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Filippo Tortu: «Di papà allenatore mi fido. Con i 100 metri in 9’’96 vorrei mettere a tacere le critiche»

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Una stagione di ombre (il 10”31 di Rieti dietro Safo-Antwi) e luci (10”12 a Savona, cancellando con un guizzo da fuoriclasse il 10”32 in batteria), con qualche chiaroscuro qua e là, sul rettilineo di un giovane campione in crescita ci può stare. Ma se quel campione è Filippo Tortu, che ha gli occhi puntati addosso da quando realizzò 17enne il primato italiano juniores nei 100 metri e che fin qui ci aveva abituati bene, tutto — le luci, ma anche le ombre — diventa accecante.

Al netto della pandemia, che non è un alibi ma una realtà globalizzata («E infatti, se ci fai caso, siamo tutti condizionati: chiunque non è andato come va di solito»), Piè Veloce ha due gare — martedì sera a Bellinzona contro Simbine e giovedì al Golden Gala dove ritroverà sui blocchi, oltre al sudafricano, Burke (battuto al Mondiale Under 20 nel 2016), Rodgers e Marcell Jacobs — per chiudere con il botto. O anche senza botto, però con un tempo all’altezza del suo talento e del 9”99 con cui nel 2018 ha superato Mennea.

Filippo se il miglior tempo stagionale sui 100 restasse 10”12 che voto si darebbe?

«Sei. Però è stato un anno strano, con un buco di allenamento lungo un mese e l’Olimpiade posticipata, troppo impattato dal coronavirus. Di fatto, la stagione si è spostata in avanti di due mesi».

Sei è appena sufficiente.

«È il bilancio prima del dolce, il Golden Gala. E la cena, fin qui, non è andata malissimo dai».

È che da Tortu, a dieci mesi dai Giochi di Tokyo, si pretende di più, sempre di più.

«L’unica gara di cui sono davvero soddisfatto è la finale di Savona».

I piccoli dettagli cambiati nella dinamica di corsa durante il lockdown sono ancora da metabolizzare?

«La mia corsa, a 22 anni, è necessariamente un working progress però, rispetto a inizio stagione, mi sento più sicuro. Gli automatismi che prima non avevo, ora ci sono. Il fatto è che non gareggio mai se non sono in forma per fare un ottimo risultato: ho avuto piccoli acciacchi e ho sbagliato due o tre cose tecniche strada facendo».

Il forfait in finale agli Assoluti di Padova si spiega così?

«La decisione più difficile della mia vita: non riesco mai a tirarmi indietro ma non volevo ripetere l’esperienza di Stanford dell’anno scorso. Con il senno di poi avrei dovuto fermarmi anche a Savona dopo aver sentito un fastidio al ginocchio. Correre a Padova sarebbe stato sciocco».

E poi c’era il rischio di perdere da Jacobs.

«Non sarebbe stato di certo un dramma. È atletica, sono gare: ci sta».

C’è un tam tam che dice che la decisione di ritirarsi è stata presa da lei e da suo fratello Giacomo.

«Questa è bella! Abbiamo deciso io, mio padre e il fisioterapista. Poi papà lo ha comunicato a Giacomo».

Perché non le perdonano di farsi allenare da Salvino Tortu? Non è l’unico a essersi messo nelle mani di papà.

«Tamberi, Duplantis, i fratelli Borlée, pure Coe nel passato: la lista è lunga. La verità è che papà è giustamente infastidito dalle critiche: più che riconoscergli il merito, in due anni, di avermi fatto scendere sotto i 10 secondi e andare in finale al Mondiale 32 anni dopo Pavoni, lo attaccano. Molti non sanno di cosa parlano…».

Gli stessi che sostengono che a fine stagione dal confronto con la Federatletica e il d.t. La Torre potrebbero uscire nuovi scenari?

«Dalla Fidal di certo non mi aspetto richieste di cambi di guida tecnica. Gli uccellini e gli uccellacci possono dire quello che vogliono, non mi interessa».

Ma lei, nel caso in cui un giorno lo ritenesse necessario, avrebbe la forza di chiedere a Salvino di fare un passo a lato?

«Perché dovrei chiederglielo? È inutile parlarne».

Parliamo dei 200, allora. Sentiamo dire che sono la sua gara d’elezione ma non glieli vediamo correre dal Golden Gala dell’anno scorso.

«I 200 metri erano nel menù stagionale, ma non abbiamo avuto modo di prepararli: ci sarebbe servito un allenamento più continuo e la fretta non è amica del bene. L’anno prossimo li correrò».

Cosa si aspetta da Bellinzona e, soprattutto, Roma?

«Dopo Padova mi sono chiuso in caserma a Castelporziano: quando ho bisogno di allenarmi in tranquillità, vado lì. Sto correndo bene, ho davvero voglia di andare forte. Rimangono due cartucce».

Il tempo con cui sogna di salutare questo bizzarro 2020 per mettere a tacere tutti?

«9”96».

15 settembre 2020 (modifica il 15 settembre 2020 | 07:00)

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