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I limiti della politica estera americana in Corea del Nord

Anni di sanzioni, minacce, pressioni congiunte da parte della comunità internazionale e massicce dosi di isolamento non hanno impedito alla Corea del Nord di sviluppare il proprio arsenale militare, affinare le capacità nucleari e, soprattutto, di continuare a sopravvivere. Dal 1948, anno di fondazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea, ad oggi, Pyongyang ha superato pressoché indenne la prova di 14 diversi presidenti statunitensi.

Dando uno sguardo alle amministrazioni Usa più recenti, nel 2002 George W. Bush inserì i nordcoreani, in compagnia di Iraq e Iran, all’interno dell’”Asse del male“, quel blocco di Paesi potenzialmente capace di colpire l’Occidente con armi chimiche o nucleari. Barack Obama provò a utilizzare l’arma della pazienza strategica, nella speranza che il Nord implodesse sotto il peso della fame e di un’economia in grave difficoltà.

Donald Trump, dopo aver minacciato “fuoco e fiamme” contro il futuro “amico” Kim Jong Un, era addirittura riuscito a costruire una relazione diplomatica con il leader nordcoreano, incontrandolo in almeno tre circostanze. Sembrava che un accordo, o quanto meno una distensione, tra Washington e Pyongyang fosse ad un passo, e invece, anche The Donald, come i suoi predecessori, non è stato in grado di risolvere il rebus coreano. Adesso i riflettori sono puntati su Joe Biden che, tuttavia, ha dimostrato di non avere in serbo alcun piano per sciogliere lo spinoso nodo. Se non temporeggiare in attesa di momenti migliori.



L’arma spuntata delle sanzioni

“Abbiamo avuto un fallimento politico. È un fallimento politico generazionale. Un’intera generazione di persone ha lavorato su questo, fallendo. Ora dobbiamo andare al passaggio successivo. Capire cosa fare al riguardo”. Con queste parole Joseph DeThomas, un ex diplomatico statunitense che ha lavorato proprio alle sanzioni economiche anti Corea del Nord (e Iran), e che ha prestato servizio nelle amministrazioni Clinton e Obama, ha sintetizzato la politica estera adottata dagli Stati Uniti nei confronti di Pyongyang.

Gli stessi funzionari dell’amministrazione Biden hanno ammesso che le sanzioni non hanno fermato i programmi militari della Corea del Nord, pur avendo rallentato, almeno in parte, il programma nucleare nordcoreano. Le sanzioni statunitensi sono dunque inutili nel caso della Corea del Nord? La risposta varia in base agli obiettivi perseguiti. Se Washington sperava di far crollare il governo del Nord attraverso l’arma sanzionatoria, allora le sanzioni possono essere considerate un fallimento. Se, però, con le sanzioni gli Usa puntavano semplicemente a rallentare lo sviluppo militare nordcoreano, allora hanno funzionato.

“Non sarei d’accordo con l’idea che le sanzioni abbiano fallito. Le sanzioni non sono riuscite a fermare i loro programmi, questo è assolutamente vero, ma penso che se le sanzioni non esistessero, la Corea del Nord sarebbe molto, molto più avanti, e molto più minacciosa per i suoi vicini, per la regione e per il mondo “, ha spiegato a Reuters un alto funzionario dell’amministrazione Biden. 

Possiamo quindi sostenere che le sanzioni economiche, e cioè il mezzo principale che gli Stati Uniti hanno utilizzato per cercare di esercitare pressioni sulla Corea del Nord, non sono riuscite a fermare i programmi nucleari e missilistici dei Kim, né a riportare il Paese asiatico ad un tavolo delle trattative. Al contrario, negli ultimi anni i progressi militari del Nord sono andati avanti come se niente fosse.

Ricordiamo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto sanzioni alla Corea del Nord dal 2006 per sopprimere i finanziamenti per i suoi programmi nucleari e missilistici balistici. Ad oggi queste sanzioni includono i divieti di esportazione di carbone, ferro, piombo, tessuti e frutti di mare, oltre alla limitazione delle importazioni di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati.

Il fallimento di Biden e la possibile soluzione

C’è chi, come l’esperto di sanzioni Joshua Stanton, incolpa sia l’amministrazione Trump che quella Biden per non aver esercitato la massima pressione per impedire alla Cina di consentire l’elusione delle sanzioni della Corea del Nord. “Il fallimento più significativo dell’amministrazione Biden è la sua incapacità di perseguire o penalizzare le banche cinesi, che sappiamo riciclare il denaro di Kim Jong Un”, ha dichiarato Stanton.

Da questo punto di vista, altri analisti sostengono che perseguire le banche cinesi potrebbe provocare l’esclusione di importanti istituzioni cinesi dal sistema finanziario internazionale. Con conseguenze, anche globali, da valutare. Ed è per questo che una simile opzione, da molti rinominata “opzione nucleare“, non è stata presa in seria considerazione. Al contrario, Biden può sperare di sfruttare la leva cinese in un altro modo: convincendola a tenere a bada le ambizioni nucleari di Kim Jong Un. È pur vero che anche questa strada è piena di ostacoli. L’influenza della Cina su Pyongyang nella prevenzione dei test missilistici, infatti, non è chiara. Detto altrimenti, non sappiamo se Pechino si trova in una posizione tale da dissuadere il Nord a non effettuare test nucleari.

A Biden restano quindi poche opzioni sul tavolo. Anche perché, prima o poi, i nordcoreani torneranno a lanciare missili ed effettuare test via via più pericolosi. Washington potrebbe allora pensare di riconoscere la Corea del Nord come potenza nucleare per poi trattare, quanto più possibile, le condizioni per una pace duratura. Almeno per gettare le fondamenta di una nuova strategia. Possibilmente più efficace di quella attuale.

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