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Draghi dirà al Parlamento la verità, o resterà incatenato a Chigi?

Giovedì 14 luglio, il premier Mario Draghi è stato ricevuto dal presidente Sergio Mattarella. Abbiamo una versione ufficiale: il comunicato del Quirinale. Esso, del colloquio, si limita a descrivere l’inizio e la fine: “il PdC ha rassegnato le dimissioni del governo da lui presieduto” e “Il PdR non ha accolto le dimissioni e ha invitato il PdC a presentarsi al Parlamento”. Questi sono i due unici punti fermi.

Di cosa si siano detti fra l’inizio e la fine, Verderami scrive che Mattarella si è limitato a delineare un percorso che tenesse quella decisione dentro un corretto iter costituzionale”. Per Ugo Magri, “l’unica sfumatura è che Draghi avrebbe potuto recarsi davanti alle Camere senza compiere il gesto forte e drammatico delle dimissioni”.

Eppure circolano voci di palazzo, che raccontano di un colloquio molto diverso: addirittura tempestoso. Tant’è che è intervenuto addirittura l’ufficio stampa del Quirinale: “in riferimento ad alcune notizie circolate nel pomeriggio si sottolinea che, nel colloquio tra il presidente Mattarella e il presidente Draghi, si è registrata una totale identità di vedute”.

Ma che l’identità di vedute non fosse totale, lo lascia sospettare pure la versione ufficiosa affidata a Marzio Breda, la quale elenca quelli che sembrano gli argomenti dell’uno e le repliche dell’altro. Benché con vaghezza eccessiva perché se ne possa ricostruire un colloquio.

Lo stenografico fantastico di Monti

A sopperire, è intervenuto Mario Monti, sul Corriere. Il suo è, a prima vista, un commento alla crisi di governo. Ma lascia forte la suggestione che si tratti di qualcos’altro: di un resoconto, quasi stenografico, del colloquio al Quirinale.

Una suggestione, appunto, e non una certezza. Diciamo che non dello stenografico si tratta, bensì di come Monti si immagina che il colloquio si sia svolto: di una fantasia di Monti. Ma talmente completa, da suggerirci un gioco: immaginare come si sarebbe svolto il colloquio, se quello di Monti fosse lo stenografico e non il frutto della sua fantasia.

Dal gioco esce un racconto fantasioso ma intrigante, che val la pena raccontare.

Ouverture

Monti non presenta l’inizio del colloquio. Ma già lo conosciamo: il PdC ha presentato le proprie dimissioni. Con che argomenti, possiamo solo immaginarlo. Plausibilmente quelli già presentati al CdM e riferiti ad esempio da Monica Guerzoni: “per portare avanti le grandi sfide che abbiamo davanti serve unità e questa unità non c’è. Il rapporto fiduciario è venuto meno e stare al governo per vivacchiare non avrebbe alcun senso”. Cioè, il PdC avrebbe giustificato le proprie dimissioni, accusando Conte.

Monti immagina la replica: “è totalmente comprensibile l’amarezza provata dal presidente Draghi di fronte ai meschini giochi praticati da vari partiti, in tempi recenti e meno recenti, a danno del governo e del Paese”. Cioè, il PdR non avrebbe mancato di mostrare comprensione personale.

Nondimeno, nessuna comprensione politica: “né si può accettare che i fulmini dei giorni scorsi carbonizzino la vita politica”. Cioè, Conte non basterebbe a giustificare le dimissioni di un governo che ha la fiducia del Parlamento.

Di più, “le forze politiche. Dico forze, ma in realtà sono quasi tutte sofferenti e a brandelli; la forza è quella di Draghi”. Cioè, il PdR avrebbe aggiunto che Conte non conta una fava.

Infine, “anche per questo, non solo spero — unendomi al consenso senza precedenti che viene dall’Italia, dall’Europa e dal mondo — ma sono convinto che il capo del governo non lascerà”. Cioè, il PdR avrebbe concluso di ritenere tali argomenti sufficienti a convincere il PdC. Per lui bastava così.

L’accordo per la successione al Quirinale

Ma non bastava affatto al PdC. Egli deve aver avanzato un argomento personale: la propria credibilità. Già ai propri ministri aveva detto della propria “convinzione che, a quasi 75 anni e dopo una lunga carriera costellata di successi internazionali, non si può restare a Palazzo Chigi per farsi logorare dalle ambizioni elettorali dei partiti”.

