Il Recovery Plan può funzionare. Becchetti spiega perché

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L’economista e saggista: dall’ambiente all’Irpef, il documento messo a punto da Palazzo Chigi è un ottimo punto di partenza e scioglie alcuni nodi, a cominciare dalla governance. Chi lo critica sbaglia, sarebbe molto meglio risparmiare il fiato e attuare il piano. Che con qualche limatura può essere ancora meglio

Il Recovery Plan approvato (o quasi) da un Consiglio dei ministri che più tribolato non poteva essere, sembra andare nella giusta direzione. C’è sempre tempo per le migliorie, ma ora è tempo di fare in fretta, per accendere il motore della ripresa già con il brindisi (virtuale o reale che sia) di fine anno. Leonardo Becchetti, economista e saggista di lungo corso, il piano d’azione che porta la firma di Giuseppe Conte se lo è letto, facendosi un’idea, piuttosto precisa.

Becchetti, 125 pagine in cui incastonare 209 miliardi di fondi europei per rimettere in moto il Paese. Sensazioni?

La bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza approdata in Consiglio dei ministri centra le questioni chiave del nostro Paese, è coerente con il quadro comunitario in materia di transizione ecologica e propone una ragionevole ripartizione dei progetti e supera anche le preoccupazioni di molti relativamente alla governance e alla gestione futura del percorso.

Un giudizio positivo. Che cosa la convince in particolare? 

Le riforme strutturali si concentrano sulla riduzione del rischio legale dello spread dei tempi della giustizia civile del nostro Paese oltre che sui limiti della burocrazia usando la chiave della digitalizzazione e della semplificazione delle procedure. I sei ambiti scelti per gli investimenti affrontano i temi chiave della transizione ecologica, di una sanità di prossimità da rilanciare, del potenziamento delle infrastrutture digitali e ferroviarie, del potenziamento della didattica e del diritto allo studio, del collegamento tra università e ricerca, della coesione territoriale, della parità di genere e della vulnerabilità.

Però c’è un problema, la governance della quale si è dibattuto molto. Anzi, lo si sta facendo anche in queste ore…

La nomina di responsabili di missione per ciascuno dei sei ambiti di progetto, bilanciata dal ruolo della cabina di regia dei ministri e del Comitato Interministeriale degli Affari Economici e dalla presenza di un Comitato di Responsabilità Sociale composto dalle parti sociali bilancia l’esigenza di identificare una regia esecutiva chiara con una guida politica e una partecipazione allargata alla società civile.

Insomma, un documento che ha una sua logica.

Sì. E onestamente trovo inutile mettersi a fare ora i Pierini su questo documento e questo schema. Quello di cui ora abbiamo bisogno è di un percorso partecipato di intelligenza collettiva dove ciascuno di questi capitoli venga realizzato in modo efficace. Con qualche piccola correzione di rotta assolutamente possibile senza stravolgere la sostanza del contenuto. Il punto debole del nostro Paese non è mai nella creatività delle idee ma sempre purtroppo nella capacità di portarle a termine in modo efficace e in tempi ragionevoli.

C’è chi non è convinto del piano del governo. Ma forse non è tempo di troppe domande…

Siamo assolutamente in tema ma soltanto all’inizio del percorso. Inutile adesso criticare la struttura complessiva di un documento che, con tutti i suoi limiti ed aspetti migliorabili, è ricco e esaustivo. Concentriamoci su come possa essere realizzato con successo

Il baricentro del Recovery Plan è la transizione energetica. Se lo aspettava?

Certo, perché è l’Europa stessa che lo chiede. Tutti i progetti previsti devono rispettare il criterio di sostenibilità, ovvero nessun progetto da finanziare con le risorse europee non può e non deve peggiorare i target ambientali del Paese, a cominciare dalle acque e dalla bio-diversità. il problema del futuro è d’altronde quello, conciliare il progresso con la sostenibilità.

Ma non c’è proprio niente che non va allora nel Recovery Plan?

C’è, eccome. In materia ambientale si sottolinea per esempio solo il problema della riduzione della CO2 ma poco o nulla quello dell’inquinamento e delle polveri sottili. Ed è su questo che nello scorso mese la Corte di Giustizia europea si è pronunciata contro il nostro paese ritenendolo passibili di sanzioni per violazione dal 2008 dei limiti. In Italia i livelli superiori a quelli consigliati dall’Oms sono responsabili di circa 218 morti al giorno. Il piano del governo ha in realtà ha dentro di sé tutto per affrontare il problema, dal prolungamento dell’ecobonus per la ristrutturazione edilizia (il 50% circa del problema dipende dal riscaldamento domestico) all’agevolazione per gli investimenti del programma Transizione 4.0. Ma…

Ma…?

Deve essere chiaro, in coerenza con il principio di progresso in materia di riduzione dell’inquinamento stabilito dall’Ue (do not substantially harm), che questi interventi devono contribuire a risolvere questo grave problema del nostro Paese. Il documento ha aspetti popolari importanti come il supporto alle comunità energetiche, all’efficientamento degli edifici ma manca forse uno stimolo alla sostituzione del parco veicoli decisiva per gli obiettivi di transizione ecologica. Il progetto di impresa verde deve ricomprendere con più chiarezza lo stimolo ad investimenti green e i percorsi di certificazione tipo made green in Italy essenziali per rendere il paese competitivo nella transizione ecologica oltre che realizzare il piano prezioso di efficientamento degli immobili agricoli.

Becchetti, nel Recovery Plan il governo traccia anche una riforma dell’Irpef per il ceto medio, ovvero i redditi tra i 40 e i 60 mila euro annui. Era ora?

Sì, sapevamo che nel nostro sistema fiscale c’erano scaglioni non proprio armonici tra le diverse fasce di reddito. Ora abbiamo maturato la consapevolezza che questo vuoto va colmato. In Italia ci sono tante forme di aiuto per le fasce deboli, ora è tempo di aiutare anche gli altri ceti con un fisco il più progressivo possibile.

Tra due settimane sarà Natale. Gli italiani sono stanchi, dopo un anno difficile e sfiancante e hanno voglia di tornare a vivere. Ma mollare la presa proprio ora potrebbe vanificare mesi di sacrifici. Lei che che dice?

Di sacrifici se ne stanno facendo tanti mi creda. Tante persone stanno organizzando il brindisi di Natale sul web. Adesso finalmente si è capito che bisogna guardare ai territori, non bisogna mettere a Milano le regole della Sardegna. Almeno adesso c’è un metodo e anche una giusta flessibilità nelle regole. Tornando al Recovery Plan, nella sezione relativa ai temi della vulnerabilità il tema della prossimità deve insistere con lucidità non solo nel rinnovamento delle strutture di territorio ma anche nella capacità di costruire relazioni di cura che sono la chiave per la soluzione del problema. La direzione di marcia indicata dal progetto di legge sul budget di salute è illuminante da questo punto di vista e mettendo al centro il tema della generatività e della relazione.