filippo-ganna:-«il-giro-d’italia,-il-mio-sogno-rosa».-e-il-favorito-della-prima-tappa

Se gli chiedi se ha il colpo in Ganna, dietro gli occhialoni da astigmatico Filippo, giustamente, sorride: «Il Giro d’Italia è la corsa che sognavo di correre sin da bambino, quando tornavo da scuola in tutta fretta per mettermi davanti alla tv. Ma è, appunto, una corsa in bicicletta. Nessuno mi punta il fucile alla testa». L’insostenibile leggerezza dell’essere Filippo Ganna da Vignone, 24 anni, professione campione del mondo nella crono su strada (il primo italiano della storia) dopo aver fatto mirabilie da pistard (quattro ori mondiali nell’inseguimento individuale, più tutto il resto), salirà sabato alle 14.58 sulla Pinarello verniciata d’oro, destinazione Palermo e la prima maglia rosa del Giro 2020.

Filippo, qual è il segreto del suo equilibrio?

«Nel 2016, a Londra, ho vinto senza preavviso il Mondiale su pista. Nel 2017 ero il grande favorito e l’ho vissuta malissimo: lo stomaco chiuso, non mangiavo, il vuoto nella mente. Il mental coach Marco Villa mi ha svegliato: Filippo, non vai alla guerra, rilassati! Da allora prendo le gare con filosofia. Due giorni prima di Imola, neanche pensavo che stavo per correre un Mondiale».

L’oro iridato le ha cambiato la vita?

«Proprio per niente… Certo ho ricevuto le telefonate di Malagò, del presidente Conte, fa piacere sapere di essere considerato. Ma l’altro giorno ridevo con mio padre Marco: se vado a tutta in auto mi arrivano le multe, se lo faccio in bici piovono gli elogi. Buffo».

Papà Marco, ex canoista (Los Angeles ‘84), detto «il tedesco». Quanto è stato importante il suo esempio?

«Tanto. Lui ha un modo di fare rigido, modello Ddr, e una disciplina ferrea. Da ragazzo volevo divertirmi, papà mi ha fatto capire che il treno passa una volta sola e bisogna salirci sopra. Certo un lavoro d’ufficio mi lascerebbe libero il sabato sera, invece la mia vita è corsa, bus, massaggio, cena, sonno e via dicendo, sempre uguale. L’ho scelto io, non mi lamento».

Anche perché fioccano medaglie e oggi, speriamo, una bella maglia da indossare.

«Mi piace pensare di essere un ragazzo normale, non un robot. Okay ho vinto il Mondiale ma è il mio mestiere: se facessi il geometra scriverei perizie, faccio il ciclista e cerco di andare forte. Tutto qui».

Insomma vincere la crono d’apertura del Giro non è un’ossessione.

«Se la maglia arriva, bene, sennò non è un dramma. La appenderei nella casa di Ascona, in Svizzera, accanto all’oro di Imola, che penzola da un chiodino. Parto da Monreale per dare tutto e onorare la maglia iridata. Sono emozionato, vediamo di cominciare bene».

È superstizioso?

«Non sopporto quando cade il sale in tavola: Rohan Dennis, mio compagno alla Ineos, mi prende in giro e me lo lancia addosso di continuo… Le tensioni le vivo, ma diciamo che i gatti neri non mi danno fastidio».

Cosa è importante, nella vita, per lei?

«Il ciclismo, certo. Ma prima vengono i miei parenti e la mia morosa Carlotta, che studia economia a Torino, di ciclismo non sa nulla e va bene così perché a casa non si parla di lavoro. Sa bene dei miei sacrifici, però: prima del Mondiale di Imola siamo stati un mese e mezzo senza vederci».

Elia Viviani l’ha soprannominata «la bestia»: le piace?

«Elia mi chiama in tanti modi… La verità è che nella vita sono più un cucciolone che una bestia però se voglio qualcosa a tutti i costi mordo e divento cattivo».

Quali erano i suoi idoli da ragazzino?

«Boonen, Wiggins, Cancellara, gente così».

Nessun calciatore, da buon piemontese?

«Di calcio in Italia si parla troppo: vorrei più spazio per gli sport minori, per uno tosto come Tony Cairoli, re del motociclismo, per esempio. Anche tra i calciatori c’è chi fa sacrifici e chi ne fa uno stile di vita per far soldi, ma non sono qui per criticare nessuno».

Si ricorda la prima bici?

«Me la regalarono i miei nonni, avevo 14 anni, era verde acido. È stata restaurata e sabbiata, ora è smontata in garage. Prima, visto che sono molto alto, ho provato con basket e pallavolo. E con la bici all’inizio fu odio: ero sempre per terra, un male cane».

L’amore quando è scattato?

«Mah, non ricordo un clic preciso. So solo che sono qui, alla partenza del Giro!».

Cosa si aspetta dalle prossime tre settimane in sella?

«Devo scortare Geraint Thomas, il mio capitano, fino a Milano, possibilmente permettendogli di vincere la corsa. Ci saranno giorni no, con le gambe che urlano di dolore. Quanto a me, sono giovane, ho tempo, non voglio mettermi troppa fretta».

Cosa le mancherà di più tra Palermo e Milano?

«La Nutella, sono un inguaribile goloso. Mi piace mangiare e bere bene: dammi una bella bistecca e un bicchiere di rosso e vado in brodo di giuggiole. Però mi devo contenere: fuori stagione prendo anche cinque chili».

Sogni nel cassetto per la carriera?

«Oltre la maglia rosa, la Roubaix, il Fiandre, il Mondiale su strada. E i Giochi di Tokyo, ma di questo riparliamo un’altra volta».

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