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Giallo a Brasilia: rubati a Bolsonaro 154 mila spot, un funzionario in pericolo – Antonello Marzano

Rio de Janeiro – Premessa. Lo Stato di Bahia è tradizionalmente a guida PT, Partido dos Trabalhadores, che da 16 anni esprime il governatore con percentuali altissime. E anche domenica probabilmente vedrà rieletto l’attuale governatore petista, che ha sfiorato l’elezione diretta al primo turno conquistando il 49 per cento dei voti.

Per questo nello Stato di Bahia, più ancora che negli altri Stati del Nordeste, è essenziale per Bolsonaro ridurre il gap che lo separa da Lula al primo turno. Ed infatti è proprio a Bahia che il presidente uscente ha cercato di concentrare i suoi sforzi per conquistare il consenso che gli serve a non disperdere il considerevole vantaggio di cui gode invece negli Stati del sud, del sudeste e del centro-oeste.

Ebbene, proprio negli Stati del Nordeste, e in particolare nello Stato di Bahia, si è consumato l’ultimo atto di un thriller – che andrebbe chiamato con il suo vero nome: broglio elettorale – che potrà influire in misura forse decisiva sul voto di domenica.

I fatti

Qualche giorno fa lo staff di Bolsonaro ha presentato al Tribunale Superiore Elettorale (TSE), organo giudiziario che sovrintende al regolare svolgimento della campagna elettorale – presieduto dal giudice ministro Alexandre de Moraes, nemico acerrimo di Bolsonaro nella Corte costituzionale di cui è membro – una denuncia di palese squilibrio a favore di Lula nella ripartizione degli spot elettorali dei due candidati da trasmettere via radio.

Parliamo di quantità enormi: secondo la denuncia, accompagnata da prove documentali, a Bolsonaro sarebbero stati negati oltre 154.000 spot elettorali di 30 secondi, la gran parte dei quali da trasmettere proprio negli Stati del Nordeste e, fra questi, soprattutto nello Stato di Bahia.

Sì, proprio lo Stato in cui Bolsonaro sta tentando di recuperare parte del gap che lo separa da Lula erodendo lo storico zoccolo duro su cui quest’ultimo e il PT hanno costruito le loro vittorie nel passato.

La vicenda è complessa ma cerchiamo di sintetizzarla. Il TSE, dopo aver inizialmente rigettato la denuncia asserendo (ma sbagliando) che non era accompagnata da prove sufficienti, l’ha dovuta accogliere ed esaminare, ed è allora che è entrato in fibrillazione.

Cosa fare? A pochi giorni dal voto un problema del genere rischia di non poter trovare una soluzione rapida, come ad esempio la decisione di un’eventuale compensazione dello squilibrio, e quindi di compromettere la regolarità del voto di domenica.

Tre gli interrogativi del tribunale: è proprio certo che lo squilibrio denunciato si sia verificato? A chi spetta la verifica della corretta distribuzione degli spazi di propaganda, se non al TSE? E infine, nel caso fosse accertato lo squilibrio, di chi sarebbe la responsabilità, se non dello stesso TSE?

Il capro espiatorio

Non appena il problema è venuto alla luce, e con testimonianze di rappresentanti delle associazioni statali di radio locali che confermavano gli squilibri denunciati, sia pure non ovunque – come del resto era chiaro dalla denuncia – la prima mossa del TSE è stata l’invio di una email al funzionario Alexandre Gomes Machado, responsabile dell’Ufficio dove si raccolgono le propagande elettorali dei candidati perché vengano poi instradate alle radio di tutto il Paese.

Contenuto della email? Il suo licenziamento in tronco, immediato e definitivo, e con l’intimazione ad abbandonare subito il suo ufficio senza portare con sé alcun documento o computer dell’ufficio e addirittura con l’obbligo di riconsegnare subito il tesserino di riconoscimento ed il pass del TSE.

Due uomini della vigilanza del TSE hanno fisicamente preso in consegna Gomes Machado e lo hanno accompagnato fuori del palazzo. Il tutto nel giro di meno di mezz’ora.

Facciamo notare come licenziamenti del genere di un funzionario pubblico (“servidor publico”) sono impensabili in Brasile, dove viene concesso del tempo per eventuali reclami e dove il diritto di “difesa” del funzionario è rispettato e garantito.

Pericolo di vita

Ma il fatto ancor più inquietante, e che getta ombre fosche su tutta la vicenda, è che Gomes Machado, appena sbattuto fuori dal suo ufficio, si è subito recato presso la Polizia Federale (PF), sempre a Brasilia, per raccontare l’accaduto. Un interrogatorio durato la bellezza di 4 ore (quattro ore), durante il quale Machado ha chiesto e ottenuto la protezione fisica personale dichiarandosi in pericolo di vita.

