ettore-messina,-olimpia-a-dimensione-europea:-«giocare-bene-e-vincere-in-campionato-ci-spingera-in-eurolega»

Si capisce da cosa dice, da come lo dice, dal tono della voce, dall’ironia che accompagna le sue parole, che Ettore Messina è convinto di avere in mano una squadra molto forte. E i risultati, quindi i fatti, gli danno ragione: l’imbattibilità in precampionato, la conquista della Supercoppa, il battesimo felice del campionato con la vittoria su Reggio Emilia lanciano la sua Olimpia Milano alla prima di Eurolega, venerdì contro il Bayern Monaco. Questa è una squadra a dimensione europea.

Ettore Messina, lei è un allenatore felice?

«Preferisco pensare alla gioia provata da tutta la squadra per la Supercoppa. Mi è piaciuto l’atteggiamento di chi non ha giocato, la partecipazione emotiva e positiva verso la squadra. So bene che non sarà sempre così, che momenti difficili e tormentati ci saranno, ma questa unità di squadra mi fa pensare bene».

Il Covid-19 ha cambiato tempi e modi del suo mestiere?

«Siamo sottoposti a frequenti e necessari tamponi, viviamo nella tutela della nostra salute. Ci sentiamo protetti, ma certo non si può sfuggire all’ansia di imbatterti nel virus. Basta guardare a cosa è successo a Ibra, al Milan che ha perso un giocatore fondamentale. Sappiamo che dobbiamo essere pronti ad affrontare una situazione analoga. Speriamo non accada».

Il virus le fa paura?

«Sì, ho avuto paura nel momento più grave, durante il lock down. Per la mia famiglia, per i soggetti più deboli, gli anziani, mia mamma, i miei suoceri. Il pensiero era lì, rivolto a loro. Così come il mio cuore, i miei sentimenti di gratitudine vanno ai medici, ai loro collaboratori, al personale paramedico: mai dimenticherò quello che hanno fatto per tutti noi».

Rabbia?

«Mi prende di più la depressione quando noto atteggiamenti di irresponsabilità. Brava mia moglie che con educazione fa presente l’errore a chi non indossa la mascherina in ambienti chiusi».

Il Coronavirus ha insegnato qualcosa?

«Ci siamo detti che alla fine di questa terribile esperienza saremmo stati tutti più buoni e uniti. No, non è così e lo dico a malincuore: quando siamo usciti dall’emergenza, quest’estate, abbiamo sbagliato, peccato. Nonostante il Paese sia stato guidato bene dalla sua leadership politica, più matura rispetto a quella di altre nazioni».

Il dibattito «pubblico sì-pubblico no» negli stadi e nei palazzetti è acceso.

«Confido in una riapertura graduale, in sicurezza è chiaro, di stadi e palasport. L’adrenalina che dà il tifoso alla squadra, ai giocatori, a tutti noi è impagabile. Attenzione però, ci vuole un modello unico, è necessaria una scelta nazionale per tutti. Sarebbe controproducente avere 10 governatori, 10 regioni, con 10 scelte e 10 modelli diversi».

Allena da una vita, è considerato un santone a livello internazionale del basket: si diverte sempre?

«Non le dispiace se le ribalto la riflessione?»

Per niente.

«Alcuni miei amici mi hanno confidato che non mi avevano mai visto così felice per la Supercoppa. È vero: a 61 anni emozionato, commosso, conquistato come per il primo scudetto della mia vita»

Cosa significa allenare la squadra considerata da tutti la più forte d’Italia?

«Lo prendo come un dato di fatto. Ho letto l’intervista di un rivale, battuto in Supercoppa, che si diceva deluso da Milano. Che dire? Che ogni “scarrafone è bello a mamma soja”».

In Eurolega come è messa Milano?

«L’energia per fare bene in Europa dobbiamo trovarla in Italia. Dobbiamo arrivare al match di Eurolega caricati e motivati dalla partita giocata in campionato: l’obiettivo è qualificarsi alle finali».

Il gioco basato sul tiro da 3 punti divide gli appassionati: c’è chi sostiene che si esageri. Lei come la pensa?

«Con me si sfonda una porta aperta, mi piace un gioco più equilibrato, che sfrutti ogni fronte, forse anche perché condizionato dal lavoro svolto per 5 anni insieme a Popovich con gli Spurs: lui era molto critico rispetto all’insistenza del tiro da 3. Ma per forza di cose mi devo adeguare e così anch’io cerco e sfrutto il canestro che premia con i 3 punti. Mi sbilancio in una previsione: si arriverà ad allontanare la linea dei 3 punti, rendendo l’operazione più difficile».

Un giudizio per ogni nuovo giocatore dell’Ax Armani: iniziamo da Hines. Chi è?

«La sua calma olimpica nei momenti topici regala sicurezza a tutti».

Delaney?

«È la nostra “cazzimma”».

Punter?

«Colpisce la sua velocità di scelta e di esecuzione negli spazi brevi».

Shields?

«Universalità e atletismo”

Moretti?

«L’età dell’innocenza nell’impatto senza paura con un mondo nuovo e molto complicato».

Datome?

«Un pilastro: è il nostro Sergio Mattarella».

Leday?

«Una energia pazzesca».

Cosa vuol dire per lei il suo secondo anno di lavoro con Giorgio Armani?

«Significa convivere con l’etica del lavoro, un valore molto diffuso in tutto il gruppo Armani. Io ho rapporti più intensi con il presidente Leo Dell’Orco che interpreta benissimo questo principio».

Voi allenatori non siete diventati troppo diplomatici? Perfettini, rispettosi, mai una polemica. Com’erano belle le guerre di parole tra Peterson e Bianchini…

«Sa che un po’ di ragione ce l’ha. Ricordo quando Bianchini tirò in ballo me e Scariolo, eravamo giovani: cì definì dei “Gremlins”. Ci rimasi male e reagii sostenendo che Bianchini aveva fatto del nonnismo. Vissi male i giorni che portarono al nostro confronto, temevo il momento del nostro incontro. Pensavo:chissà cosa mi dice? Altra categoria Bianchini: mi venne incontro, mi abbracciò, si mise a ridere, smontando ogni mia tensione. Che classe…».

Non dorme male di fronte a questa unanimità di giudizio che dà Milano strafavorita per lo scudetto?

«Secondo lei, dopo tutto quello che abbiamo passato in questo 2020 terribile posso essere preoccupato perché la mia squadra è favorita o per la paura della sconfitta, a volte persino terapeutica. Se si lavora tanto e si fa il proprio dovere si può dormire tranquilli».

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