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Gianni Schicchi al tempo del Covid:vivace, ironico, surreale

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festival puccini

29 giugno 2020 – 19:54

Alla Cittadella del Carnevale l’opera secondo Valentina Carrasco: cantanti in mascherina, e ci sono pure (in video) Conte e De Luca

di Francesco Ermini Polacci



Ambientare al tempo del coronavirus «Gianni Schicchi», opera inaugurale del Festival Puccini, poteva sulle prime suonare come un’operazione esclusivamente furba, fatta per cavalcare l’onda della cronaca di questi giorni e ottenere la maggior eco mediatica possibile. Però, nella viva realtà dell’allestimento scenico, la scelta si è rivelata anche riuscita, grazie all’intelligenza e alle intuizioni della regista Valentina Carrasco (aiutata da Mauro Tinti per scene e costumi, da Peter van Praet per le luci), a quella sua visionarietà folle ma sempre funzionale al testo che in fondo ha assimilato dagli anni di collaborazione con la compagnia della Fura dels Baus.

Con tutte le protezioni della pandemia

E quello a cui abbiamo assistito, in una Cittadella del Carnevale di Viareggio popolata di pubblico adeguatamente distanziato ma soddisfatto, è stato così un «Gianni Schicchi» vivace, ironico, soprattutto surreale, e che in fondo ci ha fatto rivivere da vicino quelle vicende senza snaturarle nel loro significato comico. Con un qualsiasi altro titolo d’opera, mantenere intatti i significati originali attraverso un’angolazione così fortemente calata nell’attualità non sarebbe stato possibile. Qui invece non stona che in scena ci sia un rappresentante della protezione civile sospettoso e sempre pronto a far rispettare il distanziamento, che i parenti del morente Buoso Donati siano tutti bardati con rivestimenti di protezione e guanti, indaffarati a nebulizzare d’intorno sostanze antibatteriche e a cospargersi freneticamente le mani di gel, o che Gianni Schicchi sia un netturbino di tuta catarifrangente vestito: l’ironia che si appiglia a una realtà, una realtà purtroppo da ciascuno di noi vissuta, esasperandola fino al ridicolo, innesca ugualmente la comicità che l’opera richiede. Ed è un sorriso che, in fondo, aiuta a sdrammatizzare.

Buono il cast

Non mancano neppure, proiettate sullo sfondo, le immagini del premier Conte e del governatore De Luca con i loro insistiti inviti a restare a casa, e un velo di malinconia accompagna Schicchi che intona «Addio Firenze, addio cielo divino» allorché ad essere proiettate sono le foto della Firenze deserta durante il lockdown. Cantano con le mascherine sul volto i personaggi, e questo magari si poteva anche evitare; ma quando c’è da dar fiato ai polmoni vengono abbassate, e c’è da dire che tutti i cantanti partecipano allo spettacolo con vivace spirito collettivo, mostrando anche innegabili doti canore: caso, quest’ultimo, di Elisabetta Zizzo (Lauretta) e di Alessandro Fantoni (Rinuccio), in scena accanto a Bruno Taddia (Schicchi), Rossana Rinaldi (Zita), Alberto Petricca (Gherardo), Aurora Tirotta (Nella), Pedro Carrillo (Betto), Davide Mura (Simone), Raffaele Facciolà (Marco), Chiara Tirotta (La Ciesca), Alessandro Ceccarini (Maestro Spinelloccio), Samuele Giannoni (Guccio), Francesco Lombardi (Pinellino) e Nicholas Ceragioli (Gherardino). Il tutto governato con mano spigliata e vivacità narrativa da John Axelrod, sul podio di un’Orchestra della Toscana partecipe e pronta.

L’omaggio ai nonni che non ci sono più

In coda alla rappresentazione, la ripetizione del celeberrimo «O mio babbino caro» accompagnato dalle fotografie di mani nodose e dolci volti di anziani segnati dalle rughe: espediente per rendere omaggio alla generazione più colpita, cancellata da questa tremenda pandemia. Dietro la comicità non di rado si cela una dramma.

29 giugno 2020 | 19:54

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