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Ecco come il “ragno” Letta è rimasto impigliato nella sua stessa rete

Si può ben dire che il ragno Enrico Letta abbia tessuto la sua tela nella prospettiva di una probabile sconfitta, anche se ovviamente celata dietro una vittoria data per quasi sicura; che lo abbia fatto, una volta considerata preclusa la strada fino ad allora privilegiata di una intesa coi 5 Stelle, rei di aver fatto saltare il governo Draghi di cui il Pd si è dichiarato legittimo erede, sperando di lucrarne la popolarità.

Solo che ritrovandosi a non poter contare sui 5 Stelle, pur sempre capaci di portarsi dietro un 10 per cento dei votanti, ha dovuto aggiornare rapidamente la sua strategia: con l’esaurirsi della possibilità di una competizione paritaria con il centrodestra, la sua finalità diventava quella di impedire al centrodestra di raggiungere la maggioranza assoluta, agitando lo spauracchio di una maggioranza addirittura di due terzi, tale da permettere di evitare il referendum confermativo di una riforma autoritaria della nostra Carta costituzionale del 1948.

Nel passare dal “campo largo” al “campo aperto”, la parola alleanza, espressiva di una omogeneità programmatica centrata sull’agenda Draghi, veniva ridimensionata a mera coalizione, costretta da una legge elettorale ritenuta assurda – pur essendo stata figliata dall’interno del Pd con il suo terzo di collegi uninominali – dove a contare sono i numeri a prescindere dai programmi, all’insegna di una “resistenza” riecheggiante quella del 1943-45, destinata ad impedire l’instaurazione di una democratura, poco o niente accettata al di là e al di qua dell’Atlantico.

Per poter includere dentro la coalizione il più gran numero di soggetti, compresi quelli creati ad hoc in vista delle elezioni, Letta ha letteralmente inventato due “figure” che gli permettessero di navigare in un mare con poco fondale, costretto a far uso continuamente dello scandaglio.

I due espedienti

Anzitutto, dentro la coalizione unitaria, ha previsto singole intese bilaterali, strette fra il Pd e le diverse forze, cioè da un lato con Azione dall’altro con Sinistra Italiana e i Verdi, prendendo atto che i programmi non erano coincidenti, ma riservandosi il ruolo di federatore/mediatore, liberi i federati di far valere in campagna elettorale le loro identità, in una prospettiva strettamente elettorale di contenimento della destra, senza farsi carico della governabilità richiesta da una eventuale vittoria, data per scarsamente probabile.

Poi, la previsione del c.d. “diritto di tribuna”, vale a dire l’inclusione nella lista proporzionale del Pd, in posizione tale da garantirne l’elezione, di leader di gruppi parlamentari nati a seguito di scissioni, con un nome varato in fretta e furia alla bisogna, ma senza alcun riscontro neppure nei sondaggi, come per Di Maio.

Intrappolato nella sua tela

Una duplice tela tessuta da Letta, con la fantasia per le formule tipicamente Prima Repubblica, insuperata resta quella delle “convergenze parallele”, ma col rischio di trovarsi intrappolato lui stesso dentro la rete, come di fatto è avvenuto.

Una volta conclusa come prima alleanza di riferimento quella con Carlo Calenda, con una straordinaria generosità non solo sul numero dei collegi ma sul contenuto dei programmi, mutuati dall’agenda Draghi, dando per scontato che Pd e Azione avrebbero giocato di stretta intesa, non era difficile immaginarsi le riserve di Fratoianni e Bonelli.

Costretti a viaggiare da portoghesi, chiudendosi in bagno al passaggio del controllore, come ben testimoniava la pretesa razzista di Calenda che non potevano essere candidati in collegi uninominali, dove avrebbero lucrato anche i voti di Azione; costretti in tal modo, l’alternativa lasciata loro era o smussare la contrarietà all’agenda Draghi o far voce stonata rispetto al coro.

Ma a partita ancora aperta, i nostri amici potevano far balenare l’alternativa di una alleanza coi 5 Stelle, certo rei di aver suonato il silenzio per il governo Draghi, ma non per questo visti come meno sintonici, anzi, al contrario, ben di più.

Non troppo più felice suonava agli orecchi del nostro Luigi Di Maio il riconoscimento di un “diritto di tribuna” concesso a lui e lui solo, con esplicito diniego di riconoscerlo a capo di un gruppo di parlamentari che avevano disertato i 5 Stelle nel nome di Draghi, sì da delegittimarlo completamente non solo di fronte ai compagni di avventura, ma anche all’opinione pubblica.

