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Ecco perché il diritto è sparito dalla campagna elettorale

È una campagna elettorale bislacca. La confusione che regna tra le forze politiche e la volatilità delle coalizioni – di entrambe le coalizioni, vedrete – ha messo praticamente in disparte i temi della contesa per il voto. Sarà colpa dell’estate, sarà che l’esperienza Draghi ha scompaginato l’idea stessa di premiership in un paese praticamente a corto di veri leader, ma di programmi si parla poco o nulla e un paio di settimane a settembre non sbroglieranno la matassa. Su ogni punto cruciale per la vita del paese (politica estera, energia, guerra, economia, occupazione, welfare, scuola) circola qualche slogan stantio e logoro e, mai come questa volta, il voto sarà l’equivalente di una cambiale in bianco che le forze politiche incasseranno da un elettorato sfiduciato e stanco che minaccia un astensionismo senza precedenti, al limite del collasso istituzionale. In questo vuoto assoluto di proposte e di progetti, c’è da lamentarsi anche della mancata considerazione del tema giustizia che, certo, si inserisce a buon diritto tra le emergenze del paese non foss’altro che per gli impegni assunti con il Pnrr. Qualcuno pensa che la totale esclusione della questione dall’agenda elettorale sia il frutto di una scelta calcolata in vista dell’accaparramento delle sconfinate praterie di voti a matrice giustizialista messi in libera uscita dalla liquefazione del M5s. La tesi è che in Italia spiri un forte, e soprattutto ben organizzato, sentimento giustizialista che, in genere, spinge per partecipazione al voto, e tutti i partiti sarebbero alla caccia di quei consensi che non intendono inimicarsi con improvvide polemiche sul garantismo. Può essere. Può essere che alla base di questo silenzio pre-voto sui temi della giustizia stiano prevalendo tattiche attendiste e gattopardesche da parte di tutte le forze politiche. Il fatto che il silenzio regni sovrano anche tra le fila del M5s che quella visione del pianeta giustizia hanno ampiamente propagandato e alimentato, pone – tuttavia – un primo dubbio. C’è da chiedersi: se esiste, come probabilmente esiste, una parte dell’elettorato sensibile alle istanze coercitive e giustizialiste, come mai il partito che ne ha fatto per anni una bandiera non l’agita in vista del voto? E, ancora, perché mai – per converso – le fazioni garantiste tacciono, a urne quasi aperte, su vicende come quelle dell’Eni a Milano o del processo Trattativa a Palermo o sulla Loggia Ungheria o sull’affaire Palamara che pur sarebbero argomenti facilmente commestibili in una campagna elettorale da combattere voto per voto?
Si possono tentare un paio di risposte. Quanto avvenuto negli ultimi due anni in Italia e nel mondo ha probabilmente posto le basi per una profonda revisione del patto costituzionale su cui si fonda la coesione sociale e politica del paese. La nazione scricchiola in più punti ed è del tutto evidente che le regole di funzionamento delle istituzioni non sono in grado di ridurre la forbice delle disparità, di ampliare il range delle opportunità per i meno abbienti, di assicurare una equa distribuzione delle risorse. Il fatto stesso che, nei momenti di vera crisi (2011-2021) si sia dovuto far ricorso a risorse estranee alla politica (Monti-Draghi) per mettere in sicurezza il paese è il segno evidente che alle regole costituzionali occorre por mano con estrema urgenza. In questo complesso scenario di mutamenti la giustizia ha, inevitabilmente, un ruolo marginale, vicario, subalterno. Le riforme Cartabia sono il massimo che ci si poteva attendere sino a quando una nuova Repubblica non verrà ridisegnata o la vecchia sarà sensibilmente revisionata. Solo quando si saranno tracciati i nuovi assetti dello Stato sarà effettivamente possibile aver chiari i contorni entro cui inserire il tassello giustizia e immaginarne sostanziali modifiche. Per ora è il tempo dei pannicelli caldi e del silenzio, quasi imbarazzato. La politica percepisce che non è il momento di occuparsi di processi e di magistrati o di avvocati, e che bisogna rinviare il tutto a un tempo futuro, in un orizzonte ancora incerto e nebuloso in cui occorre navigare a vista e oltre il quale nessuno ha mai tracciato una rotta. Occorrerà sopportare per qualche tempo ancora una giustizia acciaccata e inefficiente, come si deve tollerare una scuola, una sanità, una burocrazia, un fisco, un’economia, un’ecologia malferme e scricchiolanti. Quando le caselle prenderanno il loro posto lo scenario sarà più chiaro. Per ora ci si deve accontentare di una novità non di poco momento della campagna elettorale 2022 che vede compattarsi, da una parte, sotto lo slogan della cosiddetta “agenda Draghi” coloro che ritengono irreversibile la novità impressa da quell’esperienza in cui il merito è condizione indefettibile per il consenso e, dall’altra, quanti ripropongono il meccanismo tradizionale dell’esperienza democratica secondo cui è il migliore colui che prende più voti. Il paese sceglierà liberamente a chi affidarsi, ma è chiaro che di processi e forche e garanzie interessi a tutti molto poco di questi tempi e per i molti a venire, forse.

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