Durante l’interrogatorio, l’ormai ex funzionario ha dichiarato di aver denunciato al TSE fin dal 2018, e di averlo nuovamente fatto recentemente in occasione del primo turno delle presidenziali 2022, l’assoluta inadeguatezza dell’organico del proprio ufficio e l’urgenza di un cospicuo rafforzamento del personale. Denunce cadute nel vuoto ed ignorate dal TSE.

Dubbi e interrogativi si sommano ai precedenti: perché questa violenta presa di posizione del TSE nei confronti del suo funzionario? Come mai le sue “dimissioni” immediate subito dopo la denuncia delle ripartizioni fasulle degli spot dei candidati?

Quali sarebbero le colpe di Gomes Machado così gravi da giustificare un licenziamento in tronco con quelle bizzarre modalità? Quali i sospetti e timori hanno indotto il funzionario a sentirsi a tal punto in pericolo da chiedere la protezione della PF, e tali da indurre la PF a concedergliela?

Le incredibili risposte del TSE

Dopo ore di tensione e alcune arroganti, e perfino minacciose, esternazioni di De Moraes non a favore, ma contro le vittime del presunto squilibrio, alcune risposte sono arrivate – sebbene ridicole, al punto da farci pensare che il TSE consideri i brasiliani degli stupidi.

Il funzionario Gomes Machado sarebbe stato licenziato per “assedio moral” (stalking) all’interno dell’ufficio, ma il momento sarebbe casualmente coinciso con quello della denuncia dello squilibrio presentata dallo staff di Bolsonaro.

Non sarebbe compito del TSE occuparsi della ripartizione degli spazi di propaganda (ci si chiede allora perché sia il TSE a raccogliere i file e i documenti degli spot da inoltrare alle radio). Non spetterebbe al TSE la verifica del numero degli spot da trasmettere alle radio, ma ai partiti dei singoli candidati.

Bisogna ricordare che la denuncia di Bolsonaro era proprio fondata su una verifica che aveva dimostrato un vistoso sbilanciamento degli spot a vantaggio di Lula.

Il ruolo del Tribunale Elettorale

Tralasciando, per accompagnarli in seguito, gli altri aspetti del “giallo che favorisce il rosso”, la vicenda del povero Gomes Machado e le ragioni del suo sentirsi in pericolo di vita, resta da capire cosa realmente rappresenti, e a cosa serva, allora, il TSE.

Un organo dai costi spropositati (costa più di un ministero) fino a ieri l’altro sempre rimasto nell’anonimato, ai margini delle campagne elettorali, attento al loro svolgersi in serenità e nel rispetto di regole trasparenti, ed oggi invece, con la scusa del proliferare delle fake news, balzato agli onori della cronaca per uno spropositato ampliamento dei suoi poteri e dei suoi interventi a gamba tesa, sempre a favore di una parte (Lula) e contro l’altra (Bolsonaro).

Il tribunale guidato da De Moraes è intervenuto censurando decine di spot di Bolsonaro accusati di fake news, ha poi censurato l’unico canale televisivo pro-Bolsonaro, la Jovem Pan. Ora l’insabbiamento del caso degli spot radiofonici rubati.

Il risultato, per ora, di tutta questa storia molto “latinoamericana” – con una democrazia in cui l’equilibrio dei poteri e dei contropoteri entra in crisi non appena uno dei poteri si mette a disposizione di un altro, in un ambito di regole solo apparentemente chiare e con una Corte costituzionale che funge da vero e proprio organo politico in competizione con l’Esecutivo eletto dai cittadini – è il seguente: Bolsonaro è largamente censurato nella sua campagna elettorale via radio soprattutto negli Stati del Nordeste, proprio dove puntava a ridimensionare il distacco da Lula.

Le conseguenze in termini di voti possono essere notevoli, ma certamente anche determinanti in una situazione che vede i due candidati, secondo i sondaggi ufficiali (che al primo turno hanno preso abbagli clamorosi) in “impatto tecnico” ma con un certo vantaggio di Lula. E che, comunque vada, probabilmente si decideranno per una manciata di voti.

Per riconoscere il vero e proprio abisso culturale e ideologico che differenzia le idee di democrazia e di libertà dei due candidati è forse sufficiente ascoltare le loro risposte alla domanda su “cosa fare, come difendersi dalle fake news?”. Lula ha chiesto a più riprese la censura per difendere la “verità” e la rieducazione di chi pubblica menzogne. Bolsonaro ha semplicemente detto: ci vuole più libertà.

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