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Draghi tenta di evitare l’assalto dei partiti al governo

Stando ai toni ruggenti si direbbe che Draghi abbia rinunciato al miraggio di una trattativa con Putin che, con l’abituale pragmatismo e una prudenza invece tanto estrema da risultare inusuale, stava inseguendo. Probabilmente non è così. Il premier italiano resta fedele allo schema sul quale ha deciso di puntare già da settimane: massimo allineamento con Washington e con la Nato, a tratti quasi esagerato almeno in apparenza, in modo da disporre poi di margini di movimento senza incorrere nel sospetto di prepararsi al cedimento. Certo dichiara che vale la pena di parlare con Putin soprattutto per dimostrare che è lui a non volere la pace, ma comunque la si metta il risultato è che quel dialogo va mantenuto. Certo ripete che il leader russo «non deve vincere la guerra» ma c’è una distinzione tutt’altro che sottile tra «non vincere» e «perdere».

Il mezzo embargo sul petrolio russo è un colpo per la già assediata economia italiana, non tanto per le forniture in sé che, a differenza di quelle di gas sono limitate, ma per gli effetti inevitabili sul prezzo del petrolio in generale. Draghi però puta sul price cap applicato al gas per recuperare ed è convinto che se anche non dovesse spuntarla stavolta per le resistenze dei paesi del Nord Europa ci si arriverà comunque nei prossimi mesi.

Quel che è vero per tutti i grandi Paesi europei lo è dunque tanto più per l’Italia: tra i toni feroci e la realtà c’è uno scarto significativo e la possibilità di passare dalle bombe alla diplomazia non è affatto scomparsa dai radar. Al momento però quella trattativa non è possibile e sembra caso mai allontanarsi. La condizione di partenza è infatti quella illustrata dallo stesso premier di Roma a Bruxelles: Putin «non deve vincere». Al momento invece, dopo i clamorosi errori iniziali e la sconfitta a Kiev, la Russia sembra tutt’altro che sconfitta sia sul piano militare che su quello della guerra economica. Le sanzioni mordono ma senza piegare lo zar e l’effetto boomerang sull’Europa inizia a essere molto tangibile.

È un problema per tutti ma per nessuno come per l’Italia. Perché l’Italia affronta l’inflazione, non provocata ma certo corroborata dalla guerra, con i salari più bassi d’Europa o quasi e figurando anzi come il solo Paese Ue nel quale i salari sono scesi negli ultimi decenni. Perché l’Italia deve fronteggiare l’impennata dei prezzi dell’energia senza poter ricorrere al debito. Perché l’Italia ha scommesso tutto sul Pnrr e qui le ricadute della guerra e dell’aumento dei prezzi delle materie sono rilevanti, tanto più che si aggiungono ai noti ed eterni limiti del Paese quando si tratta di spendere.

Le «Considerazioni finali» del governatore di Bankitalia Visco di ieri, per quanto non tutte direttamente collegate alla guerra, disegnano un quadro tanto chiaro quanto minaccioso: qualche aumento salariale una tantum è tollerabile ma senza innescare la rincorsa dei prezzi. Bisogna rassegnarsi a una perdita secca del potere d’acquisto. Il debito va tenuto sotto stretto controllo. Bisogna rinunciare allo scostamento di bilancio, o se proprio inevitabile limitarlo al massimo anche se così diventerà un rebus sostenere una popolazione tartassata da inflazione e aumento del costo dell’energia. Il contraccolpo della guerra stessa, se si dovesse prolungare, sarebbe quantificabile in due punti di Pil: una mazzata comunque per la ripresa ma soprattutto un esito che porterebbe il Paese sul confine della recessione.

Draghi si deve dunque muovere su un crinale molto sottile e malcerto, da un lato rassicurando gli alleati sulla fedeltà e lealtà inossidabili dell’Italia, dall’altro cercando spiragli per evitare che la situazione si avviti sino a travolgere prima di tutti gli altri Paesi proprio l’Italia. Una situazione così incerta e un orizzonte così minaccioso potrebbero infine influire anche sulla stabilità politica. La maggioranza già non esiste più, ammesso che sia mai esistita, ma per diversi motivi nessuno se la sente di provocare crisi ed elezioni anticipate in un momento come questo. Soprattutto non se la sentono i due partiti che più sono tentati dalla fronda “trattativista”, Lega e 5S. Salvini ha scommesso troppo sul governo Draghi per poterlo abbattere e comunque una parte molto significativa del partito non glielo permetterebbe.

Con i 5S però il discorso è diverso. Sul piano del consenso portare la critica alla gestione della crisi ucraina sino alle estreme conseguenze aumenterebbe i consensi di Conte. Provocherebbe però una traumatica scissione del Movimento e spaccherebbe senza possibilità di recupero l’asse con il Pd di Letta, cosa che l’ex premier vuole a tutti i costi evitare. Allo stesso tempo, però, proprio la guerra è il principale e forse ormai il solo cavallo di battaglia di Conte. Così, nonostante tutto, non si può escludere che, quando il 21 e 22 giugno Draghi sarà in Parlamento per comunicazioni seguite dal voto, si realizzi la profezia di Renzi: «Il 21 giugno sarà il giorno dell’arrembaggio contro il governo Draghi».

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