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Economia circolare e open innovation: il binomio vincente per l’industria italiana

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l’analisi di cariplo factory

di Redazione Economia08 lug 2020

Economia circolare e open innovation: il binomio vincente per l'industria italiana

La ripresa post Covid potrà essere veramente efficace solo se avverrà in un contesto di sostenibilità e circolarità. Attivisti, economisti e imprenditori lo stanno dicendo a gran voce. Il cambiamento deve vedere in prima linea le economie occidentali avanzate, Italia inclusa.

Riccardo Porro, Chief Operations Officer di Cariplo Factory
Riccardo Porro, Chief Operations Officer di Cariplo Factory

A sostenerlo è anche Riccardo Porro, Chief Operations Officer di Cariplo Factory. «La pandemia da Coronavirus ha messo a nudo la fragilità del nostro modello di sviluppo economico rendendo evidenti due facce della stessa medaglia: da un lato, l’evidenza che nessun settore è abbastanza solido per resistere a un cambiamento radicale senza un processo di continua innovazione — dice Porro —. Dall’altro, la necessità di ripensare all’attuale modello economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale».

Ma un cambiamento di rotta di questa portata, una trasformazione così radicale, non può gravare sulle spalle delle singole imprese. «Servono, da un lato, sostegno a livello economico e finanziario, e dall’altro, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy: vale a dire, fare in modo che le imprese che hanno bisogno di rinnovarsi per andare verso la circular economy possano entrare in contatto con delle realtà in grado di fornire loro gli strumenti per farlo», spiega Porro.

Italia in vantaggio, ma a rischio

Dal primo Rapporto nazionale 2019 sul modello dell’economia circolare realizzato dal Circulary Economy Network, l’Italia è prima in Europa in questo ambito: con un punteggio di 103, batte il Regno Unito (90 punti), la Germania (88), la Francia (87) e la Spagna (81). Secondo il rapporto “La bioeconomia in Europa”, realizzato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con Assobiotec e il Cluster SPRING, il mercato è già enorme e in Italia vale circa 345 miliardi di euro e due milioni di occupati: numeri che ci mettono al terzo posto in Europa alle spalle di Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi). «Ma dal punto di vista normativo la legislazione del settore è ancora agli albori – nota Porro —. Dopo anni di discussioni, ancora oggi tutto il tema dei rifiuti viene trattato secondo specifiche normative su base regionale o comunale, quando invece l’obiettivo finale sarebbe quello di far scomparire le discariche per trasformare gli scarti in materie prime seconde. Motivo per cui abbiamo bisogno di un disciplinare chiaro che tratti i rifiuti come un bene produttivo».

Oggi a riaccendere i riflettori sull’economia circolare sono i piani di rilancio dell’economia presentati dalla task force di Vittorio Colao e dal governo. «È proprio dal sostegno da parte delle istituzioni che in Italia dovrebbe passare il rilancio dell’economia basato su un modello circolare: norme chiare, meno burocrazia e soprattutto un piano di incentivi: non solo da parte dello Stato, ma anche con il sostegno del comparto creditizio – come quello offerto da Intesa Sanpaolo con un plafond da 5 miliardi di euro», nota il manager.

Trasformazione

« Le risorse economiche così raccolte andrebbero poi catalizzate per avviare progetti di innovazione di largo respiro, attivando i capi filiera delle principali industrie italiane – continua Porro —. Solo così si può pensare di riuscire a trasformare un intero ecosistema verso un modello virtuoso di recupero di materiali, capace di creare occupazione sul territorio sostenendo la ripresa economica. La chiave di volta sarebbero investimenti nel campo dell’innovazione: dotato del giusto sostegno, il capo filiera avrebbe la forza di sostenere il cambiamento, fidelizzando la propria filiera e rendendola più solida. Le aziende hanno ormai compreso che non si tratta di costi, ma di investimenti premiati dalla Borsa, tuttavia a mancare sono ancora le competenze per governare il cambiamento. Ma queste si possono acquisire attraverso l’open innovation, che abilita l’accesso alle idee esterne, in particolare quelle sviluppate da startup innovative. Perché non si possono avere al proprio interno tutti gli strumenti per cambiare. Serve allora, come detto all’inizio, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy, perché nessuno è in grado di affrontare da solo la complessità dei temi e delle frontiere che portano cambiamenti del genere».

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