il-“momento-sputnik”-che-ci-costringe-a-staccarci-dalla-cina-parla-tellis-(carnegie)-–-formiche.net

Il “momento Sputnik” che ci costringe a staccarci dalla Cina. Parla Tellis (Carnegie) – Formiche.net

La stretta di mano Biden-Xi non vale sul piano tecnologico: finché gli Usa non avranno consolidato il loro vantaggio, con la Cina non ci potrà più essere cooperazione nei settori alla frontiera del progresso e della sicurezza nazionale: semiconduttori, Intelligenza artificiale, quantum computing, genomica e materiali avanzati. L’Europa lo ha capito ma dovrà fare di più. E sul G20 che Modi sta organizzando per l’anno prossimo… Conversazione con Ashley Tellis, esperto di sicurezza nazionale del Carnegie Endowment

Tra Stati Uniti e Cina abbiamo assistito a uno Sputinik moment, l’improvvisa consapevolezza di aver lasciato correre (e in alcuni casi, aiutato) il rivale numero uno, seguita da una reazione forse brutale ma inevitabile: finché non avremo consolidato il nostro vantaggio tecnologico, non possiamo più permetterci il lusso di una cooperazione. Gli scambi commerciali quasi senza limiti cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni hanno indebolito la capacità industriale dell’Occidente, spostato interi settori in Asia, aperto la strada per furto di proprietà intellettuale e dipendenza economica. Abbiamo chiuso gli occhi sul dual use civile e militare che molti apparecchi possono avere, permesso a un potentissimo strumento (anche) di propaganda come TikTok di essere l’app più scaricata degli ultimi due anni.

Il cambiamento di approccio è avvenuto durante l’amministrazione Donald Trump, con le mosse improvvise – e tardive – contro Huawei e Zte, ed è proseguito in modo ancor più netto con Joe Biden. Il culmine è arrivato con l’ordine esecutivo che vieta l’export di microchip (e tecnologie connesse) verso la Cina.

L’incontro a Bali tra Biden e Xi Jinping e l’apparente disgelo nelle relazioni si può dunque interpretare sotto vari aspetti, come quello climatico o di approccio nei confronti della minaccia nucleare russa, ma sul tech c’è poco da discutere. “Finché in Usa non avremo rimesso un po’ di terreno tra noi e loro, sarà difficile immaginare una vera distensione”, dice Ashley Tellis, Tata Chair for Strategic Affairs e senior fellow del Carnegie Endowment for International Peace, in una conversazione con Formiche.net. Per capire quanto terreno, è utile leggere le parole di Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale:

“Parlando dei controlli sulle esportazioni, dobbiamo rivedere la nostra impostazione di lunga data, che prevedeva di mantenere vantaggi ‘relativi’ rispetto ai concorrenti in alcune tecnologie chiave.  In passato abbiamo mantenuto un approccio ‘a scala mobile’, secondo il quale dovevamo rimanere avanti solo di un paio di generazioni (nello sviluppo tecnologico, non in senso demografico, ndr). Questo non è l’ambiente strategico in cui ci troviamo oggi. Data la natura fondamentale di alcune tecnologie, come la logica avanzata e i chip di memoria, dobbiamo mantenere un vantaggio il più ampio possibile”.

(Il discorso integrale, molto interessante, si trova qui).

Tellis, come capire quali sono le tecnologie che non potranno più essere inviate o scambiate con la Cina?

Una chiusura non si può operare in tutti i campi, l’amministrazione sta selezionando quelli più delicati e strategici. Per usare una metafora, un walled garden piccolo ma con muri altissimi, con un sistema di controllo molto rigido. Si parte dai semiconduttori, che hanno però un effetto moltiplicatore: sono alla base di varie industrie, che dovranno riorientare le loro catene di approvvigionamento. Ma sul tavolo ci sono altri settori: Intelligenza artificiale, genomica e materiali avanzati, quantum computing.

Ashley Tellis e Giorgio Rutelli

Con il 5G abbiamo visto un intervento americano forte ma non risolutivo: in molti Paesi occidentali la tecnologia cinese domina ancora le infrastrutture di telecomunicazione.

Sul 5G ci eravamo addormentati al volante. Ci siamo mossi tardi nello sviluppare la rete di nuova generazione, anche per impedimenti burocratici legati alle frequenze, e nel frattempo in Cina correvano a tutta velocità. Siamo intervenuti quando i buoi erano già scappati. Per questo ora – e la National Security Strategy presentata da Biden è lì a dimostrarlo – non si può commettere lo stesso errore.

