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Il partito della trattativa si fa strada a Washington: Zelensky sotto pressione – Enzo Reale

Breve esercizio di dietrologia sull’incidente polacco. Anche le se indagini continuano, la versione ufficiale del presidente Usa Joe Biden, della Nato e del governo di Varsavia è che la causa dello sconfinamento che ha ucciso due persone sia stata la caduta accidentale di un sistema anti-missile ucraino che tentava di intercettare un proiettile russo.

Zelensky, invece, continua a mantenersi sulle posizioni iniziali, negando la premessa (“i resti di missile non sono nostri”) e chiedendo che gli ucraini siano messi in condizione di ispezionare il luogo dell’accaduto.

Le reazioni politiche

Dal punto di vista politico le reazioni sono state ampiamente prevedibili. Da una parte pacifinti e putiniani dichiarati o occulti a chiedere alla comunità internazionale di scusarsi con i russi per averli incolpati senza prove: nessun cenno, ovviamente, ai bombardamenti a tappeto che nella stessa giornata avevano martoriato in lungo e in largo il Paese invaso.

Nel loro mondo capovolto, la guerra è provocata dalla contraerea, non dagli attacchi che da nove mesi l’Ucraina sta subendo.

Dall’altra le persone decenti, da Anne Applebaum a Giorgia Meloni, che hanno sottolineato secondo logica e senso comune che – incidente o no – la causa di ogni possibile escalation è sempre e comunque di chi ha scatenato il conflitto: “I russi sanno perfettamente che i loro bombardamenti al confine possono colpire il territorio polacco, è un rischio che hanno reputato di voler correre, quindi la responsabilità di quanto accaduto – per quello che ci riguarda – è tutta russa”, ha spiegato la neo-premier italiana. Una dichiarazione perfetta.

Dietro le quinte

Resta però, al di là delle rispettive posizioni (più o meno rispettabili), la sensazione che dietro le quinte l’intera vicenda sia stata gestita con disinvoltura sospetta e, probabilmente, anche con qualche secondo fine. Insomma, a dirla tutta, questo strano “incidente” sembra fatto apposta per mettere in difficoltà Zelensky e forzare l’apertura di una trattativa con Putin.

Lo scenario della rappresentazione sarebbe pressappoco il seguente:

– cade un missile sulla Polonia

– tutti pensano a un atto deliberato o come minimo ad un errore russo

– si scatena la psicosi da articolo 5 del Patto Atlantico

– governo polacco e vertici Nato, però, mostrano prudenza, dicono che servono indagini approfondite, che non ci sono prove dirette di un coinvolgimento di Mosca, che il missile è di “fabbricazione russa” ma chissà chi l’ha lanciato, e dopo ore di tentennamenti improvvisamente trovano la soluzione che esclude qualsiasi ipotesi di rappresaglia: “non sono stati i russi, ma gli ucraini per errore

– il mondo respira ma anche il Cremlino, che ne esce quasi come un attore responsabile, ingiustamente accusato di un atto bellico che non ha compiuto

– in fondo alla stanza Zelensky, lasciato da solo a gridare al lupo: il bugiardo che ci vuole trascinare nella terza guerra mondiale.

Il messaggio del Pentagono a Kiev

Certo, tutto questo è una simulazione, un mero esercizio retorico. Epperò c’è stata la conferenza stampa del generale Mark Milley e Lloyd Austin di mercoledì pomeriggio, che se non si può ancora chiamare punto d’inflessione poco ci manca.

Il capo di Stato maggiore e il segretario alla Difesa statunitensi, dopo aver ribadito il sostegno all’Ucraina e le difficoltà russe, hanno però tenuto a far sapere che, nonostante i recenti successi militari a Kharkiv e a Kherson “le possibilità di una vittoria totale dell’Ucraina in tempi rapidi” restano comunque scarse.

Un messaggio abbastanza chiaro che conferma le indiscrezioni già filtrate dal Wall Street Journal qualche giorno fa, secondo cui il partito della trattativa non solo starebbe guadagnando terreno a Washington, ma rappresenterebbe la posizione ufficiale – per quanto al momento non espressa pubblicamente – dell’amministrazione Biden.

