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Habeck apre agli acquisti comuni di gas, ma la proposta è monca

Il ministro dell’Economia e vicepremier tedesco Robert Habeck, co-leader dei Verdi assieme al Ministro degli Esteri Annalena Baerbock e depositario delle deleghe energetiche nell’esecutivo di Olaf Scholz, ha rilasciato alla vigilia del Consiglio Energia dell’Unione Europea un’interessante intervista al Corriere della Sera.

Habeck, ambientalista convinto trovatosi a essere regista della strategia tedesca ed europea sul gas, dopo aver favorito un price cap decisamente disfunzionale per molti Paesi come l’Italia, ha dichiarato al quotidiano di Via Solferino quali siano le future strategie complementari pensate a Bruxelles: “La soluzione migliore che abbiamo trovato è una piattaforma comune per l’acquisto del gas. Le grandi compagnie dell’energia dovrebbero usare il loro potere di mercato in Europa per far scendere i prezzi, non per competere fra loro con offerte al rialzo”.

La proposta è sicuramente interessante sul primo punto, ma nel secondo mostra tutti i limiti di un approccio economico e politico che non ha ancora fatto i conti con il caos scatenato dalla crisi energetica e dall’invasione russa dell’Ucraina. Con l’apertura agli acquisti comuni Habeck fa un passo in direzione di quanto l’Italia e altri quattordici Paesi hanno chiesto criticando la scelta della Commissione Ue di separare la proposta sul tetto al gas dal resto del pacchetto. Il ministro dell’Ambiente e della Sovranità Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha detto al suo arrivo a Bruxelles che i quindici Paesi, tra cui anche Francia e Spagna, vogliono discutere complessivamente tutto il pacchetto di misure anticrisi di cui fa parte il tetto al gas.

Pichetto Fratin prosegue la linea del predecessore Roberto Cingolani nel sostenere che non può esservi un accordo singoli parti dell’intervento europeo procedendo un passo dopo l’altro. Habeck dimostra che su temi come gli acquisti comuni, una solidarietà più forte tra gli Stati e la definizione della questione energetica come sfida europea un accordo almeno d’insieme c’è. E questo è indubbiamente un fatto positivo.

Ma può funzionare la scelta di dare unicamente al mercato il potere di determinare questi meccanismi abdicando, sul piano degli acquisti comuni, alla discesa in campo della politica? A nostro avviso no. Habeck chiede sostanzialmente alle major energetiche europee di fare cartello per far scendere i prezzi, cioè di promuovere soluzioni opposte a quelle che, in campo economico-industriale, un oligopolio normalmente fa. Tutto questo senza mettere in discussione meccanismi di creazione del prezzo come il Ttf ad alto tasso di volatilità. Uno scivolone non da poco per chi ha in mano l’agenda economica della potenza industriale tedesca e ha appena promosso il “bazooka” energetico da 200 miliardi di euro. Si chiede, cioè, all’Europa di essere solidale ma non politica, facendo sì che siano le aziende energetiche a supplire al vuoto operativo, fatto di accordi con Paesi produttori, gestione della logistica, definizione dei contratti.

Tale meccanismo, beninteso, ha di fatto già prodotto negli anni scorsi la dipendenza dalla Russia. Non è per predilezione sistemica verso il Cremlino che aziende come Eni, Total o Uniper hanno acquistato quantità notevoli di oro blu da Mosca e firmato accordi quadro con il Cremlino. I meccanismi di mercato e la volontà dell’Europa di alimentare con energia a basso prezzo un sistema industriale in affanno hanno facilitato queste intese, spesso siglate come accordi-quadro di lunga durata. Ora è la politica che deve operare scelte discrezionali, decidere a monte la possibilità che l’Europa trovi accordi di prospettiva a tutto campo visto che è il contesto geopolitico ad aver imposto il decoupling energetico dalla Russia.

Delegare tutto alle imprese nel quadro che in un contesto di efficientamento delle scelte sia la decisione più pratica e veloce non permette, in quest’ottica, di cogliere l’ampiezza delle sfide in campo. Di recente la Cina ha sostenuto Sinopec per acquistare dalla holding energetica del Qatar controllata da Doha, QatarEnergy, “4 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno per ventisette anni”, nota StartMag: “le consegne inizieranno nel 2026. La materia prima arriva dal North Field, parte del più grande giacimento di gas al mondo, condiviso tra Qatar e Iran” e in cui anche Eni ha investito. Di fronte a un 2023 in cui le riserve di gas saranno da ricostruire dopo l’inverno senza il boost del gas russo, l’Europa deve pensare a una strategia per evitare di restare al freddo l’anno prossimo. E in quest’ottica la mossa di coordinare politicamente gli acquisti di gas da Paesi produttori terzi (Algeria, Azerbaijan, Nigeria, Israele, Congo, Norvegia per fare alcuni esempi) per abbattere i costi e garantire la sicurezza energetica nel lungo periodo può essere quella decisiva. A patto di trovare un coraggio che nelle parole di Habeck emerge solo in parte. E richiama alla necessità di pensare in grande politicamente per ovviare a una crisi che può produrre il de-sviluppo dell’Europa.

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