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Grande fuga o grande imperizia. Ma non è detto che Mattarella si rassegni al voto

Un caso di fuga con rara maestria, oppure un caso di rara imperizia politica. Non sembrano esserci altre spiegazioni a quanto abbiamo assistito ieri al Senato da parte del presidente del Consiglio.

Dopo i cinque giorni trascorsi dalla non fiducia del Movimento 5 Stelle al decreto aiuti, il risultato del discorso di ieri mattina di Mario Draghi, degli sforzi di Enrico Letta e dei consigli (“prendere o lasciare”) di Matteo Renzi, è che alla non fiducia dei 5 Stelle si è aggiunta la non fiducia di Lega e Forza Italia.

I calci di rigore

Mentre scriviamo Draghi però non è ancora salito al Colle per dimettersi, pare che aspetti questa mattina. Non proprio la fretta di chi agognava alla liberazione da mesi.

Conoscendo l’avversione del presidente Mattarella per lo scioglimento anticipato delle Camere e il voto anticipato, che per la prima volta dovrebbe tenersi addirittura a ottobre, e non essendo stato il premier formalmente sfiduciato, non è da escludere che finiti i tempi supplementari si vada ai calci di rigore: dimissioni, consultazioni e, forse, reincarico.

La grande paura

Tra l’altro, si dà il caso che oggi le dimissioni di Draghi coincidano con l’annuncio della Bce di un rialzo dei tassi (di 0.50 punti, pare) e di uno scudo anti-spread cucito su misura per l’Italia. Una tempesta perfetta rischia di abbattersi sui mercati e sullo spread, risvegliando antiche paure nel nostro ceto politico.

Probabilmente stiamo correndo troppo. Ma per capire se questo scenario è verosimile, bisognerebbe preliminarmente capire come si sia arrivati all’esito di ieri.

La grande fuga

Sia il discorso della mattina, che la replica del pomeriggio e soprattutto la scelta di porre la fiducia sulla risoluzione Casini, sono state mosse sbagliate. Sbagliate, a meno che l’intenzione di Draghi non fosse, appunto, di fuggire.

Il premier voleva ottenere esattamente ciò che si è verificato in aula al Senato, cioè dimostrare al presidente Mattarella che non ci sono più le condizioni per andare avanti e liberarsi così da Palazzo Chigi, che considera ormai alla stregua di una prigione (non avendo mai smaltito la rabbia e la delusione della mancata salita al Colle).

Sottoposto a pressioni fortissime, interne ed esterne, perché resti alla guida del governo, la giornata di ieri andrebbe quindi interpretata come un disperato tentativo di fuga, accettando obtorto collo il passaggio alle Camere ma utilizzandolo per scaricare sui partiti la colpa e abbandonare appena in tempo il Titanic in vista del suo iceberg.

E compiendo così una sorta di vendetta, sia contro Mattarella, che lo ha fregato nella corsa al Quirinale e lo stava per rifregare in questi cinque giorni, sia contro Conte e Salvini, che gli hanno sbarrato la strada verso il Colle.

Tutto questo farebbe pensare la replica di Draghi al dibattito di ieri al Senato. Una replica breve, piena di rancore, di sassolini (o meglio, pietre) tolti dalle scarpe. L’irritazione di qualcuno che non ne può davvero più, che sembra dire “liberatemi, è un sequestro di persona!”

Senza alcuno sforzo per “riparare” i danni del suo discorso della mattina. Un discorso, come abbiamo visto, fortemente sbilanciato a sinistra e con l’insensibilità istituzionale di evocare la “mobilitazione” di “cittadini, associazioni, territori” a suo sostegno, “impossibile da ignorare”. Un passaggio in cui molti, non solo noi, hanno ravvisato una pretesa di “pieni poteri”.

Gli italiani “chiedono” attraverso le elezioni, invocare la legittimazione delle piazze è la quintessenza del populismo.

La grande imperizia

L’altra lettura possibile è che prima delle comunicazioni di ieri mattina la crisi fosse ricomponibile, ma Draghi abbia voluto stravincere, tirando troppo la corda. Non però per far saltare il banco. A giudicare dal discorso della mattina, si direbbe che lo scopo di Draghi fosse quello di proseguire, nella convinzione che “me lo chiedono gli italiani”, ma alle sue condizioni, cioè i “pieni poteri”.

Ma se così fosse, i suoi sono stati errori in sequenza fino a mandare in vacca la situazione. Quando guidi un governo di grande coalizione, anche nei discorsi devi saper toccare le diverse sensibilità delle forze che ti sostengono.

Il discorso iniziale, sbilanciato a sinistra, ha convinto Lega a Forza Italia a cercare un chiarimento definitivo: caro Mario, è un governo di unità nazionale efficace, funzionante, che ti interessa, e allora molla gli inaffidabili 5 Stelle, o un governo che piaccia al Pd, che tuteli il “campo largo” di Letta, tenendo a bordo Conte e i suoi?

Se non era andarsene lo scopo di Draghi, porre la fiducia sulla risoluzione Casini è stato un altro errore, la richiesta di un vero e proprio salto nel buio, da cui sarebbe potuta arrivare una fiducia solo casuale, non frutto di un rinnovato “patto”.

Ponendo la fiducia, anziché prendere atto delle diverse proposte di risoluzione della crisi provenienti dalla sua maggioranza, Draghi ha di fatto rigettato il nuovo patto proposto dal centrodestra di governo e indossato la casacca del Pd.

Draghi sacrificato per il “campo largo”

Se Draghi si è dimesso perché venuto meno il patto di fiducia per lo strappo dei 5 Stelle, perché poi si è impuntato sulla posizione governo con i 5 Stelle o niente? È qui l’incongruenza che rivela il dato politico nascosto: il governo di unità nazionale non è più tanto necessario se mette in difficoltà il Pd e le sue formule di alleanze.

Se, però, quella di Draghi non è una fuga, i calci di rigore non si possono escludere. In fondo, la proposta di un nuovo patto di fiducia avanzata ieri da Forza Italia e Lega è ancora lì. Perché i giornaloni, che oggi accusano di irresponsabilità i due partiti governisti di centrodestra, non lanciano un appello al Pd affinché chieda a Draghi di restare anche senza 5 Stelle?

Lega e Forza Italia sono già d’accordo e in fondo, se sono stati al governo per un anno e mezzo con un loro alleato all’opposizione, e se davvero si ritiene Draghi una risorsa così irrinunciabile per l’Italia, il Pd non potrebbe fare lo stesso sacrificio per qualche mese?

Con un pezzo importante di centrodestra all’opposizione si parlava comunque di governo di “unità nazionale”. Ma un pezzo di sinistra all’opposizione no, non si può fare perché non sarebbe più unità nazionale.

Ecco allora un’altra prospettiva sull’origine e le responsabilità della crisi: nel disperato tentativo di salvare il “campo largo” del Pd (portato avanti da Mattarella, Letta e dallo stesso Draghi), hanno fatto fuori Draghi, come ha ben sintetizzato Luigi Curini in un tweet. Ma si consoleranno con l’hashtag “hastatoSalvini”.

Chiedere a Lega e FI di consentire la ricomposizione del “campo largo” Pd-5 Stelle a meno di un anno dalle elezioni, magari al prezzo di ulteriori slittamenti a sinistra dell’azione di governo, era francamente troppo. Se davvero serve un governo da qui alla scadenza naturale della legislatura, per la stabilità, per il Pnrr, per lo spread, Lega e FI hanno manifestato in ogni modo la disponibilità a sostenere un Draghi-bis, ma senza che la crisi si risolva in un regalo pre-elettorale alla sinistra.

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