Ma che dopo Kherson sarebbero cominciate le pressioni su Zelensky per spingerlo a un negoziato da una presunta “posizione di forzaera già sulla bocca di tutti da tempo.

Ricapitolando…

Ricapitoliamo. Dopo le incertezze iniziali, Usa, Nato e Varsavia chiudono in fretta e furia l’incidente polacco con un nulla di fatto, comunicando certamente una rassicurante sensazione di prudenza ma palesando allo stesso tempo l’intenzione prioritaria di scartare ad ogni costo l’ipotesi dell’attacco russo.

Il tutto mentre gli alti comandi di Mosca ammettono candidamente che i loro attacchi avvengono a 35 chilometri dal confine occidentale con la Polonia. La coperta di Zelensky improvvisamente si accorcia, prima con la smentita pubblica delle sue dichiarazioni sulle responsabilità russe, poi con la doccia fredda del generale Milley sulle prospettive di vittoria ucraina.

Nel frattempo, il capo della CIA William Burns e la sua controparte Sergei Naryshkin si incontrano ad Ankara e i servizi segreti occidentali fanno sapere a Zelensky che Putin sta cercando una trattativa diretta con lui.

Conclusioni

Tentiamo allora qualche conclusione in forma di domanda e risposta secca.

Gli alleati occidentali (e gli Usa in primis) si stanno preparando ad abbandonare l’Ucraina al suo destino? Certamente no.

Washington sta spingendo per una trattativa che produca un cessate-il-fuoco prima dell’inverno? Le indiscrezioni degli ultimi giorni e le parole di Milley sembrano confermarlo.

L’ipotesi di un missile russo sulla Polonia avrebbe favorito la trattativa diplomatica? Assolutamente no, tutto il contrario.

L’ipotesi di un errore ucraino non riconosciuto da Kyiv indebolisce la posizione di Zelensky sulla difesa militare a oltranza? Come minimo farà aumentare la pressione alleata affinché accetti l’apertura di un negoziato.

In definitiva, il missile sulla Polonia potrebbe paradossalmente aprire le porte alla cessione di porzioni di territorio ucraino alla Russia? È un collegamento un po’ spericolato, lo riconosco, ma temo proprio di sì.

Un conflitto europeo

Per chiudere, lasciamo per un momento da parte le speculazioni e torniamo alla realtà. La realpolitik ha le sue esigenze, ma l’eterogenesi dei fini è sempre in agguato: non sempre (anzi quasi mai) la ricerca di un accordo a tutti i costi crea le condizioni per una pace giusta e durevole. La guerra di Putin, più di altre, rischia di confermare questa tesi.

Poche guerre sono state meno giustificabili di questa. Poche volte la distinzione tra aggressore e aggredito è stata così chiara. In poche occasioni il pericolo rappresentato da una dittatura è stato così riconoscibile. Senza la resistenza ucraina Putin avrebbe fatto del Paese conquistato un trampolino di lancio verso altre invasioni.

Quello da lui scatenato è sempre stato un conflitto europeo a tutti gli effetti ma, mentre le nazioni dell’Est ne sono pienamente consapevoli, ad Ovest fatichiamo ancora a crederci. Quel che non capiamo fino in fondo è la natura ideologica dell’aggressione russa.

È il kathecon che sfida la città sulla collina, vista come l’Anticristo (cfr. Luca Gori, “La Russia eterna“): in questa prospettiva l’Ucraina è un territorio disponibile, da riannettere, ma il vero obiettivo siamo noi. Solo l’imprevista reazione degli aggrediti ha fermato – per ora – il disegno espansivo di Mosca.

Gli ucraini hanno combattuto davvero, non solo retoricamente, per tutti noi, e Kyiv ha difeso concretamente le democrazie liberali dall’assalto armato. In questo momento l’Occidente si identifica con l’Ucraina.

Quando Zelensky afferma che “questa guerra è iniziata in Crimea e finirà con la Crimea. La nostra penisola verrà liberata, come tutte le altre terre ucraine”, non lo fa per bellicismo o smania di protagonismo ma perché ha compreso che non solo la libertà del suo Paese ma la stessa sicurezza del continente europeo negli anni a venire dipendono da una circostanza ben precisa: che la Russia perda, e perda male.

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