Incalzata, questa, in prima persona da Grillo e compagnia cantando, imputandogli di essere un classico abbonato alla poltrona parlamentare, datosi alla macchia, una volta capito che il limite del doppio mandato ben difficilmente sarebbe stato abrogato.

Svelato il bluff

Il gioco è andato avanti per più giorni, con bluff e contro-bluff lasciati cadere, fino a sabato sera, quando Letta ha dichiarato essere concluso il perimetro della coalizione, accettandone l’esplicita qualificazione di Fratoianni e Bonelli come meramente elettorale, non vincolante in sede di formazione di una eventuale governo.

Una volta esplicitato formalmente quel che avrebbe dovuto rimanere sottinteso, si veniva a scoprire il punctum dolens, vale a dire la non affidabilità agli occhi dell’elettorato dei programmi assunti dalle varie componenti della coalizione come essenziali nel corso della campagna elettorale.

Né si poteva e si può obiettare che si vota per un Parlamento, poi il governo dipenderà dalla formazione di una maggioranza numerica al suo interno, sotto la sperimentata regia del presidente della Repubblica. La gente è ormai stanca di questa manfrina che ha caratterizzato tutta la legislatura in scadenza. Vuole sapere la notte stessa del 25 settembre chi ha vinto e chi ha perso.

Crolla il castello di carte

Dunque, fino a sabato sera, Letta ce l’aveva fatta a costruire una sorta di diga, tutti dentro tranne 5 Stelle, che, però, al di là del forte veto di un Calenda onnivoro, non credo ci tenessero tanto. Giuseppe Conte, dopo il forte prosciugamento del gruppo parlamentare originario, culminato nell’ultimo addio politicamente decisivo di Di Maio, doveva sottrarsi all’abbraccio soffocante del Pd, riprendendo in pieno la sua libertà di manovra tipica di un movimento.

L’intesa raggiunta, da un lato, con Sinistra Italiana di Fratoianni e Verdi Europei di Bonelli, dall’altro con Impegno Civile di Di Maio e Tabacci, si aggiungeva a quella già definita con Azione-Più Europa di Calenda e Bonino, dove l’abbinamento di Di Maio con Tabacci e di Calenda con la Bonino ha consentito ai due di bypassare la raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste.

Peraltro Letta avrebbe dovuto pagare un costo elevatissimo, quale rappresentato dal dover accettare la formale presenza nei collegi uninominali, lasciandosi alle spalle quel diritto di tribuna cui Di Maio si era ribellato, secondo una suddivisione dei collegi che numericamente appariva squilibrata tutta a sua danno, se pur calibrata fra sicuri, probabili, possibili e … perdenti: il Pd avrebbe dovuto presentarsi nel 59 per cento dei collegi, Azione-Più Europa 24 per cento, Sinistra Italiana e Verdi nel 13 per cento, Impegno Civico nel 4 per cento.

Naturalmente queste fredde misure percentuali avrebbero dovuto fare i conti con la distribuzione nominativa tutt’altro che semplice, perché per alcuni mancano precedenti risultati elettorali, così Azione-Più Europa e Impegno Civile.

Questo sabato sera. Ma tutto è crollato come un castello di carte nel corso della domenica, per iniziativa di un Calenda che ha assunto come motivo l’intesa con Fratoianni e Bonelli, estranea all’agenda Draghi, e temuto uno schiacciamento a sinistra dell’intero schieramento: così rifiutava l’idea stessa di una coalizione costruita su intese diverse fra Pd e gli altri.

Terzo polo?

Dopo tanti tentennamenti si decideva a chiamarsi fuori dalla coalizione, ritenendo incompatibili le intese con lui e con Fratoianni e Bonelli, certo confortato dai sondaggi che lo davano avvantaggiato dal correre da solo o al più con Matteo Renzi, per dar vita vita ad un autentico centro, sub specie di terzo polo , capace di condurre il suo gioco a fronte di uno stallo elettorale tra sinistra e destra, improbabile ma non impossibile, nonché del carattere fragile di un governo di centrodestra.

Non è escluso che anche Di Maio ritorni sui suoi passi, confluendo nel nuovo centro, dato che apparterebbe di pieno diritto all’area Draghi.

Col che le due “figure” inventate da Letta, una coalizione con più intese e il diritto di tribuna risulterebbero evaporate, lasciando veramente il ragno Letta impigliato nella sua stessa rete. A questo punto potrebbe anche guadagnarci dal presentarsi come Pd orgogliosamente solo di fronte al corpo elettorale a garanzia di un’opposizione destinata a guardare oltre la prossima legislatura.

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