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infrastrutture

di Michelangelo Borrillo07 lug 2020

Ferrovia Adriatica, raddoppio bloccato: a rischio i nidi dei fratini

Il rischio è che al «modello Genova» — preso ad esempio da tutti, quando si parla di infrastrutture, per la velocità di realizzazione del nuovo ponte — si finisca per contrapporre il «modello Termoli». Quello dei 34 chilometri di binario unico, fino a Lesina, che separano il Molise dalla Puglia. Un collo di bottiglia rimasto immutato da quando lo inaugurò Vittorio Emanuele II nel novembre del 1863 (quasi 157 anni fa) e, soprattutto, rimasto l’unico tratto ancora a binario unico della dorsale ferroviaria Adriatica. E che adesso lo rimarrà ancora per qualche tempo, visto che il raddoppio del binario, relativamente al lotto Termoli-Ripalta, è stato nuovamente bocciato dal ministero dell’Ambiente in sede di Valutazione di impatto ambientale, nonostante fosse conforme a quanto concordato negli anni scorsi fra tutti i ministeri e gli enti interessati. Perché la questione — con conseguente notevole incremento di tempi e costi — va avanti da quasi 20 anni, da quando l’intervento venne finanziato nel 2001. Da così tanto tempo che dopo tanti anni di attesa — durante i quali sull’opposto versante tirrenico è stata costruita la linea ad Alta velocità ferroviaria — l’allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, si recò personalmente sul litorale molisano in questione — nei pressi della poco conosciuta località di Campomarino Lido — per capire il perché delle proteste degli ambientalisti molisani. Notando — queste le sue parole dell’epoca — «tra ferrovia e strada statale, 30 metri di monnezza».

La nidificazione a rischio

Il bando di gara per la parte molisana arrivò nel gennaio del 2019

(per il lotto pugliese di 14 chilometri la gara d’appalto è stata avviata circa un anno fa ma è ferma per un ricorso al Tar), ma adesso, proprio mentre il governo punta alla velocizzazione della linea ferroviaria Pescara-Foggia-Bari (inserita tra le opere infrastrutturali considerate strategiche dal governo) e addirittura il ministro della Cultura Dario Franceschini si spinge fino a chiedere — come ha fatto nelle settimane scorse proprio sulle colonne del Corriere della Sera — l’Alta velocità ferroviaria anche sulla linea Adriatica, il nuovo stop ministero dell’Ambiente. Che chiede — oltre i 90 giorni previsti, quindi a tempo scaduto — ulteriori approfondimenti sull’impatto ambientale dell’intervento e, in particolare sul monitoraggio avifaunistico della zona. A rischio, con la realizzazione dell’opera, non più il litorale di Campomarino Lido ma la nidificazione, su quello stesso litorale, degli uccelli, in particolare del Charadrius alexandrinus, fratino eurasiatico o, più semplicemente, fratino, e del Coracias garrulus, la ghiandaia marina. Per il ministero — come spiegato nel parere (negativo) della Commissione tecnica per la verifica dell’impatto ambientale — «manca la caratterizzazione qualitativa e quantitativa dell’avifauna nidificante e della sua distribuzione all’interno dell’area di intervento. E conseguentemente non sono indagati possibili impatti». Eppure, tra le tre le soluzioni studiate nei tanti anni di discussioni — potenziamento in affiancamento alla linea esistente, come avviene in ogni parte del mondo; affiancamento al tratto dell’Autostrada A14; attraversamento della vallata del Biferno — si è scelta la terza opzione, anche sostenendo proprio il maggior impatto ambientale delle altre due e nonostante tempi più lunghi e costi più elevati per il tratto molisano: circa 170 milioni in più, dai previsti 430 a poco meno di 600 milioni.

I 50mila tir in più

«La conseguenza — spiega pino Gesmundo, segretario generale della Cgil pugliese — è che oggi ci ritroviamo con la bocciatura per compatibilità ambientale e il blocco di quell’opera impedisce la valorizzazione dei nostri hub logistici e portuali, alle nostre imprese di essere collegati a uno degli assi della Trans European Network-Transport che lungo la costa Adriatica si ferma ad Ancona, a impedire il raddoppio della programmazione dei treni, che passerebbero da 80 a 150 al giorno. Questo significa che in un anno si potrebbero togliere dalla strada, in particolare dall’A14, almeno 50mila tir, riducendo le emissioni di gas nocivi e aumentando la sicurezza stradale». «Non vorremmo che per accontentare tutti e tutto — gli fa eco Franco Giuliano che guida l’associazione culturale “L’Isola che non c’è”, molto attiva sul fronte del divario infrastrutturale tra Nord e Sud — si decida per l’ennesima modifica al progetto che, come avvenuto per quelle approvate in passato, determinerebbe un ulteriore slittamento di 5 anni nella partenza dei lavori, considerati i passaggi tecnici, burocratici, amministrativi e politici necessari per la riprogettazione, rivalutazione e riapprovazione, sempre che nel frattempo qualcuno non cambi di nuovo idea». A far sentire la sua voce — è il caso di dirlo — sarà anche Albano: il cantante pugliese, tra i più attivi tra gli aderenti all’associazione culturale, è pronto a portare le istanze del popolo ferroviario meridionale al suo conterraneo, pugliese, Giuseppe Conte. Fino a palazzo Chigi.

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