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Errori di comunicazione e poca fiducia nel governo: perché la Slovenia è terreno fertile per i no vax

Nell’Unione Europea in cui, come ricordato dalla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, un terzo della popolazione non è vaccinato contro il Covid, lo zoccolo duro dei no vax trova terreno fertile nei Paesi dell’Est o, in generale, nelle nazioni che hanno aderito all’UE in epoca recente, tra il 2004 e il 2013, ovvero dopo la caduta del muro di Berlino. Con l’eccezione di Malta e Cipro, isole che si distinguono per un soddisfacente o addirittura alto tasso di vaccinazione e che infatti nulla hanno a che vedere con i paesi orientali.

Un basso tasso di vaccinazione, ampiamente sotto la media EU, viene registrato in Slovenia, in cui è vaccinato con almeno due dosi circa il 55% degli abitanti (da noi la percentuale supera il 73%), ed è stata perciò additata da politici ed esperti come esportatrice del virus in Italia, visti la vicinanza dei due stati e gli almeno 10.000 lavoratori transfrontalieri che ogni giorno varcano indisturbati i confini. E i controlli? Pochi, se non nulli, il che ha portato il governatore del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga, memore della chiusura della frontiera con l’Italia decisa unilateralmente dalla Slovenia nel marzo del 2020, a chiedere più controlli al confine. Richiesta a quanto pare esaudita, visto l’annuncio del ministro della Salute Roberto Speranza nel question time alla Camera del primo dicembre. «Rafforzeremo i controlli al confine tra Slovenia e Friuli Venezia Giulia».

«Potremmo vivere anche noi ciò che è successo a Bergamo»

Un annuncio, quello di voler controllare il green pass in entrata anche sui confini terrestri, forse un po’ tardivo, visto che l’epidemia in Slovenia sembra finalmente rallentare la propria corsa dopo aver presumibilmente superato il picco di nuovi contagi di questo autunno. Un’ondata che ha avuto — e continua ad avere — conseguenze drammatiche, con reparti di terapia intensiva e ordinari saturi di pazienti Covid. Numeri talmente alti da portare a dichiarazioni forti. «In questo momento non riusciremmo a far fronte a una catastrofe naturale o a un incidente stradale di maggiore entità con diverse persone coinvolte», la constatazione del 24 novembre del sottosegretario alla Salute Franc Vindišar. «Potremmo vivere anche noi ciò che è successo a Bergamo», le parole invece del ministro della Salute Janez Poklukar. Per fare un paragone, in quei giorni la Slovenia registrava più di 3.000 nuovi contagi giornalieri. Un numero che, se rapportato alla popolazione italiana, significherebbe all’incirca 90.000 casi ogni 24 ore, una cifra ben al di sopra dei circa 15.000 casi che vengono registrati negli ultimi giorni. Il primo dicembre gli ospedali sloveni ospitavano 277 pazienti in terapia intensiva e 830 pazienti nei reparti ordinari: come se in Italia registrassimo 8.310 pazienti in intensiva (il 1° dicembre si contavano 686 persone) e 24.900 ricoverati con sintomi in area medica (il 1° dicembre 5.248 persone).

Il governo sul banco degli imputati

Secondo gli esperti l’alto numero di ricoveri ospedalieri è dovuto soprattutto alla bassa percentuale di vaccinati, conseguenza diretta di un cospicuo numero di no vax, la cui presenza va ricercata in molteplici ragioni. Una di queste è la conferma del fenomeno, già osservato altrove, di come il tasso di vaccinazione sia più basso nei Paesi europei in cui la sfiducia nei leader politici è più alta. Da un sondaggio effettuato a metà novembre dall’agenzia Valicon emerge come solamente un quinto degli intervistati abbia fiducia nei metodi utilizzati dal governo sloveno nel tentativo di contrastare la pandemia.

Il governo, guidato dal 3 marzo 2020 ovvero dall’inizio della pandemia per la terza volta negli ultimi 17 anni dal politico conservatore di lunghissimo corso Janez Janša, non è esente da colpe, soprattutto per quanto riguarda una comunicazione spesso non troppo coerente. La Slovenia a metà maggio 2020 è stata la prima nazione europea a dichiarare ufficialmente la fine dell’epidemia, salvo riannunciarne l’inizio durante lo scorso autunno e, dichiararne per la seconda volta la fine il 15 giugno 2021, senza poi reintrodurre lo stato d’emergenza durante la quarta ondata, la più forte registrata finora nel Paese. È filtrata dunque una “falsa idea” di scampato pericolo, simile a ciò che è accaduto anche in altri paesi dell’Est, visto che anche la Romania all’inizio dell’anno si è distinta per aver proclamato la “sconfitta” della pandemia, oltre ad aver definito la propria campagna vaccinale, con il 30% della popolazione immunizzata, un “successo”. La comunicazione ai cittadini sloveni è risultata problematica anche a causa delle diverse occasioni in cui il governo e il Comitato tecnico scientifico locale o gli esperti si sono trovati pubblicamente in disaccordo sulle misure da adottare, fatto che ha portato ad accese polemiche e alle doppie dimissioni del primo epidemiologo del Paese Mario Fafangel, che vanta, tra le altre cose, una laurea in medicina all’Università degli Studi di Trieste.