E deve aver pure rinfacciato al PdR la propria mancata elevazione al posto suo, al Quirinale: come se ci fosse stato un accordo, nel febbraio 2021 all’atto dell’incarico di formare il governo. Faccenda della quale su Atlantico Quotidiano parlammo per esteso il 7 ottobre 2021.

Perché Monti immagina una risposta piccata del PdR: nessuno “per rispetto del Paese … accetta un prestigioso incarico, nel contesto di un cursus honorum, magari in attesa di una carica ancora più alta … non c’è spazio per considerazioni personali”.

Il PdC deve aver insistito. La faccenda della mancata elevazione deve seccargli parecchio. Perché Monti immagina quella che sembra una estesa replica del PdR, con le parole del suo secondo discorso di insediamento:

Pronunciò parole nitide: “La grave emergenza che stiamo tuttora attraversando sul versante sanitario, su quello economico e su quello sociale richiamano al senso di responsabilità e al rispetto delle decisioni del Parlamento. Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati, e naturalmente devono prevalere su altre considerazioni e su prospettive personali differenti”. Parole che potrebbero applicarsi oggi al presidente del Consiglio, al quale il Parlamento ha appena rinnovato la fiducia.

Il PdC deve aver risposto che il mandato riguardava solo vaccinazioni e Pnrr. E che quel mandato è stato completato con successo. Lo ha spiegato alla Stampa estera: “la riforma fiscale, la riforma del codice degli appalti, la riforma della concorrenza, un’agenda di semplificazioni” e tanto basti.

Perché Monti immagina una stizzita replica del PdR: all’atto di ricevere l’incarico, “nel febbraio 2021. Di fronte a lui stavano due anni abbondanti di legislatura. Lavorando a testa bassa sul programma – impegnativo ma gratificante, non di puro salvataggio del Paese ma di costruzione di una nuova Italia”. Cioè, il PdR non solo contesterebbe alla radice la natura del mandato conferito, ma persino affermerebbe che il PdC si era assunto un obbligo di durata.

Insomma, sul mandato conferito a febbraio 2021, i due si accuserebbero reciprocamente di non dire il vero e sul punto non potrebbero fare progressi.

L’espletamento del mandato del PdC

Perciò, Monti immagina una replica accomodante: “è anche per rispetto della propria legacy, per salvaguardarla forte e luminosa come è oggi che, a mio parere, il presidente Draghi non lascerà”. Cioè, se pure non vi fosse l’obbligo che il mandato prosegua, lo stesso ve ne sarebbe ma l’opportunità.

Il PdC deve aver risposto di non vedere come l’opera sua possa essere rovinata da alcun successore, in quanto ormai ha forza di legge. Lo ha spiegato alla Stampa estera: “la grossa impresa politica è stata riuscire ad approvare queste leggi delega”.

Perché Monti immagina una seconda replica accomodante: “se ora si dovesse giungere ad elezioni anticipate, il risultato sarebbe che, di 26 mesi di bonus Draghi toccato in sorte al Paese grazie all’intuizione del presidente Mattarella, una parte non sarà stata utilizzata a pieno regime e un’altra parte non sarà stata utilizzata del tutto”. Cioè, se pure fosse tutto a posto, lo stesso meglio non correre rischi.

Il PdC deve aver risposto di non vedere rischi.

La crisi e lo spread

Perché Monti immagina una replica fatta proprio per descrivere tali rischi: “sotto il profilo economico, finanziario e delle riforme strutturali, il cammino è incompiuto. E mantiene aspetti di fragilità, che richiedono altro lavoro. Ciò vale tanto per il consolidamento della finanza pubblica, quanto per l’attenzione, inadeguata, alla distribuzione dei redditi, anche attraverso un sistema fiscale più favorevole ai giovani e alle fasce deboli”. Cioè, il PdR avrebbe accusato il PdC di star lasciando una situazione sociale nonché dei conti pubblici compromessa.

Il PdC deve aver risposto che conti pubblici e distribuzione dei redditi vanno benissimo. Lo ha spiegato alla Stampa estera: “i dati sul fabbisogno e sui conti pubblici vanno molto bene”, “l’assegno unico per i figli rappresenta un sostegno storico alle famiglie” e, ad abundantiam, “la dipendenza dal gas russo è molto diminuita … gli approvvigionamenti stanno andando bene, gli stock risalgono”.

