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“Giorgia Meloni premier? C’è già la luce verde di Washington”, parla Luciano Canfora

Hai voglia ad agitare lo spettro del malvagio Putin. Essere di destra non vuol dire essere sprovveduti. E Giorgia Meloni, che certo non gode delle mie simpatie, sprovveduta non lo è affatto. Tutt’altro. Da politica smaliziata sa che per entrare a Palazzo Chigi c’è bisogno anche dell’avallo dei circoli esteri che contano per davvero. Come il Dipartimento di Stato americano. La luce verde l’ha avuta, e il segretario del Pd prima se ne fa una ragione e meglio è per lui e la sua campagna elettorale”. A parlare, con la consueta franchezza, che fa strame del politically correct, è Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, una “coscienza critica” della sinistra.

In molti si stanno affannando nel consigliare il centrosinistra a fare dell’ “Agenda Draghi” il proprio vessillo elettorale. Lei come la vede?
Intanto direi che è una formula piuttosto vaga. Io mi ricordo, e credo di non sbagliare, che nello scorso gennaio, quando Draghi si propose, abbastanza esplicitamente, per la presidenza della Repubblica, soggiunse che il suo compito, da primo ministro, l’aveva ormai assolto. Sei mesi dopo, per insultare l’inetto Conte, incapace di guidare un partito, additato al pubblico ludibrio come l’artefice della caduta di Draghi, l’abitudine è di dire che con la sua alzata d’ingegno ha impedito a Draghi di compiere il suo lavoro. Ma quel lavoro era stato già portato a termine nel gennaio scorso. Ciò che dai giornali non viene messo in luce è un elemento secondo me molto chiarificatore…

Vale a dire?
Quando il Presidente della Repubblica ha dato l’annuncio che scioglieva le Camere e che il governo Draghi restava in carica per il disbrigo degli affari correnti, ha poi precisato, con molta abilità e cura, che si può dilatare molto il concetto di affari correnti. Per esempio, bisogna inserire in questa fattispecie, tutto lo scadenzario del famoso Pnrr, con annessi e connessi. Il che vuol dire decretazione ulteriore. Nei giorni scorsi ho sentito al telegiornale che è in preparazione un decreto Draghi su uno degli aspetti applicativi del Pnrr. Praticamente fino a metà ottobre, quando saranno insediate le nuove Camere, Draghi continuerà a governare senza disturbo e adottando il criterio largo di affari correnti, che molto accortamente Mattarella ha messo in evidenza, lui ha un vantaggio enorme di cui forse dovrebbe ringraziare Conte, per il fatto che non ha più bisogno di mettere la fiducia. Governa e basta. Governa facendo l’essenziale di quello che ritiene di dover fare per rispettare il famoso Piano di rinascita. Ora, l’“Agenda Draghi” che cos’è? Ciò che lui sta facendo e farà fino alla metà di ottobre? Probabilmente sì. Ma noi immaginiamo che comunque a marzo 2023 si sarebbe andati a votare. Il vulnus del quale tanto ci si duole, consiste in 4 mesi. Quattro mesi in meno rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Mi permetto di dire che tutto questo agitarsi va sdrammatizzato. Perché nella sua abilità, Mattarella ha creato un paracadute formidabile a Draghi. Gli ha detto, in buona sostanza, fai quello che devi fare, chiamando la cosa “affari correnti”. E lui lo fa. E non ha più bisogno d’implorare i partiti. I partiti ormai s’impegnano in maniera ossessiva e ridicola a fare la campagna elettorale. C’è una divisione di compiti: lui governa, continuando a fare quello che ritiene opportuno, e i partiti, che ormai non contano più nulla sul piano governativo, si accapigliano in una ginnastica elettorale in pieno sviluppo, con tutti i suoi lati ridicoli. E Draghi, finalmente rilassato, non ha più bisogno di convocare il consiglio dei ministri, anche perché si troverebbe di fronte diversi ministri che nel frattempo hanno cambiato casacca di partito. È il paradiso di Draghi.