Il socialismo e la Jugoslavia

Uno studio, pubblicato ad aprile da Joan Costa-i-Font (London School of Economics), Jorge García-Hombrados (Universidad Autónoma de Madrid) e Anna Nicinska (Università di Varsavia), mette inoltre in diretta relazione la scarsa aderenza alla campagna vaccinale nell’Est con «l’abitudine a diffidare delle istituzioni pubbliche sviluppata durante il comunismo». La Slovenia, indipendente dal 1991, ha conosciuto per molti anni il socialismo jugoslavo, durante il quale è emerso un caso esemplare di campagna vaccinale di massa ovvero quella contro il vaiolo del 1972. Questa viene menzionata in un articolo firmato da Milan Krek, direttore dello NIJZ (l’Istituto superiore di sanità sloveno), in cui ricorda di come all’epoca non ci fosse stata la possibilità di scelta tra il vaccinarsi e il non vaccinarsi con la conseguente vaccinazione in un brevissimo lasso di tempo di 18 milioni di persone nell’intera area dell’ex Jugoslavia, di cui 1,5 milioni in Slovenia, Paese che attualmente conta all’incirca 2 milioni di abitanti. «Adesso il vaccino non è obbligatorio e per la prima volta dall’indipendenza abbiamo un numero di adesioni così alto,» spiega Krek, che fa inoltre notare come gli sloveni siano storicamente restii alle vaccinazioni di qualsiasi tipo. Alla campagna di vaccinazione antinfluenzale del 2019, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD), ha aderito solamente il 19% degli over 65 sloveni, mentre ad esempio in Italia nello stesso anno la percentuale si è assestata sul 55%.

Manifestazioni e fake news

Una parte delle ragioni per un basso tasso di vaccinazione va attribuita dunque a una discreta percentuale di abitanti difficili da convincere, non solo dell’efficacia del vaccino, ma anche della pericolosità del Covid. Una fetta di popolazione è infatti restia ad accettare e rispettare le misure messe in atto dal governo per limitare la diffusione del contagio. La Slovenia ha infatti introdotto prima dell’Italia il green pass obbligatorio per l’accesso ai luoghi di lavoro, il che ha portato a tesissime manifestazioni dei «no green pass« a Lubiana già a metà settembre, un mese in anticipo rispetto alle prime proteste dei portuali di Trieste. Le scene della polizia slovena che interviene con gli idranti e lacrimogeni nel tentativo di disperdere la folla hanno anticipato di circa 30 giorni quanto si è poi visto anche in Italia. Manifestazioni che hanno visto protagonisti molti no vax, abili nel diffondere fake news online, in alcuni casi in maniera molto credibile. Spicca infatti la creazione di una pagina web dall’aspetto grafico professionale, slovenskizdravniki.si, che significa letteralmente medici sloveni, in cui vengono presentati articoli, pubblicati da medici specialisti in diversi ambiti – ma non da virologi, immunologi o epidemiologi – che invitano i lettori a diffidare del vaccino, sottolineano la dannosità delle mascherine – soprattutto se indossate dai bambini – oppure promuovono l’uso del farmaco antiparassitario ivermectina per curare il Covid.

Persone disposte a pagare dei senzatetto per vaccinarsi al posto loro

Ed è proprio il personale sanitario in alcuni casi a non dare il buon esempio. La Clinica universitaria di Lubiana il 25 ottobre registrava 139 medici e dentisti non vaccinati su un totale di 1498 (circa il 9%), con una percentuale no vax ben più alta tra gli infermieri e le infermiere dello stesso ospedale, tra cui registravano 1235 non vaccinati su 3672 dipendenti (circa il 33%). La diffidenza nei confronti del vaccino in una parte della popolazione è tale che il portale 24ur.com ha scoperto un traffico illecito di persone, pronte a pagare alcuni senzatetto dai 150 ai 350 euro per farsi vaccinare al posto loro ed ottenere in questo modo il green pass senza farsi inoculare il siero. Pare che alcuni homeless abbiano ricevuto quattro o addirittura sette dosi di vaccino in alcuni centri vaccinali in cui nessuno verificava l’identità delle persone, in quanto bastava esibire soltanto la tessera sanitaria del “presunto” vaccinato.

Dulcis in fundo, a complicare la vita al governo nella lotta contro il Covid ci hanno pensato la Corte costituzionale e la Corte suprema. La prima ha congelato l’ordinanza con cui il governo ha tentato di introdurre l’obbligo del green pass “rafforzato” per i dipendenti statali che avrebbero potuto recarsi sul posto di lavoro solamente se vaccinati o guariti dal Covid. La seconda invece ha stabilito come «non ci siano fondamenti giuridici» per giustificare le sanzioni nei confronti di chi non indossa la mascherina nei luoghi al chiuso.

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