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Oggi è fanalino di coda in Ue. Ma con i fondi del Next generation Eu l’Italia può risalire la classifica dell’innovazione digitale. Cloud, 5G, Intelligenza artificiale, Cesare Avenia, presidente di Confindustria Digitale, spiega la road map delle pmi italiane. E sull’Istituto italiano di cybersicurezza (Iic) dice: bisogna recuperarlo, è il tassello che completa il puzzle

Si fa presto a dire digitale. Ma non ci può essere transizione senza una road map. Il presidente di Confindustria Digitale Cesare Avenia mostra a Formiche.net la cartina che hanno già tracciato le piccole e medie imprese italiane del settore. Dagli investimenti nel 5G all’Intelligenza artificiale, ecco come salire sul treno del Next Generation Eu e abbandonare una volta per tutte il fondo della classifica europea. Per farlo, spiega, serve anche un centro nevralgico per la sicurezza cibernetica italiana, che chiami a raccolta l’industria, la ricerca, l’intelligence. Per questo l’Istituto italiano di cybersicurezza (Iic) rimosso all’ultimo dalla manovra “è un’idea buona e deve essere recuperata”.

Presidente, a che punto è la transizione digitale?

Per fare un bilancio dobbiamo attenerci ai dati. Il quadro non è roseo, a leggere l’ultimo indice Desi, che colloca l’Italia al fondo.

Perché?

Ci sono diverse ragioni. Una premessa: non vogliamo passare per i soliti critici, abbiamo proposte concrete. Sperando che qualcuno ci ascolti e prenda i giusti provvedimenti. Ci siamo fatti trovare impreparati davanti a questa emergenza. Potevamo affrontarla meglio, lo stato in cui versa la Sanità parla da solo. Ora è fondamentale non sprecare i fondi del Next generation Eu. Qualcuno ha parlato di Piano Marshall, non è un’iperbole. È l’ultima possibilità che ha l’Italia per guadagnarsi credibilità in Europa.

Le tre priorità del Recovery Fund per il digitale?

Ce ne sono più di tre, temo. Concordo con il governo: al primo posto ci sono le competenze. Scuola, università. Si dice spesso che con la trasformazione digitale si perdono posti di lavoro. Ma è anche vero che non riusciamo a cogliere le nuove opportunità. Poi la Pubblica amministrazione. La macchina dello Stato è arrugginita, vecchia. La Sanità, ovviamente. Le infrastrutture di rete. E le imprese, che devono essere messe in condizioni di salire sul treno della transizione digitale.

Si dice anche che sul digitale bisogna “fare presto”. Ma ci sono dei rischi. Nel procurement per la Pa la fretta può essere una cattiva consigliera. Specie quando si sostituiscono le gare con una procedura negoziata.

Assolutamente. Dobbiamo fare una distinzione. L’urgenza non deve trasformarsi in un appello a fare male, è vero il contrario. I processi moderni di procurement sono in grado di assicurare che le  cose si possono fare bene e in modo smart, coniugando qualità e sicurezza. Oggi gli adempimenti burocratici per i fondi pubblici sono antidiluviani, ma non è la complicazione delle procedure che elimina i rischi della corruzione e delle pratiche fraudolente o mal fatte, anzi. In questo senso, la velocità data dalla semplificazione e trasparenza delle procedure è una garanzia. Stiamo assistendo in questi giorni a tante imprese che si ritrovano direttamente nei conti bancari gli incentivi dei decreti ristori. È la dimostrazione che quando si vuole, si può fare.

Veniamo alla rete 5G. L’Italia ha fatto una partenza da centometrista, con la gara per le frequenze nel settembre 2018 e un incasso record per lo Stato. Poi cosa è successo?

Abbiamo rallentato, per diversi motivi. La filiera delle telecomunicazioni sta avendo pressioni notevoli sui prezzi, date da condizioni di iper competitività. C’è stato un calo significativo della redditività che influisce negativamente sulla capacità di investimento del settore, oggi sta pagando il conto più salato. Nella fase sperimentale è stato fatto un ottimo lavoro, adesso bisogna completare la copertura 5G il più velocemente possibile. Ma ci sono anche altri problemi da superare.

Cioè?

I comitati di protesta, l’ostruzionismo di alcuni sindaci. Una triste, ricorrente storia di negazionismo. E pensare che sul 4G, di cui il 5G è un’importante evoluzione tecnologica, nessuno aveva sollevato dubbi.

Tutti ne parlano, in pochi lo immaginano nella loro quotidianità. Che impatto avrà il 5G sulla società?

Un impatto enorme, a partire dall’economia. Un recente studio di Ericsson parla di un business mondiale nei prossimi anni da 31 trilioni di dollari. La direzione è segnata, sarà la tecnologia abilitante per eccellenza. Non è 4G + 1, è una tecnologia transformational, che cambierà la vita quotidiana di tutti. Anche in meglio, questo va detto. La revisione dei processi produttivi attraverso il 5G ridurrà significativamente l’impatto ambientale.

Ma c’è il nodo sicurezza. L’intelligence italiana lavora al perimetro cyber. Cosa ne pensano le imprese di settore?

Pensano che la sicurezza cibernetica sia la condizione indispensabile per un’adozione sempre maggiore delle nuove tecnologie. Noi abbiamo un motto: la cybersecurity è uno sport di squadra. Senza ricorrere a tutte le migliori competenze digitali non si può fare. Pubblico, privato, ricerca. È un lavoro corale.

A questo modello si ispira l’Istituto italiano di cybersicurezza (Icc), la fondazione cyber sotto il coordinamento della presidenza del Consiglio e del Dis che è stata rimossa all’ultimo dalla bozza di bilancio.

Un peccato, spero sia ripresa. È un’idea giusta, una cosa che va fatta. Perfettamente in linea con il Cybersecurity act della Commissione Ue. Sappiamo che nei prossimi mesi partirà l’Eu Cyber Competence center, che dovrà coordinare una rete di centri nazionali. L’Italia ha bisogno di crearne uno. Ci eravamo portati avanti addirittura prevedendo di finanziarlo in manovra con i fondi europei. Con i dovuti accorgimenti, può diventare il tassello che completa il puzzle.

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