A proposito di ginnastica elettorale. Dal “campo largo” al “campo aperto”. Nel centrosinistra è un fiorire di metafore agronome. Ma la sostanza politica qual è?
Probabilmente Letta nasconde la sua disperazione dietro un caleodoscopio di formule. Pagnoncelli, sondaggista col cuore, ce la mette tutta per dimostrare che c’è un testa a testa tra Pd e Fratelli d’Italia. In realtà è chiaro, da tanti altri sondaggi, che la distanza è notevole, purtroppo. Aggiungo un’altra cosa: devono ancora una volta ringraziare Conte, perché se la legislatura andava avanti fino a marzo, la Meloni arrivava al 40%. Anticipando la fine della legislatura hanno posto un freno a una marcia trionfale, interrompendola e lanciando la campagna elettorale. Che crea problemi a tutti: Meloni, ad esempio, ha dovuto accudire Salvini e Berlusconi che non la vogliono assolutamente come primo ministro, però lei ha la forza dei numeri, quindi per ora quelli le hanno dato ragione, poi magari un domani non saranno tanto d’accordo. Ma in tutto questo, il vero fatto nuovo, questo si davvero importante, che leggevo giorni fa in una pagina interna del Corriere della Sera, è che un portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha detto che noi non abbiamo niente contro la Meloni e anzi seguiamo con rispetto l’evoluzione costituzionale italiana. Sfido chiunque a spiegare che vuol dire “evoluzione costituzionale”. Quello che Floridia ha messo in evidenza in un suo articolo sul manifesto, e cioè che se, come è probabile, il centrodestra raggiungesse addirittura il 45% dei suffragi, con il “rosatellum” più la demenziale riduzione dei parlamentari, beccandosi così i due terzi dei parlamentari, può cambiare la Costituzione. La frase suddetta del Dipartimento di Stato, inserita nello stesso contesto in cui si afferma che a noi Meloni ci va bene, dà da pensare. E sono brutti pensieri.

Professor Canfora, lei ritiene che la destra abbia ormai la strada spianata, oppure ci potrebbero essere delle sorprese?
Sorprese ci possono essere sempre, nessuno può prevedere l’imprevedibile, ma c’è una cosa molto seria, come al solito, nella politica estera. Nella sua astuzia, Meloni ha scelto l’atlantismo più rigoroso. E, insisto su questo, per il Dipartimento di Stato questo è l’essenziale. E quindi mette in difficoltà il povero Letta, il quale si è già dimenticato, temo, quei due articoli apparsi, sempre sul Corriere, a firma di Mieli e di Panebianco, in cui si diceva che gli unici veri partiti atlantisti, per fortuna, sono Pd e Fdi, e sarebbe bello che si mettessero d’accordo. Mentre Salvini c’ha sempre i soliti problemi con la Russia, e non si è mai capito cosa ci sia realmente di serio, e Berlusconi è sempre stato amico di Putin, e questo nei suoi diritti, Meloni invece ha scelto astutamente il campo atlantico con tutte le fanfare. E quindi si è coperta le spalle oltre Atlantico. E suoi avversari che fanno, una campagna elettorale sulla politica estera? Sarebbe un fallimento completo. Perché Letta non può sbandierare: noi siamo pro-Ucraina, libertà per il paese invaso. E quella dice: noi pure. Dov’è il problema. Altra cosa sarebbe stato il temperare l’iper atlantismo, cogliendo le osservazioni critiche, puntuali, che venivano da persone e movimenti che avevano espresso criticità sull’allargamento a est della Nato e sulla genesi di una guerra che non nasce il 24 febbraio. Invece si è preferito liquidare il tutto come un “servizio a Putin”.

E ora?
Dovranno fare la campagna elettorale di rimessa – le tasse, le contro tasse, i bonus, i malus -. Salvo clamorosi errori, tutto fa pensare che forse non riusciranno a prendersi i due terzi, ma certamente la maggioranza ce l’avranno.

E in tutto questo scenario, c’è ancora vita a sinistra?
Forse fuori d’Italia…

E in Italia?
Francamente non vedo tanti segnali, e di ciò me ne dolgo alquanto. Il solo nominarla, la sinistra, fa inalberare Calenda, il che è tutto dire. C’è rimasta la Cgil. Uno dei risultati positivi del periodo che ha preceduto la crisi di Governo, è stato che finalmente Draghi ha ricevuto i tre sindacati. Ma i sindacati non sono partiti politici, non concorrono alle elezioni. Fanno giustamente il loro mestiere.

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