Abbiamo capito quali sono le tecnologie chiave sulle quali è necessario un decoupling dalla Cina per evitare una dipendenza simile a quella che noi in Europa abbiamo sperimentato con il gas russo. Ma gli alleati dell’America sono pronti a intraprendere la stessa strada?

Mi sembra proprio di sì. Anche l’Unione europea ha definito la Cina un rivale sistemico, ha lanciato un suo Chips act per dotarsi di semiconduttori fatti in casa, e sta attraendo gli investimenti di Intel e Tsmc, tra le altre, puntando inoltre a una maggiore indipendenza sui materiali critici. L’Australia è entrata in Aukus in chiave di contenimento cinese e il premier Albanese porterà avanti lo stesso approccio di Morrison, ma se lo farà in modo più sottile e meno rumoroso. I rapporti tra Nuova Delhi e Pechino sono da encefalogramma piatto da tempo: Modi e Xi si sono stretti la mano alla Shanghai cooperation organisation ma tra i due c’è stata zero interazione. Gli Usa hanno preso la decisione del divieto di export verso la Cina in modo autonomo, ma ora i Paesi partner dovranno muoversi. Nei prossimi mesi, ne sono sicuro, vedremo un riposizionamento anche in Europa. O tutti remiamo nella stessa direzione, o questo nuovo approccio non può funzionare.

C’è una lunga tradizione di controllo degli investimenti stranieri sul suolo americano, attraverso il Cfius. Non è lo stesso per il flusso opposto: un faro sulle mosse degli imprenditori Usa all’estero (e in particolare in Cina) è tutto da costruire. C’è la volontà politica? Le aziende sono disposte a cambiare strategia?

La volontà politica c’è, il Cfius è stato appena riformato e ha più strumenti e più capacità di “mordere”. Il modello adottato con i semiconduttori potrebbe essere allargato ai settori che ho menzionato prima. Resistenze da parte delle aziende non mancheranno, e lì si capirà se si potrà trovare un accordo e di che tipo. Di sicuro la sicurezza nazionale è un tema bipartisan e nessuno in questo e nel prossimo Congresso mette in dubbio il fatto che lasciarci superare dalla Cina avrebbe conseguenze serissime per il nostro Paese.

Si è chiuso il G20 indonesiano. Un bilancio sul summit?

Il G20 è un’istituzione importante ma non sempre all’altezza delle aspettative. La coordinazione globale che si riesce a raggiungere è modesta, e lo si è visto con i vaccini: quello sarebbe stato il forum perfetto per affrontare il problema insieme, invece alla fine ognuno si è fatto il suo. Anche perché, bisogna ammetterlo, gli Usa con Trump hanno pensato prima a risolvere l’emergenza in casa invece di guidare un processo globale che avrebbe potuto fornire vaccini di ultima generazione anche a Cina, India o Russia, che poi se li sono fatti da soli (con risultati non certo comparabili). Ai tempi della crisi finanziaria del 2008, Bush usò il G20 per coordinare governi, banche centrali e settore finanziario. Da allora mi pare che non siamo riusciti a ripetere quel tipo di concordia.

L’anno prossimo si terrà in India. Sarà diverso?

Sicuramente Modi è determinato a usare la presidenza indiana per lanciare il Paese come forza globale per il bene comune. Anche perché è uno dei suoi palchi principali: l’India non è nel G7 né nel Consiglio di sicurezza Onu. Il summit coincide con un periodo di trasformazione: l’economia è tornata a correre, si prospettano 3-5 anni di crescita tra il 5 e il 7%. Il primo ministro ha un’ottima storia da raccontare al mondo: record demografico, boom economico, peso geopolitico. Resta da capire se ci riuscirà. Di sicuro proverà a portare la sua agenda interna su un tavolo globale.

Quali sono i punti su questa agenda?

Sicurezza alimentare; sostegno finanziario multilaterale per affrontare il cambiamento climatico, un po’ come è stato deciso alla Cop27; problemi legati alle politiche sanitarie; inflazione globale, con un maggiore coordinamento delle banche centrali. Non sarà facile perché qualcuno dovrà essere pronto a fare sacrifici. Conosco lo sherpa e metterà in campo il massimo dell’energia per organizzare un G20 di successo. I presupposti ci sono.

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.