Il nemico interno: L’Espresso in edicola e online da domenica 24 gennaio

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La cupola del Campidoglio di Washington è sottosopra, riflessa in una pozzanghera nella città deserta che aspetta, sotto assedio, l’insediamento di Joe Biden. La prima sfida per il nuovo Presidente è “Il nemico interno” a cui L’Espresso dedica la copertina. Un “esercito dell’odio” fatto di suprematisti, fascisti e infiltrati nelle forze armate. Che dopo l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio minaccia di far cadere gli Stati Uniti in una tragica versione americana della “strategia della tensione”.

Un’inchiesta di Paolo Biondani e Leo Sisti svela i documenti e testimonianze sulla diffusione e la pericolosità di questa minaccia. Un gruppo eversivo che ha il suo profeta nell’ormai ex presidente Trump, come spiega Janja Lalich, grande esperta di estremismo ideologico, a Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni. Per fortuna, è vero che la forza della democrazia si dimostra nei momenti di debolezza: lo ha detto Biden nel discorso d’insediamento, lo sottolinea nel suo editoriale Marco Damilano, che vede per la politica italiana una possibile riscossa affidata a Mattarella e Pd.

Tra i compiti più impegnativi per Biden c’è la riforma del sistema economico ammaccato da quattro anni di trumpismo: Eugenio Occorsio raccoglie le ricette – durissime – di quattro economisti di sinistra. Alberto Flores D’Arcais racconta chi sono le donne e gli uomini che aiuteranno il nuovo Presidente a dare nei primi cento giorni una svolta decisiva.


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«Mentre in Italia va in scena una crisi al testosterone, il presidente americano mette al centro la diversità, marginalizzata da Trump. Non è una questione estetica: sono simboli che diventano atti». «Conte fatica a dirgli “bravo”? Si adatterà, l’ha già fatto cambiando maggioranza»

L’italo-americana Elly Schlein commenta il nuovo corso in arrivo e fa un confronto con la situazione italiana: la intervista Susanna Turco, che in altro articolo ricostruisce il caos dello scontro tra il premier e Renzi e preannuncia le prossime battaglia in vista della resa dei conti alle amministrative di giugno. Con l’incognita del Partito di Conte, creatura politica calata dall’alto a cui Marco Follini dedica un commento molto critico. Mentre Aboubakar Soumahoro denuncia la distanza delle crisi di Palazzo dai problemi degli italiani e annuncia una nuova manifestazione per il 30 gennaio a Napoli.

Il primo scoglio per il Governo Conte-senza-Renzi, racconta Carlo Tecce, sarà la scelta del capo dei servizi segreti. Intanto il mondo della finanza, spiega Vittorio Malagutti, aspetta al varco i politici sulle decisioni verso Monte Paschi e Unicredit. Sul fronte della parità di genere, il piano di investimenti in arrivo si preannuncia superficiale e generico (ne scrive Gloria Riva).


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«In questo modo si sottrae terreno al traffico internazionale e potremmo concentrarci sul livello alto delle organizzazioni criminali». Parla il Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho

Il procuratore generale antimafia Cafiero De Raho parla con Massimiliano Coccia delle trenta inchieste che cercano di impedire alla mafia di allungare le mani sul business legato al Covid. Che mostra un nuovo fronte: quello delle malattie cardiache provocate dal virus e dai mancati controlli, un drammatico aspetto dell’emergenza ricostruito da Antonio Fraschilla.

Altan trova una cinica soluzione alla crescente follia d’Italia e del mondo, Mauro Biani punta il dito contro l’ultimo sopruso della presidenza Trump, Lorenzo Pregliasco calcola quanti parlamentari rischiano di rimanere a terra dopo le prossime elezioni, Bernardo Valli firma un appassionato omaggio a Renata Colorni. Ed Evelina Santangelo invita a meditare sulla parola della settimana: porto.

E L’Espresso chiude con un corposo invito a onorare il Giorno della memoria – ne scrivono Massimo Cacciari, Roberto Andò, Marco Consoli e Furio Colombo intervistato da Francesca De Sanctis -, un ritratto di Sirio, piccolo influencer disabile che combatte la tetraparesi con energia e curiosità indomabili (di Sabina Minardi) e la puntata finale della storia di cent’anni di Pci firmata da Carmine Fotia, che affida a Bertinotti la sentenza finale: «Hanno sostituito il Palazzo d’Inverno con Palazzo Chigi. E la storia è finita».