nell’estate 2019 fra mosse scaramantiche e suggestioni strampalate, è molto cresciuta nell’ultimo mese. Accompagnata da ipotesi di futuribili alleanze politiche, valzer delle candidature con relative pagelle e una profezia, lanciata con enfasi da un giornale: il capo dello Stato «tra poco lascerà l’incarico, rendendo necessario il voto del Parlamento».

«Chiacchiere fatue e gratuite»

Ora, vanno chiarite un paio di cose: 1) quel «tra poco» non è per nulla vicino, infatti si materializzerà solo il 3 febbraio 2022, tra 18 mesi, quando cadrà il settimo anniversario dell’elezione di Mattarella, che fino ad allora sarà in carica; 2) se si sceglie l’espressione «lasciare l’incarico» invece di un più corretto «completare il mandato», si finisce quasi per suggerire che il presidente della Repubblica se ne possa andare prima di quella data, dimettendosi. Il che non è nelle sue intenzioni. Così come non rientra nelle sue idee quella di accettare un bis, per un «fatto di coscienza», dato che conosce il precetto del costituzionalista Livio Paladin, per il quale la rielezione di un capo dello Stato «non è vietata ma non è opportuna». Insomma, la smania politico-mediatica di orientare e condizionare con un anno e mezzo d’anticipo la corsa alla più alta carica del Paese sta producendo calcoli spericolati e ambiguità ancora da decifrare. «Chiacchiere fatue e gratuite», le sdrammatizzano gli intimi del Quirinale. Dove ci si limita a dire che il padrone di casa assiste senza passione allo spettacolo, e parlano di una sua «olimpica indifferenza». Sarà così, anche se è un po’ difficile crederlo. Almeno considerando quanto spesso Mattarella ha ricordato a tutti il vincolo a rispettare i limiti fissati dalla Carta per ciascun potere. Sottinteso: con l’obbligo di non interferire mai, neanche tangenzialmente come sarebbe in questo caso, nei poteri altrui.

Una mossa pericolosa

Se ci si tiene alla massima andreottiana secondo la quale «a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina», si potrebbe perfino supporre che dietro questa avventata corsa al Colle ci sia un intento politico: anticipare, di fatto, il cosiddetto «semestre bianco», ossia quel periodo che chiude il mandato presidenziale e nel quale, a norma di Costituzione, il capo dello Stato non può sciogliere le Camere e far aprire le urne. Sono, insomma, i sei mesi (che per lui scatterebbero il 4 agosto 2021) in cui le sue prerogative si affievoliscono. Stavolta, descrivendo erroneamente questo capo dello Stato come ormai prossimo al congedo, il tentativo può sembrare quello di voler sterilizzare in parte la sua autorità e limitare il suo campo d’azione. Una mossa pericolosa, studiata magari per esorcizzare qualsiasi ipotesi di voto in autunno e nel contempo puntellare la vacillante maggioranza giallorossa, vincolandola fin d’ora a un patto per imporre insieme il prossimo inquilino del Quirinale. Un passo che, fra l’altro, escluderebbe dalla partita i leader di quei partiti-cespuglio, come Matteo Renzi, che nel 2015 fu il king maker dell’elezione di Mattarella. Sono scenari complessi, per il presidente. Nei quali va inserito l’appuntamento alle urne di settembre, con l’incognita del referendum sul taglio dei parlamentari e di una nuova legge elettorale tutta da costruire.

6 luglio 2020 (modifica il 6 luglio 2020 | 08:50)

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