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Fuori dal governo. La strategia di Conte nel mosaico di Fusi

Sul serio finirà così, davvero siamo alle soglie di una crisi? Fare calcoli è impossibile, non resta che aspettare. Tuttavia la domanda iniziale poggia su basi non trascurabili. Il mosaico di Carlo Fusi

In fondo, perché no? Perché l’M5S dovrebbe rinunciare ad uscire dal governo, mossa che dal punto di vista politico potrebbe essere addirittura salvifica? Sono in molti a stare con il fiato sospeso in attesa del dibattito parlamentare del 21 giugno, quando dopo l’esposizione di Mario Draghi in vista del Consiglio europeo del giorno dopo, Giuseppe Conte ha annunciato la presentazione di una risoluzione da mettere ai voti con la quale l’M5S si dissocerebbe da nuovi invii di armi all’Ucraina. A giudizio di numerosi osservatori, infatti, quello sarebbe il momento per un disimpegno del MoVimento dalla maggioranza. Uno smottamento che potrebbe coinvolgere anche la Lega, che dopo le non esaltanti performance di Matteo Salvini all’ambasciata russa, appare come un pugile suonato e uscire dal ring delle larghe intese finirebbe per diventare il modo migliore di riprendersi.

Insomma la mossa di Conte sarebbe l’abbrivio per uno smottamento che potrebbe sfociare nella crisi di governo e chissà cos’altro. Non a caso anche Enrico Letta, che sul sostegno all’Ucraina si gioca una fetta considerevole di leadership, ha avvertito che “andare divisi su atlantismo ed europeismo è impossibile. Se questi pilastri vengono meno, un governo non c’è più e la maggioranza non può stare assieme”.

Sul serio finirà così, davvero siamo alle soglie di una crisi? Fare calcoli è impossibile, non resta che aspettare. Tuttavia la domanda iniziale poggia su basi non trascurabili. Conte ha due problemi, tra i tanti, che risultano decisivi. Primo, rivitalizzare il partito in tracollo di consensi e in vista di una tornata amministrativa che potrebbe essere l’ennesimo bagno di sangue. Ritirare i propri ministri, uscire dalla maggioranza e riconquistare fette di consenso “pacifista” e anti-Draghi potrebbe essere la migliore via d’uscita per frenare l’emorragia di voti e riacquisire un profilo barricadiero che è nel Dna del MoVimento. Secondo, tagliare le unghie a Luigi Di Maio, il più vistoso esponente dell’ala “governista” pentastellata nonché competitor silenzioso ma strutturato per la guida del partito. Decretando la fine dell’esperienza delle larghe intese, Conte schiaccerebbe Di Maio, nel caso questi facesse resistenza, su un versante “poltronista” che sarebbe arsenico per le ambizioni e l’immagine del ministro degli Esteri.

Bene, allora gioco fatto? Non proprio, e non necessariamente. Perché le medesime ragioni che militano per il disimpegno da responsabilità governative contengono altrettanti rischi di sfaldamento.

Per prima cosa, per intestarsi una manovra così significativa e foriera di incognite, bisogna possedere una leadership salda e riconosciuta, cosa che Conte – vedi anche le vicende con i gruppi parlamentari – fatica ad acquisire. Ma in assenza della quale ogni iniziativa minaccia di diventare una debacle.

In secondo luogo, non è garantito che collocare il MoVimento su posizione più radicali davvero produca quell’inversione di tendenza elettorale che per Conte rappresenterebbe una boccata d’ossigeno fondamentale. È vero che il sentiment degli italiani non è favorevole ad innalzare il livello di coinvolgimento militare e fosche nubi si addensano all’orizzonte in vista di un autunno che tra rincari e penuria di energia minaccia di essere assai tormentato. Ma è altrettanto vero che provocare una crisi nel bel mezzo di una temperie così complicata e rischiare di portare l’Italia ad elezioni anticipate è un’acrobazia che storicamente non ha mai giovato a chi la determina. Le accuse di irresponsabilità di sprecherebbero come pure gli scenari di sconfitta. Il Pd, come visto, non potrebbe seguire il M5S su un crinale così ambiguo, e le possibilità di una intesa nelle urne diventerebbe sostanzialmente impraticabile.

Infine Di Maio. È impervio immaginare che il titolare della Farnesina accetti di imboccare una via per lui così straniante. Significherebbe rinnegare un’immagine di affidabilità pazientemente costruita e consegnarsi mani e piedi a Giuseppi, sostanzialmente azzerando lo status leaderistico. Il risultato potrebbe essere una scissione che invece di rafforzare penalizzerebbe ulteriormente Conte. Il quale peraltro è più un mediatore che uno sfasciacarrozze.

E dunque come finisce? Nessuno può dirlo. Non è improbabile che la via d’uscita sia “all’Italiana”: un documento più blando del previsto e un voto depotenziato già sul nascere. Non certo un’immagine di compattezza della maggioranza e del governo. Ma anche la riproposizione di un assioma che sta contrassegnando la coalizione nell’anno elettorale che stiamo vivendo: insieme non si può stare ma dividersi è impossibile. Nec sine te nec tecum vivere possum: la lezione di Ovidio vecchia di millenni è sempre attuale.

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