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Emozione e malinconia, nella tenerezza di Mick Schumacher che consegna ad Hamilton il casco di papà; nell’imbarazzo di Lewis, dominante sulla gioia, nel giorno della vittoria numero 91. Come Schumi e nessun altro, a casa di Schumi, Nurburgring, Germania. «Assistendo in tv al dominio di Michael per così tanto tempo, credo che nessuno, ed io specialmente, avrebbe potuto mai pensare di avvicinarsi ai suoi record».

La scena ha emanato anche uno sconcerto da vecchi tifosi del Cavallino perché quel casco rosso e nero venne usato da Schumacher nel finale di carriera. Pilota Mercedes. Un team con il quale non vinse affatto. La scelta nasconde però una storia dettata da sentimenti contrastanti: da una parte la famiglia del campione tedesco desiderava offrire ad Hamilton un «pezzo» originale, unico; dall’altra non riusciva a separarsi dai caschi di quel ciclo trionfale in Ferrari. Cosi, la scelta del casco Mercedes. Cosa importa? Il simbolo è comunque prezioso, segna una congiunzione memorabile tra due campioni, due mondi, due epoche che le statistiche costringono ad accostare, anche se i paragoni, in uno sport dominato dalla tecnologia, sono sempre complicati.

Due fuoriclasse, due buoni esempi. Il lavoro come dovere e privilegio, la determinazione che serve per migliorare ogni giorno, evitando di dare eccessiva importanza al proprio talento. Leader, capitani coraggiosi, secondo modalità particolari. Schumi dedicato completamente alla «sua» Ferrari; Hamilton all’apparenza più distratto da altro, connesso allo stile di una generazione che comunica in continuazione e in fretta. Non solo: entrambi provengono da famiglie tutt’altro che agiate; entrambi hanno trattato un piccolo kart al pari del tappeto volante che avrebbe permesso di far decollare un sogno potentissimo. Spinto da una fame che solo la povertà fornisce, al pari di un timbro, di un’orecchia piegata del quaderno.

Aveva 37 anni Schumi nel giorno del suo trionfo numero 91 (Cina, 2006); ne ha 35 Hamilton. I numeri offrono qualche coincidenza ulteriore. Michael vinse 19 Gp con Benetton e 72 con Ferrari; Lewis ha ottenuto 21 successi con McLaren prima dei 70 con Mercedes. Due team per costruire un doppio percorso glorioso.

Macchine perfette, decisive. Sino a che punto non lo sapremo mai così come è impossibile misurare la forza degli avversari. Piuttosto, due persone non facili da decifrare. Michael è sembrato un uomo cresciuto in fretta, un adulto precoce, votato alla famiglia; Lewis pare un ragazzo alle prese con la prima parte di una avventura destinata a nuovi capitoli. Più attento a ciò che accade attorno a lui, disposto a battersi, ad ammonire. Ma è soltanto un’apparenza, un depistaggio. Hamilton, ostentando le proprie idee, cela i lati più autentici e ombrosi della propria esistenza. Così come Schumacher, ostentando sicurezza, nascondeva le complessità di un’anima sensibile. Qualcosa che abbiamo compreso tardi, in un doloroso rimpianto.

12 ottobre 2020 (modifica il 12 ottobre 2020 | 07:05)

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