A questo punto il PdR deve essere sbottato. Perché Monti immagina una replica fatta di accuse circostanziate:la situazione dello spread non è quella che sarebbe lecito attendersi al concludersi di un governo Draghi. Lo spread dell’Italia è aumentato più di quello di vari altri Paesi ed è molto più alto di quello riscontrato all’inizio dello stesso governo”.

Il PdC deve aver negato. Lo aveva spiegato il 2 maggio: “la cosa che bisogna chiedersi è se lo spread rispetto altri paesi simili si è allargato … e questo non è avvenuto, per lo meno in maniera sensibile”.

Perché Monti immagina una replica dura: “dato l’andamento di queste variabili nel tempo, se dovessero ulteriormente peggiorare all’indomani di eventuali dimissioni definitive di Draghi … sarebbe difficile sostenere che il quadro finanziario italiano sia peggioratoa causa della partenza dell’ex presidente della Bce” da Chigi. Cioè, il PdR avrebbe aggiunto di non dire baggianate: lo spread dipende dai conti pubblici, quindi dal PdC e non da Conte che non conta una fava.

Le cause dello spread

Il PdC deve aver replicato che lo spread italiano non dipende dai conti pubblici, ma dal mandato di Bce esclusivamente rivolto a combattere l’inflazione. Nonché, molto eventualmente, da un nuovo bilancio europeo.

Perché Monti immagina una replica, non più sullo spread, ma su Bce: “che cosa si direbbe dell’Italia all’estero, se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità?”. Cioè, il PdR avrebbe risposto che il comportamento di Bce e della Ue dipende dalla credibilità e dal rispetto delle quali gode chi governa in Italia.

Qui il PdC deve essere sbottato pure lui, ribadendo che Bce pensa solo all’inflazione, quindi non può comprare Btp pure se a Chigi resta lui stesso. Lo aveva spiegato sempre il 2 maggio: “io non sono lo scudo contro qualunque evento va bene quindi sono un umano e per cui le cose succedono”.

Perché Monti immagina una replica afferma l’esatto contrario: “vogliamo uno scudo antispread o anche uno scudo contro atti inattesi dei più credibili protagonisti della vita italiana?”. Cioè, il PdR avrebbe rilanciato accusando il PdC di essere lui (non l’inflazione, non i trattati) a rendere impossibile a Bce di varare lo scudo antispread.

Il coraggio della verità

Fin qui la fantasia di Monti che, lo ripetiamo, solo per gioco abbiamo deciso di scambiare per lo stenografico del colloquio e non il frutto della sua fantasia. Nel gioco, i punti di diverbio fra PdR e PdC sarebbero davvero parecchi e il PdR sarebbe ben convinto dei propri argomenti: Monti lo descrive “pacato e fermissimo”.

Di vero, lo ripetiamo, abbiamo solo il comunicato del Quirinale. Nel quale salta all’occhio non tanto il rinvio al voto alle Camere (già precedentemente inteso dai due), quanto il rinvio alla loro valutazione: “una valutazione della situazione che si è determinata a seguito degli esiti della seduta svoltasi oggi presso il Senato della Repubblica”. Cioè con riferimento, non solo alle faccende parlamentari, ma pure alle condizioni del Paese ed allo spread.

Chissà mai che ci tocchi ascoltare le fantasie di Monti dalla bocca di Sua Competenza in Parlamento. Sarebbe allora davvero interessante ascoltarlo rivelare la nuda verità: che lui ha salvato l’Euro solo perché non c’era inflazione, nessuna magia ma un puro colpo di fortuna; che lui non ha alcun potere magico di convincimento su Bce; che, con l’inflazione, l’Euro ha i giorni contati. E altrettanto interessante sarebbe ascoltare le repliche a tali rivelazioni, da parte di un Parlamento fatto di €risti convinti ed adoranti.

Ma del coraggio del nostro, Monti dubita assai: “faccio davvero fatica a immaginare che Mario Draghi rassegni in via definitiva le dimissioni da presidente del Consiglio. La forza della ragione, non solo la speranza, mi induce a credere che ciò non avverrà”. Cioè, il PdC non avrà il fegato di dire al Parlamento la verità, rischiando così di restare incatenato a Chigi, prigioniero delle proprie menzogne.

“La verità vi farà liberi”, scrive il Vangelo di Giovanni (8, 31-32). Ma Giovanni era un santo, Sua Competenza no.

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